KRISTIN KIMBALL.
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DIRTY LIFE.
Una storia d'amore, cibo e animali.
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Titolo originale: The Dirty Life. A Mernoir of Farming, Food, and Love. 2010.
Traduzione di: Elisabetta Stefanini.
2012. Lit Edizioni, Castel Gandolfo, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Kristin, una giovane trentenne, single e scrittrice freelance, vive la sua vita come un'avventura.
Ama i party nei bar di Soho, gestisce faticosamente le relazioni sentimentali con quattro diversi uomini e lotta ogni giorno per farsi largo nel mondo del lavoro. Quando riceve l'incarico di scrivere un reportage sui giovani produttori di alimenti biologici, non sospetta minimamente che di l a poco rimarr coinvolta in due storie d'amore che stravolgeranno per sempre la sua vita: l'amore per la terra - un'arte sporca e sensuale - e l'amore per un contadino complicato ed esasperante. Nonostante le difficolt iniziali - ad esempio essere coinvolta, da vegetariana convinta, nella macellazione di un maiale - decide di mollare tutto e di andarsene dalla citt. Inizier cos un viaggio, insieme all'uomo che ha deciso di sposare, alla ricerca
della terra dei loro sogni e di uno stile di vita durissimo, che le restituir tuttavia il piacere del desiderio e un senso profondo di appartenenza al mondo in cui vive. Oggi, Kristin abita con suo marito e le loro due figlie in una fattoria a nord di New York, e i prodotti della loro terra sostengono pi di cento famiglie. Dirty life, scritto con eleganza e passione,  la cronaca di questa meravigliosa storia d'amore, e di un modello di vita sostenibile che sta conquistando il cuore di milioni di lettori.
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L'AUTRICE.
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KRISTIN KIMBALL, Laureata all'Universit di Harvard,  una scrittrice e una coltivatrice a tempo pieno. Prima di dedicarsi alla sua fattoria, ha lavorato come giornalista freelance, come insegnante di scrittura creativa e come assistente di un famoso agente letterario newyorkese. Insieme al marito e alle loro due figlie, vive e lavora in una fattoria a nord di New York. Dirty life  il suo primo libro.
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Nota del traduttore.
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In molti casi si  preferito lasciare le unit di misura comunemente usate nelle campagne statunitensi. La tabella di conversione che segue   uno strumento per comprendere le dimensioni presenti nel testo che potrebbero risultare oscure. Acro: unit di misura di un'area, 1 acro = 4046,8 metri quadri. Bushel: misura di capacit per cereali, 1 bushel = 35,24 litri. Gallone: unit di misura di un volume, 1 gallone = 4,55 litri. Libbra: unit di misura di un peso, 1 libbra = 4,54 ettogrammi. Miglio: unit di misura di una lunghezza, 1 miglio =1,61 chilometri. Pollice: unit di misura di una lunghezza, 1 pollice = 2,54 centimetri. Spanna: unit di misura per l'altezza dei cavalli, 1 spanna = 20 centimetri circa.
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DIRTY LIFE
Una storia d'amore, cibo e animali.
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Prologo.
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 sabato sera, nel cuore dell'inverno. La fattoria  rimasta senza luce per ore, e se ne sono andati tutti. Accendiamo il camino, apriamo due bottiglie della birra fatta in casa dal nostro amico Brian, e mentre sciacquo gli attrezzi per la mungitura Mark comincia a cucinare per me, un momento di intimit contadina. Si muove con perfezione assoluta, non fa niente di inutile, e guardarlo mi riempie di un misto di ammirazione e libidine, come una groupie davanti alla sua rockstar. Ha tagliato una bistecca dall'aspetto invitante dalla mezzena di bue che abbiamo macellato questa settimana e ha preso in cantina verdure assortite. 
Perlustra il frigorifero canticchiando
e ne estrae una pinta di brodo di pollo, grasso e gelatinoso, e un
melograno che arriva da New York, regalo della mia amica Amelia.
Mark si mette all'opera, le mani guizzano con gran rapidit, e
in mezz'ora porta in tavola due pietanze colorate. Ha grigliato la
bistecca a media cottura, poi l'ha tagliata a fettine molto sottili
che ha poggiato sui chicchi di melograno per poi napparle con una
riduzione di vino rosso. Aggiunge un mix di porri, carote e cavolo
nero al burro insaporiti con bacche di ginepro, e la squillante
nota di colore di una minuscola piramide di crauti rosso rubino.
Non c' pane, ma dal fondo del frigo Mark recupera una pallina
di impasto, avanzo di una pizza rustica, la stende, la taglia in triangoli
che butta in una padella bollente, et voil, gallette. Ma la star
pi improbabile della cena  il ravanello. L'estate scorsa, Mark si
 fatto prendere la mano dai ravanelli e li ha piantati per trecento
metri, una buffonata per cui l'ho preso in giro senza piet, ma sono
venuti su cos belli e si sono conservati cos bene che per la fine
dell'inverno forse intaccheremo le scorte. Sono la variet Misato
Rose. Bianco panna con sfumature verdi all'esterno, e rosa
fucsia dentro, hanno le dimensioni di una mela e quando si tagliano
sembrano angurie in miniatura. Sono apprezzatissimi come
aperitivo, serviti crudi con un pizzico di sale. Somigliano cos
tanto a un frutto, che il sapore pungente  sempre una sorpresa, un
contrasto fra l'occhio e il palato. Stasera Mark li ha brasati nel
brodo, per cui si  leggermente attenuata la brillantezza del colore,
ma si  addolcito il sapore. Ha aggiunto una punta di sciroppo
d'acero e di aceto balsamico, e a fine cottura ci ha buttato una
manciata di semi di melograno, che in parte si sono sfatti con il
calore e in parte sono rimasti interi e si sciolgono piacevolmente
in bocca. Ecco uno dei motivi per cui amo mio marito: in due ingredienti
opposti come la pi rustica delle radici e il pi esotico dei
frutti, lui vede armonia, non discordia. Mangiamo, socchiudo gli
occhi per assaporare il piacere, beviamo a piccoli sorsi la birra
amara, ci baciamo e, prima ancora che i miei amici in citt si siano
cambiati per uscire, ci infiliamo sotto le coperte.
Sono sette inverni che dormo in questo letto, eppure qualche volta
ancora mi domando che ci faccio qui, sposata, in una vecchia fattoria
del North Country. Ogni tanto mi sembra ancora di vivere in
un film. La vera me torna a casa alle quattro del mattino, va in giro con una borsa minuscola e si mette i tacchi alti, ma il personaggio  che sto recitando si alza alle quattro, porta vestiti Carhartt fatti per  lavorare all'aria aperta, va sempre in giro con un coltello multiuso Leatherman e l'altro giorno, facendo il bucato, le sono caduti dalle tasche un paio di lunghi bossoli calibro 22, e la sua parte  prevedeva che si comportasse come se fosse del tutto normale. Intorno a me non ci sono le luci e i suoni della citt, ma cinquecento acri di  terreno,
in questo momento ammantati di brume e di nuvole, e la fattoria
in cui mi trovo  un universo pi scuro e pi silenzioso, pi bello e pi crudele della mia precedente immagine di campagna.
Questa sera, rannicchiata addosso a Mark sotto il piumino d'oca,
sento arrivare la fredda pioggia primaverile. Lui si  gi
addormentato, ma io rimango sveglia ancora un po', domandandomi se
una delle nostre vacche avr la pessima idea di figliare con questo
tempaccio, se nel porcile i maiali hanno abbastanza paglia per stare
al caldo, se i cavalli stanno bene al pascolo o non starebbero
meglio nel fienile. Ho paura che la pioggia sciolga lo strato di neve,
perch scoprirebbe l'aglio e le piante perenni lasciandoli esposti
al freddo pungente che certamente torner a mordere prima che
finiscano le pericolose gelate. Questo tipo di pensieri ha occupato
la maggior parte dell'umanit - gli agricoltori - per un lunghissimo
periodo della storia del mondo. E ora io sono una di loro.  una
cosa che mi colpisce, come i ravanelli con il melograno.
Sia Mark che io siamo contadini di prima generazione. La fattoria
che abbiamo messo su insieme si potrebbe definire antica o
molto moderna, dipende dalla persona a cui si domanda. La terra
viene fertilizzata con concime organico e con il sovescio. Non
usiamo pesticidi n diserbanti. La fattoria segue il sistema delle rotazioni
colturali diversificate, e la maggior parte del lavoro  svolta
da cavalli invece che da trattori. Gli appezzamenti di terreno
sono delimitati da siepi e boschetti. Abbiamo aceri da zucchero,
un frutteto avviato da poco, ricchi pascoli, grandi distese di erba
per fare il fieno e giardini perenni di erbe aromatiche e fiori. Mungiamo
le vacche a mano e dalla panna di questo latte molto grasso
ricaviamo un burro color giallo-taxi. Alleviamo all'aperto suini,
bovini e pollame, e produciamo salsicce fresche e secche, pancetta,
manzo sotto sale, pt e un brodo vellutato.
Il nostro cibo nutre un centinaio di persone. Gli abbonati
alla fattoria vengono tutti i venerd per ritirare la loro quota di prodotti.
Il nostro obiettivo  fornire il necessario per un'alimentazione
sana e nutriente nel corso di tutto l'anno. Produciamo mangimi,
pollo, maiale, uova, latte, sciroppo d'acero, cereali, farine, fagioli,
piante aromatiche, frutta e quaranta variet di ortaggi. Con
duemilanovecento dollari l'anno a persona l'abbonato pu ritirare
ogni settimana tutto il cibo che riesce a mangiare, pi la produzione
extra-stagionale, che pu surgelare o mettere in scatola
per l'inverno. Ci sono abbonati che comprano anche nei negozi -
cibi pronti, prodotti fuori stagione, o altre cose che non possiamo
coltivare, gli agrumi per esempio -, ma noi e qualcun altro viviamo
quasi esclusivamente di ci che produciamo.
Ho imparato moltissimo da quando la mia vita ha virato verso
la terra. Ora so sparare con un fucile, uccidere un pollo, schivare
la carica di un toro e riesco a controllare un carro trainato da una
coppia di cavalli imbizzarriti. Ma l'insegnamento pi duro  stato
questo: pi trasformi la terra coltivandola, pi la terra trasforma
te. Ti entra nella pelle con la sporcizia che non ti si toglie pi dalle
mani callose e da sotto le unghie. Chiede al tuo corpo cos tanto che
se non stai attento ti pu far male come un vizio, e a cinquantanni
ti svegli una mattina e ti ritrovi con le ginocchia e le spalle a pezzi,
sorda per il costante rumore metallico dei macchinari e senza
un soldo bucato. Ma il mestiere di contadino mette radici dentro
di te e fa piazza pulita di tutto il resto, che ti sembra meschino. I tuoi
acri diventano il mondo. E arrivi a renderti conto che  al di l di
quegli acri o nel tuo lontano passato, nel regno dei lettori DVD e
degli uffici open space, del cibo da asporto e del riscaldamento o
dell'aria condizionata centralizzati, in luoghi in cui la scomodit 
stata quasi del tutto bandita,  proprio l che soffri le peggiori privazioni.
Ti manca il piacere del desiderio, dello sforzo e della difficolt,
il piacere di un risultato denso di significato. Una fattoria richiede
attenzioni, e se non rispondi le forze primordiali di morte e
lo stato brado ti sovrasteranno. Cominci a dare spontaneamente,
poi dai un po' di pi e poi dai il massimo, e allora, solo allora, avrai
un ritorno cos generoso che riempir la tua cantina fino a farla
traboccare, ma soprattutto far rinascere quel fazzoletto di terra
riarsa e infestata di erbacce che chiamiamo anima.
Questo libro racconta le due storie d'amore che hanno cambiato
la mia vita: coltivare terra - arte sporca, sensuale - e un contadino
complicato ed esasperante che ho scovato a State College, in Pennsylvania.
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PARTE PRIMA.
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PARTENZA.
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La prima volta che vidi Mark fu nella roulotte scassata che era l'ufficio
della fattoria e casa sua. Venivo da Manhattan e mi ero fatta
sei ore in macchina per intervistarlo nell'ambito del reportage che
stavo scrivendo sui giovani produttori di cibo biologico, sempre
pi richiesto. Bussai alla porta proprio mentre, come scoprii in seguito,
schiacciava il sonnellino pomeridiano. Poich non rispondeva
nessuno, entrai in cucina, chiamai ad alta voce e dopo un minuto
si spalanc la porta della camera da letto e Mark ne usc a grandi
passi allacciandosi la cinta dei pantaloni. Alto com', veniva verso
di me spinto dalle lunghe leve delle gambe con uno strano passo, aggraziato
ma deciso. Portava stivali di pelle consumati, blue jeans
stinti sulle cosce e una camicia bianca in uno stato pietoso. Notai i
vivaci occhi verdi, un naso importante e perfetto, la barba di due
giorni e una criniera di riccioli d'oro. Grandi mani callose, avambracci
guizzanti di muscoli con grosse vene blu. Sorrise: denti bellissimi.
Profumava di pelle tiepida, gasolio e terra.
Si present, mi strinse la mano e poi se ne and all'improvviso,
richiamato da qualche impegno urgente nei campi, e mentre
chiudeva energicamente la zanzariera dietro di s mi promise da
sopra la spalla che mi avrebbe dato l'intervista quella sera, al suo
ritorno. Nel frattempo, avrei potuto zappare i broccoli con Keena,
la sua collaboratrice. Pi tardi registrai sul mio taccuino due appunti
diversi. Primo: Ecco un uomo. Gli uomini che conoscevo
io usavano solo la testa. Questo qui viveva con tutto il corpo. Secondo:
Possibile che mi sono fatta tutti quei chilometri per zappare
i broccoli di questo tizio?
La prima sera, invece di lavorare con lui all'intervista, lo aiutai
a macellare un maiale. Ero vegetariana ormai da tredici anni, e avevo
addosso una camicetta nuova di agns b., bianca, Mark per
aveva bisogno di aiuto e stare nella sua fattoria senza darsi da fare
era una cosa contro natura, come tuffarsi in un lago e non nuotare.
Non avevo mai visto un animale macellato prima di allora, e non
riuscii a guardare nel momento in cui Mark uccise il maiale sparandogli
un colpo: era una scrofa a macchie bianche e nere che si
chiamava Butch, del tutto simile ai porcellini dei libri per bambini.
Quando cadde stecchita, io mi ripresi. Aiutai a sollevare il corpo
e ad appenderlo a un gancio perch per sviscerare la carcassa
si doveva incidere dallo sterno alla pancia e io afferrai ai lati la cavit
fumante e la tenni aperta mentre Mark estraeva gli organi interni
tagliando le parti che li ancoravano al corpo. Non mi fece
schifo quello che stavamo facendo, anzi mi diede allegria. Fui affascinata
dalla sacca soda e bianca dello stomaco, dall'elegante groviglio
dell'intestino, dal merletto avorio dell'omento e dal cuore
ancora pieno di vita.
Dopo aver tagliato in due la carcassa, la caricammo su un carretto
per portarla in una cella frigorifera a due passi dalla strada.
A un centinaio di metri da l c'era un quartiere di villini pretenziosi
con piccoli giardini: prati all'inglese ben tosati sul davanti e vasi
di gerani per abbellire i vialetti d'accesso al garage. Nella luce del
crepuscolo Mark si caric sulla spalla mezzo animale, ormai senza
testa. Era un corpo privo di vita: grosso, pesante e scomodo da
trasportare, proprio come in TV. Io tenevo in mano le scivolose
zampe posteriori per bloccarle e aiutai Mark a portare il maiale
nella cella frigorifera e ad appenderlo a un gancio che scendeva dal
soffitto. Le macchine che sfrecciavano per la strada avevano gi i
fari accesi e nelle case di fronte si iniziavano a scorgere le prime
luci. Se ci avesse visto qualcuno, mi domandai, avrebbe chiamato
la polizia?
Quella notte dormii in un albergo del paese e mi tolsi di dosso
il grasso del maiale in una stanza da bagno dall'aria esageratamente
bianca e disinfettata. Mi sentivo come se fossi tornata da un lungo
viaggio in un paese molto lontano.
La mattina dopo mi alzai all'alba e ritornai alla fattoria. La truppa
di Mark stava facendo colazione tutta insieme: crespelle di mais
e salsicce fatte in casa spruzzate di sciroppo d'acero tiepido. Mangiai
una doppia porzione di salsicce, e cos fin la mia vita vegetariana.
Mark scomparve di nuovo subito dopo colazione, con il maiale
dietro un pick-up preso in prestito, diretto alla macelleria dei
suoi amici Amish. Disse che sarebbe ritornato nel pomeriggio e
che allora avremmo potuto fare un'intervista come si deve. Nel
frattempo, avrei potuto togliere i sassi nel campo di pomodori,
insieme a Michael, un altro dei suoi collaboratori.
Michael non era molto ottimista riguardo le mie capacit lavorative.
Avevo sostituito la camicetta bianca con una T-shirt vintage
Cheap Trick, jeans aderenti e un paio di Dingos di seconda
mano con tacchi bassi e grossi. Vale a dire il tipico abbigliamento
ironico-chic che funzionava benissimo nell'East Village ma che era
strano e leggermente volgare nelle campagne della Pennsylvania.
Mi consideravo in splendida forma fisica e mi autodefinivo forte
per la mia taglia, un metro e cinquantotto scarsi compresi i tacchi
delle Dingos, anche se l'allenamento pi serio e costante che facevo
all'epoca era giocare a flipper. Ero gi indolenzita dagli sforzi
del giorno prima, ma per mia disgrazia sono fortemente competitiva
sul piano fisico pur senza averne il minimo motivo. Ho
ereditato questa caratteristica da mio padre, che, per fare un esempio,
a settantatr anni si  strappato un tendine del ginocchio pretendendo
di cimentarsi nella partenza in piedi dal pontile durante
una lezione di sci nautico.
Michael mi diede un rastrello a denti rigidi, e ci avviammo verso
i solchi l vicino. La Penn State University  proprio in fondo
alla strada, e Michael, che aveva studiato cinema, si era laureato
quella primavera. Aveva iniziato ad andare nella fattoria di Mark
come volontario nei week-end per vedere, mi spieg, se il lavoro
manuale lo avrebbe fatto diventare un uomo. Una volta laureato,
Mark lo aveva assunto a tempo pieno. Il padre di Michael, commercialista,
e la sua ragazza, che si era iscritta a Legge, avevano
entrambi un'idea molto vaga della campagna e speravano con tutto
il cuore che Michael finisse presto di sfogarsi.
Per nascondere la mancanza di fiato, gli chiesi moltissime cose
e cercai ogni possibile scusa per appoggiarmi al rastrello nella posa
di uno che sta ascoltando attentamente. Il sole di luglio picchiava
sul viso e sollevava tutt'intorno l'odore acre e resinoso dei pomodori.
Le piante erano cariche di frutti e alte come me e stavano in
piedi grazie a tutori di quercia a cui erano legate con lo spago. Per
una persona abituata a non far crescere altro che qualche pianta aromatica
in una cassettina sul davanzale della finestra, avevano un'aria
vagamente minacciosa. Il terreno fra i solchi era riarso e irregolare,
tutto pieno di sassi. Michael mi disse di non prendere in considerazione
le pietre pi piccole di un uovo e di rastrellare le altre,
farne dei mucchietti e poi spalare questi sassi nella carriola e scaricare
il contenuto lungo la siepe. Rimasi sconvolta dal peso di ogni
palata di sassi, e la prima volta rovesciai tutto il contenuto della
carriola. Rastrella, spala, scarica. Passai in questo modo due ore interminabili,
finch mi resi conto che se fossi andata avanti ancora un
po' non avrei mosso pi un muscolo e non sarei riuscita nemmeno
a spingere la frizione per guidare fino a casa. Disperata, mi offrii di
andare a cucinare per tutti. Lo dissi con l'aria pi disinvolta possibile.
Quasi non riuscivo a credere alla quantit di danni che mi ero
inflitta in cos poco tempo. Mi stavano venendo le vesciche fra il pollice
e l'indice della mano sinistra, non riuscivo a stendere del tutto
la schiena, e la pelle delle cosce, intrappolate nei jeans troppo stretti,
si era irritata in modo insopportabile.
All'epoca non ero una gran cuoca. Mi piaceva mangiare bene,
ma non avevo un rapporto stabile con il cibo. Cibo per me significava
una serie di fugaci avventure sentimentali che mi venivano
servite al ristorante, o consegnate a domicilio in scatole di cartone
da un tizio in bicicletta. Non avrei saputo dire con certezza se
il forno di casa mia funzionava, perch in sette anni non lo avevo
mai usato. Il frigorifero funzionava, ma nel mio minuscolo appartamento
era pi utile come sgabuzzino che come elettrodomestico
da cucina. Ci tenevo le scatolette del cane, una caraffa Brita
per l'acqua e, avendo pochissimo spazio per i libri, l'elenco telefonico
di Manhattan, che nel mio ricordo di quegli anni era sempre
pesantissimo e freddo. Nel freezer avevo vecchi cubetti di
ghiaccio e una bottiglia di vodka polacca.
La cucina di Mark occupava la met della roulotte e mi faceva
pensare a un mercato del Terzo Mondo. Traboccava di cose colorate
e prive di confezione, c'era odore di latte, carne, terra e verdure
tutto mischiato insieme in un profumo di campagna forte e
niente affatto sgradevole. Aprii gli sportelli, perlustrando con
cautela gli scaffali pi in alto. Negli armadi c'erano vasi da un gallone
che contenevano fagioli neri e mele disidratate, chicchi di grano
e di segale e piccole pannocchie di mais secche. Nella credenza
sopra ai fornelli c'erano mazzi di erbe aromatiche e bottiglie
senza etichetta di un imprecisato liquido frizzante color ambra.
Aprii il frigorifero e vidi una pentola senza coperchio piena fino all'orlo
di qualcosa di morbido e sanguinolento che riconobbi come
gli organi interni di Butch, e un cestello di metallo pieno di
uova striate di marrone. Nello scomparto per frutta e verdura c'erano
barattoli di burro e fiocchi di latte, una piramide di cose che
sembravano palline da golf e avrebbero potuto essere rape, e qualche
carota, tutto non lavato.
Chiusi rapidamente lo sportello del frigorifero e, afferrati un
canestro e un coltello, ritornai nel campo dove Michael aveva finito
di rastrellare i sassi e ora pacciamava i solchi con paglia semifradicia.
Guardai tutto il cibo pronto da raccogliere. Patate novelle,
broccoli, lattuga, erbe aromatiche, piselli, barbabietole e more.
Una mucca brucava il prato con il suo vitello, le galline beccavano
gli avanzi da una parte, un altro maiale grufolava in un mucchio di
foglie secche. Dovunque posassi lo sguardo c'era da mangiare in
abbondanza. Sentii dei pensieri muoversi nella mia testa, immensi
e lentissimi, come la tettonica a placche. Era un terreno di soli sei
acri, le dimensioni di un grosso parco giochi per bambini, ma c'era
verdura per duecento famiglie. Sembrava tutto molto pi semplice
di quanto avessi immaginato. Terra pi acqua pi sole pi
sudore uguale cibo. Non servivano fabbriche, n troppe macchine,
non c'era bisogno di veleni o di fertilizzanti chimici. Com'era
possibile che tutto questo ben di Dio fosse sempre esistito e io non
me ne fossi mai accorta? Mi sentivo, al di l di tutto, al sicuro. Nel
mondo poteva succedere qualsiasi cosa. Aerei schiantati contro edifici,
disoccupazione alle stelle, gente che perdeva la casa, petrolio
agli sgoccioli, ma qui, almeno, ci sarebbe stato da mangiare. Riempii
il canestro di pomodori, cavolo nero, cipolle e basilico, calcolando
tra me e me la discreta sommetta che tutte quelle verdure
sarebbero costate al farmers' market di New York, e tornai dentro
sperando di riuscire a farne buon uso.
In cucina trovai due attrezzi che oggi tratto come vecchi amici:
un coltello da chef con la lama da venticinque centimetri di
acciaio dolce, affilatissima, e una padella di ferro cos grande che
riuscivo a malapena a circondarla con le braccia. Mi misi al lavoro
togliendo le nervature dal cavolo nero e tagliando a pezzetti i
pomodori e le cipolle senza sapere con precisione cosa avrei preparato
da mangiare. Quello che sapevo di certo era che se il resto
della truppa aveva la mia stessa fame era meglio che abbondassi
in quantit. Misi la padella a riscaldare su due fornelli, poi dorai
la cipolla nel burro e aggiunsi le carote a cubetti, i pomodori e un
po' d'acqua per stufare il cavolo nero. Coprii la padella con un
oggetto che sembrava un tombino, e quando il cavolo nero divent
tenero scavai delle buchette in cui ruppi una dozzina di uova, che
avrei lasciato affogare. Poi unii un pesto di aglio e basilico a una
noce di burro e spalmai il tutto sulle fette di pane gi tagliate che
avevo trovato nella credenza. Una passata al grill e, proprio nel
momento in cui la truppa arriv dai campi, con gesto enfatico
estrassi dal forno la teglia di toast profumati, li tagliai in modo da
distribuire i pezzi nei piatti, e vi poggiai sopra il cavolo nero e le
uova affogate, dando l'ultimo tocco con una cucchiaiata di fiocchi
di latte e una macinata di pepe nero.
Quando tutti ebbero un piatto davanti, assaggiai trepidante un
boccone e solo allora mi rilassai. Era, a mio modo di vedere, di
una bont sorprendente - sul gusto dolce e fresco del cavolo nero
spiccava il sapore forte e penetrante dell'aglio e del basilico - e mi
sentii bravissima. Mi guardai intorno in attesa di lodi sperticate e
complimenti, ma vidi solo il bagliore delle posate e il deciso movimento
di diverse mascelle. Mi passi il sale, per favore disse Michael
alla fine. Ora so che non era colpa del mio pranzo. Anzi, sono
praticamente sicura che lo abbiano trovato tutti abbastanza
buono. Ma abbastanza buono non fa molto effetto su contadini
abituati a mangiare ogni giorno come re. Il cibo, mi disse un giorno
un francese,  la vera ricchezza. Fai crescere bene il tuo cibo e
ti sentirai insensatamente ricco, a prescindere da ci che hai.
Era tornata di nuovo la sera prima che riuscissi a intercettare
Mark. Michael, Keena e un gruppetto di altri volontari che avevano
corso tutto il giorno su e gi per i campi ora avevano finito,
ma Mark lavorava ancora. Cominciai a chiedermi se il tipo che avevo
davanti si fermasse mai. Con quelle gambe cos lunghe, correva
da un'incombenza all'altra attingendo a una riserva di energie
apparentemente illimitata. Controll l'irrigazione delle carote,
butt gi qualche appunto per il giorno dopo, si chin a strappare
un ciuffo di erbacce apparentemente innocue al limite del campo
di fragole, controll l'elettricit nel recinto per tenere lontano
il cervo e ci sistem come esca qualche batuffolo di cotone intriso
di essenza di mela, cos il cervo si sarebbe preso una forte scossa
sul naso. Gli trotterellavo dietro, tenendo in equilibrio penna e taccuino
insieme a un cacciavite e a pezzi di un tubo per innaffiare,
che Mark mi aveva distrattamente messo in mano. Parlava in continuazione,
con una velocit e una competenza linguistica che mi
sorpresero. Pensavo che i contadini fossero brava gente del tipo
sale della terra, non proprio stupidi, magari un po' lenti.
Non gli piaceva il verbo lavorare. Peggiorativo. Preferiva
coltivare, e cos diceva oggi ho coltivato quattordici ore. Non
aveva n televisione n radio, e immaginai che fosse stato fra le
ultime persone d'America a sapere cosa era successo l'11 settembre.
Continua a non sentire il telegiornale, perch  deprimente,
e comunque per la maggior parte dei problemi che presenta non
si pu fare niente. Si deve pensare al livello locale, agire su quello,
e la sua idea di locale non andava molto oltre i quindici acri
di terra che stava coltivando. La cosa giusta da fare era tentare di
capire come intervenire sul mondo intorno a s. All'inizio la sua
avversione si limitava alla plastica, ma stava diventando diffidente
verso qualsiasi metallo non potesse estrarre dal suolo e fondere
lui stesso. Anzi, quando sarebbe giunto il momento di costruire
una casa per s, Mark avrebbe voluto fare a meno dei chiodi e del
metallo in genere, in modo che il manufatto si potesse decomporre
fino a ridursi a nulla dopo la sua morte. Non aveva mai avuto
un'automobile. Quando doveva spostarsi andava in bicicletta
o in autostop. Recentemente aveva sviluppato un'avversione alla
parola dovrei, e questo lo aveva reso felice. Non sopportava
l'economia di mercato e l'anonimato delle transazioni. Amava l'idea
di una fattoria in cui i braccianti non lavorassero per denaro,
ma tutto funzionasse a forza di buona volont e di piaceri. La sua
teoria prevedeva che si cominciasse a dar via qualcosa, preferibilmente
qualcosa di importante, del valore, secondo i suoi calcoli, di
un migliaio di dollari circa. All'inizio, diceva Mark, gli altri sarebbero
rimasti sconcertati da un regalo cos grosso. Poi avrebbero
cercato di ricambiare, dandoti qualcosa di grosso in cambio. Allora
tu gli avresti dato qualcos'altro, e cos avrebbero fatto loro, e
in poco tempo nessuno avrebbe pi tenuto i conti. Sarebbe rimasto
un semplice flusso di beni da un posto in cui ce n'erano in eccesso
a un altro in cui mancavano.  diretto e d soddisfazione, e
in questo modo tutti stanno bene. Questo  completamente pazzo,
pensai. Ma se avesse ragione?
Alla fine feci cadere il tubo di gomma e il cacciavite e gli chiesi
per favore di fermarsi un attimo e di mettersi seduto insieme a
me in modo che potessi concentrarmi. Dovevo partire il giorno dopo,
e fino a quel momento non avevo ottenuto altro che poche
note confuse scribacchiate e le cosce doloranti. Lui smise di agitarsi,
mi guard e scoppi a ridere.
Approfittando dell'ultima ora di luce, camminammo nei campi,
superammo uno stagno e ci inoltrammo in un fitto bosco dove
gli scoiattoli si rincorrevano sul far della sera. Ci sedemmo sul
tronco di una quercia abbattuta e la calma improvvisa che ci avvolse
fu come toccare terra dopo un lungo viaggio in mare. Quando
Mark racconta la storia di noi due, indica questo momento
come l'inizio. Dice che, seduto sul tronco a rispondere alle mie domande,
inizi a sentire una voce dentro di s, una vocina insistente
e fastidiosa come una zanzara. Sposerai questa donna gli diceva.
Fece del suo meglio per ignorarla. Non era a caccia di fidanzate.
Aveva appena chiuso una lunga storia. E in pi eravamo in
piena estate. Lui aveva una fattoria da gestire. Aveva bisogno di
concentrarsi. L'ultima cosa al mondo di cui aveva bisogno era una
vocina che gli diceva che aveva trovato una moglie. Sposerai
questa donna insisteva la vocina e se fossi abbastanza coraggioso,
glielo chiederesti subito.
Mentre Mark stava considerando l'idea di chiedere la mia mano,
io valutavo le possibilit narrative di questa storia. Mark poteva
essere un argomento interessante. Era un uomo colto, parlava
bene e sembrava un tipo istrionico, un attore nato che sarebbe
certamente piaciuto a un certo tipo di pubblico. Era un buon
conversatore. Aveva un modo di pensare originale. Di Mark mi
piacevano il viso dai tratti marcati e le lunghe braccia e gambe.
Mi venne in mente che invece di tirarne fuori un articolo, forse
ne avrei potuto ricavare un libro. Avrei dovuto passare un sacco
di tempo alla fattoria, naturalmente, ma potevo subaffittare il mio
appartamento e trovare nei paraggi qualcosa di economico in cui
alloggiare. O piantare una tenda nel campo di carote.
Quando si fece buio, mi riaccompagn alla macchina. Stava parlando
di nuovo della sua casa ideale. Mi disse che sarebbe stato felice
di portarsi l'acqua in casa con secchi di legno, di indossare vestiti
fatti di pelle di daino, conciata con le sue mani. E come dovrebbe
essere la tua controparte femminile? gli domandai. Non riuscivo
in nessun modo a immaginare la donna giusta nel futuro di Mark. I
secchi mi sembravano pesanti, e la pelle di daino mi faceva schifo.
Mark mi disse in seguito che aveva considerato questa domanda
molto seducente. Nessuno di noi due ricorda la sua risposta.
Prima di ripartire, Mark mi riemp il sedile posteriore dell'auto
di verdure, uova, latte, maiale e burro, come se avessi bisogno
di provviste per una spedizione in qualche landa desolata. Nel
viaggio verso casa pensai a lui e al tempo trascorso nei campi, a
zappare broccoli e rastrellare sassi. Un inferno, ma volevo ritornarci.
Cosa mi stava succedendo? La catalogai come energia creativa.
Mi era successo qualche altra volta nel passato di scambiare
la fascinazione per amore, ma questa fu la prima volta che mi sbagliai
nell'altro senso.
Arrivai in citt dopo mezzanotte. Parcheggiai in seconda fila
davanti al portone del mio palazzo e scaricai le cassette che Mark
mi aveva dato. Era una splendida notte d'estate, i bar e i ristoranti
del mio quartiere erano pieni di giovani vestiti bene. Messe l
sul marciapiede, le cassette di legno fatte a mano da Mark, traboccanti
di cose da mangiare, sembravano venire da un'altra epoca.
Si avvicin un uomo che avevo visto nell'area cani del parco.
Come succede spesso, conoscevamo il nome dei rispettivi cani
ma non i nostri. Oh disse il Padrone di Bear. Abbiamo fatto la
spesa?. No risposi io. Sono stata in campagna. Gli allungai
una dozzina di uova, ripensando all'idea di generosit di Mark.
Bear annus la cassetta di verdure, e il tizio era sconcertato. 
cibo biologico dissi a mo' di spiegazione. Se ne and brandendo
le uova con fare circospetto. Alzai gli occhi al cielo e tornai alla
macchina per fare il giro dell'isolato in cerca di un parcheggio.
Vivevo sulla East Third Street, di fronte al quartier generale degli
Hells Angels. Casa mia era un appartamentino pieno di luce, e
la domenica mattina mi piaceva sedermi sulla scala antincendio
con il caff e guardare in basso al di l del muro il cimitero con le
lapidi ottocentesche e i carrubi dalla folta chioma. Ero andata a
vivere da quelle parti appena arrivata in citt, prima che l'East
Village diventasse un quartiere residenziale, quando c'erano ancora
un sacco di tossici in giro e l'affitto costava cinquecento dollari
al mese. Gli Angels avevano sempre uno o due delinquenti a
braccia conserte che facevano la guardia alla lunga fila di moto luccicanti.
Quando, tornando a casa a piedi la sera tardi, passavo davanti
all'ingresso c'era sempre un Angel ipermuscoloso con baffi
alla Zapata che mi squadrava dall'alto in basso e grugniva un
Buon ritorno a casa, che io trovavo confortante e in un certo senso
sexy finch non lo vidi avventarsi con una mazza da baseball
su un fattorino pelle e ossa che era andato a sbattere contro la sua
moto, e poi colpirlo violentemente sulla testa con la mazza mentre
era a terra. Mi rifugiai dietro l'angolo prima di chiamare la
polizia per paura che mi vedesse.
Il mio palazzo era un misto di gente che stava l da sempre con
l'affitto bloccato, e artisti pi o meno giovani e hippy, che erano
stati gli avamposti della trasformazione del quartiere. Al secondo
piano si era annidata Janet, una donna di mezza et che portava
parrucche elaborate e vestiti che risalivano all'epoca d'oro della
sua vita di cantante di night. Janet viveva alla finestra, montava la
guardia come Argo, con una muta di barboncini bianchi uggiolanti
dietro di lei. Niente entrava o usciva dal nostro palazzo senza
il suo commento. Trovavo confortante anche questa sua vigilanza,
ma quando l'ascensore era rotto e si passava davanti alla
porta di Janet la zaffata di barboncino ti feriva le narici e ti investiva
insieme alle urla che intimavano ai cani di fare silenzio, e l'unica
parola che ti veniva in mente era squallore.
Io vedevo qualcuno, ma il modo migliore per descrivere queste
relazioni  casuale, poich tergiversavo fra aperitivi, cene e serate
al cinema con un regista, un collezionista d'arte, un notista politico
e un ex. Davo per scontato che anche loro facessero come me.
Avevamo tutti molto da fare, ed eravamo molto cauti rispetto ai
sentimenti. Nel caso ci fosse stato spazio per l'amore, nessuno ne
avrebbe parlato. Io meno degli altri. Ero sopravvissuta a qualche
amore finito male e mi ero fatta l'idea che il bisogno di affetto fosse
poco attraente in una donna, soprattutto passati i trent'anni.
Meglio, pensavo, fare la dura e far finta di niente.
Nel frattempo, cercavo di allontanare da me un nuovo tipo di
dolore che cominciava ad affacciarsi. La prima volta me ne accorsi
in aeroporto. Agli arrivi c'era una folla di gente oltre la dogana:
qualcuno aveva dei fiori in mano, i bambini piccoli vestiti per
l'occasione urlavano eccitati e tutti aspettavano le persone a cui volevano
bene che stavano tornando a casa. Detestavo attraversare
quelle forche caudine di gente in attesa perch per me non c'era
nessuno. In fila per il taxi sentii cadermi addosso il peso della solitudine.
Infilai la chiave nella toppa di una casa dove l'unica attivit
in mia assenza era stata il movimento della luce del sole sulle
pareti e l'incursione di uno o due scarafaggi; e l'aria aveva l'odore
della solitudine. Il dolore si attenu un po' il giorno dopo, quando
ripresi il cane da casa di mia sorella e fui risucchiata dal flusso
della vita. Solo un po', per. E in breve dilag al punto che la parola
casa mi faceva piangere. Ne volevo una. E un uomo. Un
nido. L'odore dell'erba tagliata, le lenzuola stese ad asciugare, un
bambino che corre sotto lo spruzzo dell'irrigatore automatico. Desideri
modesti che mi sembravano irrealizzabili. Era cos lontano
dalla vita che avevo io, nessuna delle persone che conoscevo aveva
cose simili n le desiderava, e se le avesse desiderate non lo
avrebbe mai confessato. Pensai che ammettendo la presenza di
questo dolore avrei potuto imparare a conviverci, come succede
con i dolori che rimangono quando ci si rompe qualcosa, quelli
che ti fanno dire in anticipo che cambier il tempo.
Per tutta l'estate fui occupatissima a scrivere testi pubblicitari,
a insegnare, a mettere insieme lavoretti vari, non feci altro che tirare
avanti. Ero caffeinomane e a pezzi, in ansia per il denaro e, come
praticamente chiunque altro a New York, la trovavo una cosa normale.
La cosa diversa, l'eccezione alla regola, era il tempo che passavo
pensando a Mark e alla fattoria. Quel posto mi dava pace.
Volevo saperne il pi possibile. Mi comprai Il dono della buona
terra di Wendell Berry e lo lessi in metropolitana, scribacchiando
degli appunti sui margini. Com' fatto un erpice?. Com' una
pecora Southdown?. A settembre decisi di subaffittare casa mia,
passare un anno nei campi di Mark e scriverci un libro. Poi lui mi
telefon lasciandomi un messaggio in segreteria.
Avevo pensato a lui per ore e ore, avevo scritto su di lui, e cos
per me si era trasformato in un personaggio. La sua voce vera mi
colse di sorpresa perch suonava pi acuta della voce che mi sentivo
in testa mentre scrivevo. Fui costretta ad ascoltare due volte
il messaggio per capire il senso di quello che mi voleva dire, e cio
che mi invitava ad andare con lui per un week-end in un resort
molto vecchia maniera e pretenzioso nelle Catskills Mountains. Mi
sembr terribilmente fuori contesto rispetto al personaggio dell'agricoltore
ascetico e coraggioso che avevo descritto io, e il mio
primo pensiero fu che dovevo fare delle modifiche.
Poi mi chiesi se avrei dovuto accettare oppure no. Nel messaggio
diceva che gli avevano dato un week-end gratis per due persone,
tutto compreso, perch l'anno prima aveva tenuto un corso
di sopravvivenza invernale nel resort. C'era un convegno di chef
e agricoltori che secondo lui poteva essere utile per il mio lavoro.
Sembrava una buona occasione per andare avanti con le ricerche.
Capii il sottotesto. Ero cresciuta abbastanza per sapere che se un
uomo ti invita a passare con lui il week-end in un albergo  praticamente
obbligato a farti una proposta indiscreta. Non farlo equivarrebbe
a mettere una pistola in scena senza sparare. Ma Mark
era talmente diverso da tutti gli uomini che avevo incontrato fino
a quel momento che poteva rappresentare un'eccezione. E comunque,
io venivo da New York. Ce l'avrei fatta a cavarmela con
un contadino, santiddio. Non avevo nessuna intenzione di mandare
all'aria tutti i miei progetti per un flirt, e chiaramente l'ultima
cosa di cui avevo bisogno era una storia a distanza con un galletto
che odiava i chiodi. Per sicurezza, misi in valigia biancheria
vecchia e sbrindellata e decisi di non farmi la ceretta.
Uscendo dalla citt rimasi imbottigliata nel traffico e arrivai con
quattro ore di ritardo e i nervi a fior di pelle. Trovai Mark che
dormicchiava vicino alla reception, seduto su una sedia in equilibrio
sulle gambe posteriori, il viso nascosto dall'enorme cappello
di paglia che portava nei campi. Sul cappello, che era davvero
immenso, c'erano piume di tacchino. Cos era pi simile al mio
personaggio e mi sentii sollevata, ma subito dopo mortificata. Ripensandoci,
credo che sia stato a causa di quel cappello che ordinai
un secondo Martini la prima volta che cenammo insieme, il che
mi port, contrariamente ai miei migliori propositi, a fare il primo
passo, fatto storicamente incontestabile.
Quella sera iniziai a conoscere in modo dettagliato e piacevole
diversi stili di vita. Scoprii cos che Mark non aveva mai fumato
n si era mai sbronzato in vita sua, non aveva mai provato droghe
di nessun genere, n era andato a letto a destra e a manca. Aveva
mangiato sempre cibo sano e prevalentemente biologico, e aveva
trascorso quasi ogni giorno della sua vita adulta facendo un qualche
tipo di faticosa attivit fisica. Era la creatura pi sana su cui
avessi mai posato gli occhi.
Ci sono persone che sognano la pace nel mondo o la fine del
problema dei senzatetto. Io sogno un mondo in cui tutte le donne
abbiano, a un certo punto della loro esistenza, un amante che
non ha mai fumato o bevuto troppo, un uomo che non si  stufato
perch ha baciato troppe ragazze o perch ha visto troppi porno,
qualcuno che ha incantevoli muscoli nati dal lavoro onesto e
non in palestra, un uomo che non si vergogna dell'aspetto animale
della natura umana.
Dopo questo week-end smisi di fingere che stavo facendo delle
ricerche e riconobbi che mi trovavo davanti a un grosso cambiamento
nella mia vita. Accantonata l'idea del libro passai lunghi
week-end alla fattoria di Mark. Niente tacchi e niente computer.
Mi si aprivano davanti due mondi sconosciuti. Uno: il lavoro.
Raccoglievo le uova e davo da mangiare alle galline, mi sfinivo
nei campi. Viaggiando per lavoro, ero stata in tutto il mondo, e
avevo sperimentato ogni possibile piacere in cui la gente spende i
suoi soldi e trascorre le vacanze, ma non avrei saputo indicare un
altro luogo in cui sarei voluta stare o un'altra attivit che avrei voluto
svolgere invece di raccogliere uova tiepide nel pollaio.
L'altro mondo nuovo era il cibo. Mark cucinava bene. Che diamine,
tutti sanno cucinare con gli ingredienti che aveva a disposizione
lui: verdure con la terra ancora attaccata e penzolante, piante
officinali che crescevano a portata di mano, uova, latte e carne
di una qualit introvabile in qualunque tipo di negozio. Ma Mark
sapeva cucinare sul serio. Quando aveva undici anni sua madre si
stuf di sentire le proteste della famiglia sul mangiare e decise di
scioperare, cos Mark e la sua sorellina iniziarono a cucinare per
tutta la famiglia. All'inizio ci fu una serie di fallimenti: sere funestate
da ammassi di pasta e ketchup o tristi agglomerati di avanzi.
Ma a quell'et Mark era un ragazzo allampanato, iperattivo e cresceva
a scatti misurabili un tot di centimetri al mese. Aveva sempre
una fame da lupo. La fame  un'ottima maestra e Mark si dedic
alla cucina. Lesse Mastering the Art of French Cooking e a mano
a mano che otteneva qualche risultato diventava sempre pi
ambizioso. Si fiss sulla preparazione di un sushi perfetto e quando,
da adolescente, si prese una cotta per una compagna di scuola
le cucin una cena di sette portate. Alla fine abbandon i libri
di cucina e fece di testa sua restando fedele ad alcuni semplici principi:
coltelli sempre affilati, assaggiare tutto e non lesinare sul sale.
Questo amore per il cibo  in parte responsabile della sua successiva
scelta di dedicarsi all'agricoltura. L'unico modo in cui poteva
riuscire a permettersi la qualit di cibo che voleva, mi disse,
era diventare un banchiere o coltivarselo da soli, e lui non riusciva
a stare seduto il tempo necessario a diventare un banchiere.
Ed eccomi qui, a mangiare haute cuisine in una roulotte. Con
me Mark us la cucina come strumento di seduzione e di corteggiamento
al punto che non sar mai pi colpita da un uomo che
mi porta semplicemente a cena fuori. E mi innamorai di lui davanti
a un piatto di fegato di cervo.
Una volta, era autunno avanzato e anche se non avevamo ancora
avuto le prime gelate le temperature erano gi abbastanza rigide,
uscimmo in una notte limpida con un freddo pungente. C'era
una piccola falce di luna crescente e io ero ancora cos cittadina
da considerare una novit le stelle splendenti sul nero assoluto
del cielo. Mark chiuse i cani dentro la roulotte e tir gi il fucile
da uno scaffale in alto. Non avevo mai tenuto in mano un fucile e
mi colp il suo peso. Passai la mano sul legno liscio e scuro del
calcio e rabbrividii.
Fare una passeggiata di notte  profondamente diverso dal fare
una passeggiata di notte con un fucile. Ci incamminammo silenziosamente
lungo il sentiero che costeggiava le fragole, dove
aveva pascolato il cervo, muovendo delicatamente un piede dopo
l'altro, respirando a malapena. L'aria era carica di pericolo e di
attesa. Quell'anno la popolazione di cervi era cresciuta troppo, e
gli animali si spingevano nei campi coltivati nonostante le recinzioni
elettrificate e i due cani. Mark aveva una licenza speciale in
deroga che gli permetteva di cacciare fuori stagione, e anche di
notte. Mark non cacciava per sport, ma per proteggere le piante e
per mangiare la selvaggina.
Io portavo la luce. Mark imbracciava il fucile. Non so dire
quanto tempo restammo l fuori, in una specie di teso stato di trance,
prima che lui mi passasse il fucile senza dire una parola. Io lo
presi e appoggiai l'occhio sul mirino, una specie di telescopio con
un reticolo. Girai l'arma di scatto verso un cespuglio e nel debole
chiarore lunare vidi un gruppo di tre cervi, due esemplari giovani
con corna come ramoscelli insieme a una giovane femmina. Mi
colp un denso miscuglio di emozioni: la suggestione che si prova
al cospetto di un animale cos grosso e magnifico, una creatura libera
e selvatica, pi una buona dose di adrenalina e anche una bramosia
che identificai, e fu uno shock, con una forma di sete di
sangue. Mi iniziarono subito a tremare le mani e sentii il mio braccialetto
tintinnare sul calcio del fucile. Abbassai l'arma e la passai
a Mark, che la alz e spar. Nell'oscurit riuscii a malapena a individuare
la sagoma di due animali che fuggivano al galoppo nel
folto del bosco.
Il fegato del cervo era pi pesante di quanto si sarebbe detto,
e sodo, e mentre lo tenevo in mano sotto l'acqua corrente gelata,
conservava ancora il calore della vita. Osservai Mark tagliare il fegato
a fettine sottili, poi spolverarlo di farina condita con un po'
di sale e pepe, e infine adagiarlo in una padella con il burro sfrigolante
e una manciata di scalogni gi dorati, ormai trasparenti come
vetro. Fece una corsa fuori e ritorn con un mazzetto di erbe
aromatiche, le tagli in una rudimentale chiffonade e le butt in
padella. Le fettine di fegato avevano ancora una sfumatura rosa
quando le tolse dal fuoco per poggiarle su un piatto. Vers in padella
una dose generosa del vino bianco che avevo portato io e
una tazza di panna scremata dalla superficie di un gallone di latte.
Lasci un po' a sobbollire il tutto per farlo addensare, poi ci
rigir dentro le fettine di fegato da una parte e dall'altra. Da ultimo
le dispose con cura su un paio di piatti tiepidi nappandole
con la salsa. Sul tavolo c'erano due candele e una brocca con fiori
di campo. Una pagnotta di pane fatto in casa, un'insalata di
verdure fresche e una ciotola di legno piena di mele splendenti.
Mia madre fa parte della schiera di persone che nutrono per il
fegato un odio sincero. Da lei ho ereditato la convinzione che nel
fegato ci sia qualcosa da evitare a tutti i costi, perci fino a quel momento
non avevo mai assaggiato il fegato in vita mia. Probabilmente
 stata una fortuna, perch mi sono risparmiata il fegato non
proprio freschissimo che si trova al supermercato, che una volta
cotto diventa la colla appiccicaticcia che ha dato al fegato la sua
cattiva fama. E cos mi si  moltiplicato l'effetto sorpresa e il piacere
intenso di quel primo boccone. La consistenza mi faceva
pensare ai funghi spontanei, sodi ma teneri, e il sapore era netto
ma non schiacciante perch il selvatico era controbilanciato dall'accoppiata
panna-vino, pi familiare e pi addomesticata. E c'era
anche qualcos'altro, una pulsione primaria, una specie di bramosia
che faceva urlare al mio corpo: Mangialo, ne hai bisogno! 
stata la prima volta in cui ho intuito che nell'appetito c' una forma
di saggezza, e che se ci liberiamo del rumore bianco del cibo
trattato e ci mettiamo in ascolto, sano e buono vanno davvero a
braccetto. In fin dei conti siamo animali, istintivamente tendiamo
a preferire ci che ci fa bene, e non  strano che una parte
vestigiale di noi sia ancora accucciata accanto al fuoco, con l'acquolina
in bocca al pensiero di azzannare le compatte interiora piene
di nutrimento di un animale. Dev'essere stata la stessa parte
profonda di me che mi ha fatto innamorare di Mark. Non fare la
scema, diceva. Quest'uomo va a caccia, coltiva le piante,  forte,
sano e alto. Ti dar da mangiare e i suoi geni potrebbero contrastare
la tara lillipuziana della tua stirpe. Amalo.
Quella voce la sentii molto meglio in Pennsylvania piuttosto che
a Manhattan, la prima volta che Mark mi venne a trovare. Sal su un
pullman e io andai a prenderlo a Port Authority. Aveva un maglione
a collo alto rosso e impataccato, un giubbetto Carhartt marrone
che cadeva a pezzi e l'onnipresente, gigantesco cappello di paglia.
 raro che qualcosa impressioni i newyorkesi, ma quel cappello
tagliava la folla come una pinna di pescecane, provocando
ingorghi pedonali perch la gente si fermava a guardare. Notai
non senza soddisfazione che nella mia citt Mark sembrava a disagio
come minimo quanto io lo ero nella sua fattoria.
Avevo desiderato tanto che mi venisse a trovare, ma appena
arriv mi resi conto che non avevo idea di cosa fare con lui in
citt. Odiava i posti in cui si va per bere un drink, e non capiva
cosa ci fosse di bello nei bar, cio gli habitat in cui si svolgeva la mia
vita notturna e diurna. Provai a introdurlo al piacere di una tazza
di caff caldo leggendo il Times della domenica mattina, ma non
lo conquistai, e il mio appartamento era drammaticamente piccolo con lui che ci girava dentro come un ossesso. Non rimase impressionato
dai ristoranti in cui lo portavo, perch trovava i prezzi
scandalosamente alti per un cibo che generalmente era inferiore
a quello che mangiava nella sua roulotte. Aveva gambe troppo
lunghe per stare comodo in una poltrona a teatro. Non apprezzava
la trasandata eleganza del mio quartiere e dei suoi abitanti, n
lo impressionavano il livello professionale e i risultati raggiunti
dai miei amici. Non potevo portarlo a una festa con quel collo alto
e quel cappello. Rimanevano le librerie, che lo interessavano
moderatamente, e il flipper, che faceva appello al suo spirito competitivo.
Gli piacevano i taxi, perch molto spesso l'autista veniva da
un villaggio rurale di qualche paese sperduto del pianeta e Mark
intavolava un'accesa discussione sulla macellazione halal, sulle sfumature
dei finimenti del somaro, o sulla tecnica usata in qualche
villaggio per arginare i danni provocati dai ratti nei granai. Un
tassista greco si ferm e blocc il tassametro per descrivere nel dettaglio
come scuoiavano le pecore nel suo villaggio, tagliando una
fessura nella pelle di una zampa e poi gonfiandola come un pallone.
Qualche settimana pi tardi Mark ci prov e funzion. Quello che imparai io da queste esperienze fu che c'erano pi differenze
culturali fra me e Mark di quante ne esistessero fra lui e i tassisti
di New York originari di paesi in via di sviluppo.
C'era sempre il cibo, per. Quando il lavoro alla fattoria diminu
perch era cambiata la stagione, Mark inizi a venire a New
York ogni fine settimana. Arrivava a casa mia con le ormai ben
note cassette di legno traboccanti di zucche, verdure autunnali,
mazzetti di odori seccati e radici commestibili. L'elenco del telefono
fu relegato in cima a uno scaffale. Mark distrusse il nido che
un topo aveva fatto nel forno e scopr che funzionava. Riport alla
luce piatti e bicchieri che non ricordavo di possedere e butt una
pezza che mia sorella mi aveva portato dall'india sulla scrivania
trasformandola in un tavolo da pranzo.
Una sera di novembre, tornando a casa da una lezione, Mark mi
fece trovare i mobili cambiati di posto. Il mio letto stava in mezzo
all'appartamento, rifatto con lenzuola immacolate, e la scrivania/tavolo
da pranzo era vicino alla finestra, con vista sul cimitero
e una zuppiera fumante sopra. C'era zuppa di rape, che suona
come la meno romantica delle cene, a parte il fatto che era perfetta,
preparata con una variet giapponese di nome Hakurei che 
dolce e delicata e ricorda il sapore della polpa bianca e croccante
delle mele, pi l'ottimo brodo di pollo fatto da Mark e la panna
di fattoria. Il mio contributo fu il dessert: una bottiglia di Porto eccellente
e una tavoletta del cioccolato fondente pi buono che
fossi riuscita a trovare. Era un semplice cambiamento di posto di
tavolo e letto, e mi ricordo di aver pensato che se nei nostri soggiorni
in citt avessimo limitato il nostro rapporto al ristretto triangolo
di fornelli, tavolo e letto sarebbe stato tutto pi semplice.
Ho una foto di quella notte. L'ho scattata io con la macchina fotografica
a distanza di braccio, inquadra noi due in un angolo del
letto e sullo sfondo si vede la parete scrostata del mio appartamento.
Ancora oggi guardandola rimango senza fiato davanti alla
bellezza dell'ampio petto scolpito di Mark, alle dimensioni di quelle
mani callose poggiate sul mio seno.
Quella notte Mark mi disse che voleva andarsene dalla fattoria
in Pennsylvania. La terra non era sua e non poteva costruirci sopra
una casa, perci ora che ci eravamo incontrati non c'era alcuna
ragione per rimanere l. Voleva che abbandonassi la citt e lasciassi
l'appartamento per partire insieme a lui in cerca di una terra, un
luogo in cui avremmo potuto metter su insieme una casa e una
fattoria.
Ci eravamo conosciuti in estate e ci eravamo messi insieme in
autunno e ancora non era arrivato l'inverno. Pensai che lo amavo,
s, ma lo conoscevo ancora pochissimo. Mi stava chiedendo
di lasciarmi alle spalle le amicizie che mi ero costruita nella vita,
tutte le persone che conoscevo, con cui avevo in comune l'ambiente
di provenienza, l'istruzione e gli interessi. Il pensiero di allontanarmi
da mia sorella mi spezzava il cuore: abitava a Soho, a
dieci minuti a piedi da casa mia, e stare cos vicine era la cosa pi
bella della mia vita in citt. Come sarei sopravvissuta? Ero abituata
a presentarmi da lei senza preavviso per un caff o per un drink,
a commentare le rispettive tragedie sentimentali con il senno di
poi. E in pi c'erano i contatti professionali, i miei incarichi di insegnamento.
Per quanto modesti, erano tutto ci su cui potevo
contare. Mark mi stava chiedendo di tagliare l'unico ponte che
avrebbe potuto riportarmi a Manhattan se le cose fra noi non avessero
funzionato: l'affitto abbordabile del mio appartamento.
Anche lui avrebbe abbandonato molto. In Pennsylvania si era
costruito una certa fama, una clientela affezionata, una rete di contatti
di vitale importanza. Aveva investito nelle infrastrutture necessarie
alla fattoria. Ma fu molto chiaro e sembrava assolutamente
sicuro di s.
Ci che mi stava offrendo - una casa - mi stava cos a cuore
che mi scaten una specie di vibrazione. Me lo descrisse in modo
tale - cinquanta acri di terreno fertile, una casa di campagna con
vecchi tavoli di legno in cucina, un bel frutteto, mucche e cavalli
al pascolo e galline razzolanti nel cortile - che alla fine riuscii a
vederlo perfettamente e lo potevo quasi toccare. Buttai l con nonchalance
la notizia che avevo gi provato a convivere con precedenti
fidanzati, ed era stata una pessima esperienza con tutti gli
svantaggi e nessun vantaggio del matrimonio. Ma io non voglio
essere il tuo ragazzo, mi rispose come se fosse la cosa pi normale
del mondo. Io voglio essere tuo marito.
Ancora una volta pensai che fosse un pazzo, oppure no, calcolando
che le probabilit erano pi o meno pari.
Quando Mark torn alla fattoria, mi vidi con il mio amico James
per giocare a flipper all'Ace Bar sulla Fifth Street. Erano le
quattro del pomeriggio e il locale era deserto a parte la barista, una
ragazza magrissima e tatuata per cui James aveva una cotta, e un
paio di bevitori dall'aria spenta sugli sgabelli dal lato opposto del
bancone. James e io andavamo sempre l il pomeriggio e nessuno
aveva da ridire su Nico, il mio grosso cane pastore, una femmina
meticcia, che vagava per la sala salutando chiunque con una bella
linguata e trascinando il guinzaglio sul pavimento appiccicoso di
birra stantia. Il flipper era con i Simpson, quello che mi piaceva
di pi, e mentre raccontavo il mio week-end a James presi il bonus,
perci la notizia che stavo per andarmene da New York per andare
a vivere con il contadino fu sovrastata dal tintinnio dei campanelli e dal colpo secco delle alette. James e io eravamo nelle stesse condizioni:
liberi professionisti e non pi ragazzini. Venivamo da famiglie
borghesi molto simili e ce le eravamo lasciate alle spalle
con tutto il corredo di convenzioni, regole, gusti e ordine prestabilito.
Credo che entrambi fossimo incerti fra il considerare avventurose
le vite che ci eravamo costruiti noi e disastrose quelle
che conducevano loro, e che trovassimo confortante la presenza
reciproca. Quando gli dissi che partivo non mi volle credere.
Idem con il mio amico Brad. Stava per sposarsi ed era nella condizione
ideale per credere all'amore, ma questa mia storia gli sembr
un'esagerazione. Non me la sentii di criticarlo. Non sembrava
vera nemmeno a me prima di ripeterla quattro o cinque volte.
Mia sorella impazz letteralmente. Mi stai abbandonando comment.
Credo che il padrone di casa fu l'unico a fare i salti di gioia
sentendo che mi trasferivo alla fine del mese. I prezzi dell'East
Village erano in vertiginosa ascesa e lui ristruttur l'appartamento
e l'affitt a una cifra da capogiro prima ancora che si raffreddasse
la maniglia.
Mark e io andammo dai miei per il giorno del Ringraziamento.
Avevo lievemente modificato le novit che mi riguardavano, dicendogli
che avevo intenzione di lasciare l'appartamento e la citt
e di cercare una fattoria insieme a Mark, eliminando ogni accenno
al matrimonio. Mia sorella aveva conosciuto Mark a New York
e ne aveva fornito descrizioni confuse, che presumibilmente erano
state seminate in giro. Era l'occasione per presentarlo ai miei genitori
e a Jeff e Dani, mio fratello e consorte, che vivono in Virginia.
Jeff  un ufficiale di Marina, un pilota, di quasi due anni pi
grande di me. Agli inizi della carriera il suo lavoro consisteva nello
stare in piedi sulla piattaforma delle portaerei a dirigere gli atterraggi,
e dalla sua valutazione dipendeva la vita del pilota sull'aereo
in arrivo. In altre parole,  una persona seria, logica e totalmente
affidabile senza tanti grilli per la testa.
Arrivammo carichi di roba da mangiare. Io ero in preda al fanatismo
della neofita, ansiosa di sfoggiare gli spettacolari ortaggi
coltivati dal mio fidanzato - cavoletti di Bruxelles ancora attaccati
allo stelo, patate dolci, barbabietole, zucche con la polpa color
mango maturo. Quella settimana, Mark aveva aiutato i suoi amici
Amish a macellare i tacchini e ne port uno, con un barattolo del
suo burro giallo fatto in casa. Avevo dimenticato quanto fosse immacolato
il mondo di mia madre finch non entrai in casa con
quelle cassette sporche di terra con qualche foglia appassita penzolante
dal fondo. Sembrava che stessimo per contaminare la superficie
su cui le avremmo poggiate, perci pap dirott Mark in
garage e mia madre mi chiese sottovoce se ero sicura che fosse prudente
mangiare il tacchino, che si presentava avvolto in una busta
di plastica gocciolante, con il collo senza testa che spuntava fuori
in modo osceno. Mi ero dimenticata anche che mia madre preferisce
mangiare cibo perfettamente controllato e ignorarne il pi
possibile l'origine. Quando eravamo piccoli, non comprava mai
uova marroni, perch le sembravano troppo contadine.
Mark aveva un aspetto solo lievemente pi degno di fiducia
del tacchino. Veniva direttamente dai campi, e l'ultima cosa che
aveva fatto era stata cogliere il cibo che avevamo portato. Avrebbe
potuto almeno tagliarsi i capelli e radersi. Portava una maglietta
consumata messa alla rovescia. (Mark sostiene che le magliette
vadano indossate cos come escono dalla lavatrice, al dritto o al
rovescio che sia. Andr bene la volta dopo. In questo modo si
consumano in modo uniforme). Ha un bellissimo sorriso disse
mia madre quando rimanemmo sole. Mark dorm nella camera
degli ospiti, e io nella mia stanza da ragazza circondata da vecchi
libri e dalla copia incorniciata del mio certificato di laurea, che
mi fissava dall'alto del muro con aria accusatoria. Non hai studiato
per questo mi ammoniva.
La mattina del giorno del Ringraziamento mamma lasci la sua
cucina a quest'uomo sconosciuto, alto e di aspetto selvatico, e lui
si mise a cucinare con un abbandono totale. Inizi alle sei, prima che
il resto della casa si svegliasse, rovistando nei cassetti in cerca di
utensili, perfettamente a suo agio. Alle sette, quando gli abitanti della
casa iniziavano a emergere dalle camere da letto in cerca di caff,
si stava cucinando l'anima, sei piatti tutti insieme, e il cibo saltava da
ogni parte come i trucioli di legno intorno a una sega elettrica. Preso
dall'entusiasmo aveva imbrattato la cucina immacolata di mamma,
schizzando il muro di panna, camminando sui pezzi di patate
caduti per terra. Mi precipitai a intercettare le barbabietole sulla
traiettoria del tappetino bianco, e a mezzogiorno in punto stappai
una bottiglia e versai a mamma un bel bicchiere di vino.
Alle tre il tacchino usc dal forno in tutto il suo splendore, con
la pelle croccante e perfettamente dorata. Non avrebbe sfigurato
sulla copertina di un libro di alta cucina. Mark fin presto di cucinare
e and con pap e Jeff nel giardino sul retro a spaccare la legna
per il camino. Osservai dalla finestra il suo corpo muscoloso,
il modo in cui sollevava l'ascia e la faceva ricadere, come una forza
della natura, senza fretta, senza posa. Spacc la legna di un intero
albero, poi rientr per preparare la salsa, mescolando al sugo
del tacchino rimasto nella teglia la farina, il brodo, il vino e le
erbe aromatiche. Dani si avvicin al fornello per assaggiare e
sgran gli occhi. Questa salsa mi indurisce i capezzoli mi bisbigli.
Poi ci sedemmo a tavola e il cibo ammali tutta la famiglia.
Fu un pasto semplice, senza fronzoli, il tipo di cucina che fa
parlare il cibo da s. Mia madre confess che era il miglior tacchino
che avesse mai mangiato in vita sua e disse che da quel momento
in poi avrebbe comprato soltanto patate biologiche. Per
Mark il cibo dal seme alla tavola  una forma di amore, amore
per la vita e amore per le persone intorno a lui. Penso che la mia
famiglia cap la profondit del suo amore e fra la torta di zucca e
l'ennesimo bicchiere di vino decise, nonostante lui continuasse
tranquillamente a esprimere il suo desiderio di vivere in un'economia
senza denaro e in una casa senza chiodi, che forse era possibile,
niente pi che possibile, che io non fossi completamente impazzita.
Direi che  il meglio che ci ha portato in casa finora
sentii mio fratello borbottare a mia sorella mentre prendevano il
caff. Non era un esordio brillante, ma avevano deciso di offrirgli
una seconda possibilit.
Mark torn con me in citt per aiutarmi a fare i bagagli e traslocare.
Ero completamente stordita, mi sentivo come mi sento
quando sono in aereo per andare in un paese lontano e sconosciuto,
subito prima che le ruote si stacchino dalla pista. Facemmo
una selezione dei miei beni: un grosso mucchio di cose che secondo
Mark non mi sarebbero servite nella mia nuova vita e un minuscolo
mucchietto di cose da portarmi dietro. Non volevo disfarmi
del letto che mi era costato una montagna di quattrini, e che adoravo.
Non ti preoccupare disse Mark. Te ne far io uno nuovo,
e sar molto pi bello di questo, e speciale, perch sar fatto a mano.
Cos trascinammo il mio letto di sotto, a casa di Janet, e la
aiutammo a buttar via il suo vecchio, che puzzava di barboncini;
poi buttai le chiavi dentro casa e chiusi la porta su tutto.
Ci stabilimmo a New Paltz, un'ora e mezzo di distanza lungo
il fiume Hudson, dove Mark era cresciuto e dove vivevano ancora
i suoi genitori e sua sorella. Prendemmo in affitto dai suoi met
casa, la parte in cui era vissuta sua nonna fino alla fine. Era incastrata
nel tornante di una strada di montagna e aveva un vecchio
fienile sul retro pieno di manufatti di famiglia: cianografie degli
edifici a molti piani di Manhattan disegnati dal nonno di Mark,
scatoloni di documenti vari e grossi mobili. I boschi iniziavano
sui declivi dietro il fienile e oltre i boschi c'era la catena dello
Shawangunk Ridge, con lo spuntone del Bonticou Crag, una nodosa
proboscide di roccia. Pochi giorni dopo il nostro arrivo,
Mark mi port a fare un'escursione su quei dirupi dietro la casa.
Era gennaio, le rocce erano gelate e Nico, abituata a passeggiare
sui marciapiedi, faceva fatica a tenere il passo dell'arrampicata.
Guadagnammo la cima e Mark, fino ad allora pressoch muto
per il nervosismo, mi chiese ufficialmente di sposarlo. Guardai
un falco che volteggiava sotto di noi, nel cielo limpido e freddo.
C'era un vento crudele, una vista spettacolare. Risposi di s. Quando
telefonai alla mia famiglia per comunicare la notizia, i miei genitori
non furono proprio abilissimi nel mascherare la preoccupazione
per quella che definirono una decisione affrettata, e mio
fratello arriv a chiedermi senza ironia: Con chi?. Mia cognata
mi fece notare che un fidanzamento lungo  un bene perch permette
alla coppia di mettersi reciprocamente alla prova, e mia sorella
Kelly sentenzi apertamente che se era quello che volevo
dovevo andare avanti, perch tanto c' sempre il divorzio.
La casa di New Paltz doveva essere una tappa, una base in cui
rimanere mentre cercavamo la materializzazione della visione che
Mark mi aveva offerto - terra, casa di campagna, frutteto. Nello
stordimento che precede il volo, avevo immaginato una tappa di
breve durata. La cattiva notizia fu scoprire che era un pessimo momento
per quel tipo di ricerca. New Paltz stava assorbendo un'ondata
di migrazione dalla citt post-11 settembre e il boom edilizio
era in pieno fervore. I prezzi dei terreni erano alle stelle. Le fattorie
che visitammo costavano venticinquemila dollari all'acro e la
qualit del terreno non era niente di che. Cominci a trattarsi di
una tappa spiacevolmente lunga.
Era la prima volta che Mark non aveva una fattoria dai tempi
del college e senza un regolare lavoro fisico che lo impegnasse era
pi teso di un border collie senza gregge. Il suo lato ossessivo
prosperava senza controllo. Voleva vivere senza elettricit, ma poich
non poteva sradicare l'impianto elettrico dalla casa dei suoi genitori
decise che non l'avremmo usata e basta. Compr decine di
candele e si imbestialiva se accendevo un interruttore della luce.
Costru una compost toilet con un secchio di stagno, il sedile di
un water e una cassetta di legno e la install in mezzo al soggiorno.
Alle mie proteste, Mark aggiunse di malavoglia un paravento.
Impar a filare la lana e ci pass delle ore finch non ottenne un
ottimo filato sottile. Un vicino aveva un forno a legna fuori di casa
e Mark se ne appropri producendo ogni settimana quaranta
pagnotte di un pane compatto come un mattoncino, che lasciava
sui gradini davanti alla porta di casa dei vicini. Andava e tornava
in bicicletta dal New Jersey.
Dopo un mese di fidanzamento, invitammo i miei genitori per
fargli conoscere i genitori di Mark. Mio padre  un repubblicano
convinto, veterano dell'aviazione e da quando  in pensione le sue
idee politiche sono scivolate sempre pi a destra. Non crede al riscaldamento
globale, che nella sua mente non  altro che una frottola
inventata dagli ambientalisti sfegatati o un complotto delle Nazioni
Unite, perpetuato, in un caso e nell'altro, dai media liberal.
Mia madre ha una dozzina d'anni in meno di lui, la stessa generazione
dei genitori di Mark, ma quando ha sposato pap  passata
direttamente da Elvis e dalle gonne a ruota ai Martini e all'easy listening,
saltando a pi pari i Beatles. Rimarrebbe malissimo se fosse
sorpresa in casa con i letti sfatti, un po' di polvere sui mobili o
senza l'impronta evidente dell'aspirapolvere sui tappeti. Nessuno
l'ha mai vista in giro senza trucco o con un capello fuori posto.
Ma se i miei genitori sono persone che i genitori di Mark definiscono
borghesi, i genitori di Mark sono persone che i miei definiscono
eccentrici. Se ne andarono da New York alla fine degli anni
Sessanta trasferendosi su un fazzoletto di terra argillosa sulle Catskills
Mountains e pian piano impararono a coltivare la terra e a
produrre in proprio il cibo di cui avevano bisogno. Vissero in un
ex-fienile e finch non nacque Mark non ebbero l'impianto idraulico.
Il padre di Mark aveva studiato ingegneria, ma era diventato
falegname, attivista locale e infine agricoltore. La madre di Mark 
una naturalista. Nel suo freezer si pu tranquillamente trovare una
marmotta stecchita o uno sfortunato uccellino che si  rotto la testa
contro una finestra, in attesa di una divertente autopsia. Durante
una festa l'ho vista con i miei occhi prendere la chitarra e intonare
Kumbaya senza ombra di ironia.
Durante la cena per festeggiare il nostro fidanzamento, la mamma
di Mark lesse una poesia che aveva scritto in nostro onore intitolata
Piovono bombe in Iraq, che i miei genitori seduti di fronte
a lei accolsero con un silenzio gelido. La brutta atmosfera che
gravava su di noi si tagliava con il coltello come il pane che stavamo
mangiando. Mark era immerso nella fase Senza Luce e dopo
cena mio padre and tentoni alla macchina per prendere una torcia
elettrica da dare alla mamma in modo che riuscisse a guadagnare
il bagno, dove accese l'interruttore con rabbia.
Le settimane diventarono mesi e noi continuavamo a dormire
su un materasso per terra. Sembrava che Mark non avesse alcuna
fretta di costruirmi un bel letto e ogni volta che mi coricavo provavo
un leggero senso di rancore.
Cercai di tenere a galla il mio cuore che andava a fondo insieme
al sogno che mi aveva catapultato lontano dalla citt - la casa
di campagna, il frutteto e i pascoli pieni di animali felici - e pensai
che forse avrei potuto usare anche questa tappa intermedia per
acquisire delle capacit che mi sarebbero state utili nella mia nuova
vita. Lessi libri di apicoltura e mi procurai un'arnia. Mark mi
aiut a costruire un pollaio nel cortile dietro casa e io setacciai con
cura i cataloghi di vendita di animali finch non capii cosa volevo:
otto galline Plymouth Rock a mantello barrato in cerca di casa.
Il branco arriv con un gallo, uno di quelli cattivi. Aveva giganteschi
speroni all'antica ed era furbo. Era stato aggiunto in omaggio,
ma era un grosso problema. Attaccava preferibilmente alle
spalle e una volta mi chiuse in un angolo della serra e mi colp cos
forte con lo sperone che mi fece sanguinare la gamba. Ero cos
impaurita che cominciai a uscire armata di scopa. Mark lo trovava
esilarante. Peser poco pi di due chili diceva. Puoi farcela.
Consultai i forum dedicati al pollame e scoprii che l'unico rimedio
al brutto carattere di un gallo cattivo  trasformarlo in coq au
vin. Mark lo tenne a testa in gi, io presi un coltellaccio affilato e
lo brandii sospeso all'altezza del collo del gallo, ma il pensiero di
sgozzarlo mi rendeva fisicamente debole. Quando finalmente mi
decisi colpii in modo incerto, il che provoc una morte non troppo
bella, e in seguito fui ossessionata dalla mia maldestra esecuzione,
sbrindellata e urlante. Se avessi mai dovuto farlo di nuovo,
mi dissi, volevo essere in grado di farlo bene. Mi informai in giro e
scoprii che in paese c'erano due donne che stavano per macellare
un intero branco di polli. Chiesi se potevo partecipare, a scopo
conoscitivo, e loro acconsentirono.
Jana e Suri erano sulla cinquantina, portavano Birkenstock e
vestiti scoloriti con la candeggina ed erano vecchie amiche, che in
altri tempi avevano vissuto insieme in una comune. Non erano
contadine, ma da sempre producevano in proprio almeno una parte
del cibo che mangiavano. A differenza di Mark, che in questo
genere di cose  assolutamente prosaico, consideravano la macellazione
un qualcosa di sacro, perci l'ammantarono di spiritualit
con un'improvvisata cerimonia. Appena arrivai, diedero fuoco
a un mazzetto di salvia e mi incensarono con quel fumo. Poi
appesero un lenzuolo fra il ceppo e il pollaio, cos che gli animali
vivi non fossero costretti ad assistere all'anteprima della loro dipartita.
Jana prese un pollo e prima di poggiarlo sul ceppo e decapitarlo
con l'accetta, lo cull fra le braccia come un bambino. Grazie,
Pollo cantilen. Grazie per la carne che ci dai per le nostre figlie.
Ti siamo grate. Tu ci nutri. Ora fa' che il tuo spirito si innalzi
per raggiungere il Padre Sole. Tac! Abbatt cos due o tre
pennuti, poi me ne porse uno. Io afferrai il pollo per le zampe e
lo guardai negli occhi. Le penne si aprirono, smise di sbattere le
ali e, si potrebbe dire, perse i sensi. Mi schiarii la gola. Non avrei
mai potuto raccomandare la sua anima al Padre Sole, ma sentivo
il peso di ci che stavo per fare - togliere la vita a una creatura sana,
un essere senziente, che se avesse potuto scegliere avrebbe
senz'altro preferito vivere - e mi sentii riconoscente, profondamente
riconoscente. Pollo? iniziai. L'animale sbatt lentamente
i suoi occhi assurdi incastrati nella maschera gommosa del capo.
Mi dispiace. Spero sia rapido. Grazie infinite. Tac!
Quel giorno migliorai moltissimo nella macellazione dei polli
e Jana e Suri furono molto gentili con me e mi diedero il primo
uccello che avevo assassinato da portare a casa e mettere in forno.
Lo cucinai e lo mangiai con la devozione che nasce dalla conoscenza,
e con una gratitudine che si poteva esprimere con la
salvia cerimoniale o, altrettanto bene, con la meticolosa preparazione
e il piacere di un fantastico ripieno di salvia.
Intanto non facevamo progressi nella ricerca della fattoria. Ci
di cui avevamo bisogno, secondo Mark, era tanta terra buona su
cui poter vivere, da coltivare esattamente nel modo che volevamo,
su cui poter costruire una casa in cui stabilirci. Mark lo voleva
gratis. Sarebbe successo, mi spieg, perch fin dall'infanzia lui
aveva intorno a s un cerchio magico, una specie di alone fortunato
che attirava gli eventi giusti al momento giusto. Attraeva da sempre
cose positive e sarebbe arrivata anche la fattoria. Credeva non
ci sarebbero voluti pi di nove mesi purch io non avessi offuscato
il suo cerchio magico con le mie idee pratiche, la mia negativit.
Era una situazione esasperante.
Pi si trascinava la ricerca, pi ci irritavamo a vicenda. Il primo
folle ardore si era raffreddato e stavamo scoprendo le profonde
differenze che c'erano fra noi. Sotto la scorza bohmienne scoprii
di essere il prodotto piuttosto prevedibile della mia educazione
borghese. Credevo nell'influsso benefico della manicure o di
un paio di scarpe nuove. E sotto il proteiforme aspetto esteriore
di Mark stavo scoprendo strati e strati di irriducibile cultura
hippie. Scoprii che era stato a piedi nudi per tutto il secondo anno di
college, compreso l'intero inverno della Pennsylvania orientale. Mi
accorsi che la gente abbassava il finestrino della macchina per l'odore
forte delle sue ascelle lasciato al naturale. Immaginai che se
ci fossimo incontrati in un altro periodo della vita saremmo fuggiti
il pi in fretta possibile l'uno lontano dall'altra.
Ci salvarono due cose. Innanzitutto ritornai a scrivere articoli
di viaggio uno dopo l'altro, il che ci tenne su continenti diversi
per svariati mesi. E poi ci fu un uomo generoso ed entusiasta,
Lars Kulleseid, che nel suo vagabondare inciamp nel cerchio magico
di Mark. Era il padre di un amico della sorella di Mark e al termine
del nostro primo incontro ci offr l'affitto gratuito di un grosso
appezzamento di terra buona che possedeva a nord, vicino al lago
Champlain. Ci disse di coltivarlo nel modo che credevamo pi
opportuno e accett l'idea che avremmo un giorno potuto costruirci
sopra una casa e una fattoria in muratura. Erano esattamente
nove mesi da quando avevamo iniziato la nostra ricerca.
Vedemmo per la prima volta Essex Farm in una giornata ventosa
di settembre. Avevamo preso il treno che sale lentamente verso
nord da Poughkeepsie, le biciclette e l'attrezzatura da campeggio stipate
nel carro merci. Viaggiammo a scossoni lungo l'Hudson, nell'Adirondack
Park, superammo il lago George e arrivammo nella
desolata stazione di Westport, sulle rive del lago Champlain. A
ovest, le foglie sulle Adirondack Mountains avevano iniziato a cambiare
colore e i villeggianti che d'estate arrivano da New York e da
Boston avevano gi chiuso le case sul lago ed erano ritornati in citt.
Percorremmo in bicicletta la strada nel bosco in direzione nord,
che costeggia la sponda del lago, passando davanti a un po' di tutto:
casette di operai, piccoli cottage di vacanza e ricchissime tenute.
Lars faceva l'avvocato a Manhattan e otto anni prima aveva
comprato questa fattoria di cinquecento acri come investimento
perch, diceva, amava la terra e perch gli ricordava il ragazzo
che era stato e le felici vacanze estive nella fattoria di sua nonna
in Norvegia. Sin dal momento dell'acquisto, l'aveva data in gestione
a un custode. Non era andato alla fattoria molto spesso come
pensava di fare. Quando arrivammo noi stava prendendo in
considerazione l'idea di venderla, ma il nostro progetto, anche se
rozzamente abbozzato, lo interess al punto da offrirci, se trovavamo
la terra di nostro gradimento, l'affitto gratis per un anno di
casa, fienili, terra e attrezzi.
Seguendo la mappa di Lars, attraversammo in bici il minuscolo
centro abitato di Essex, superammo le case di met Ottocento che
sembravano uscite da un libro di storia, il caratteristico molo del
traghetto, la vecchia biblioteca di pietra e i pochi negozietti su Main
Street, tutti chiusi perch fuori stagione. La fattoria iniziava a ovest
della cittadina, subito dopo la caserma dei pompieri. Alla prima occhiata,
nella luce crepuscolare, vedemmo campi ricoperti di erbacce
e un tratto della recinzione che aveva un urgente bisogno di
sostituire il filo spinato. Qualcuno tagliava freneticamente il fieno
e due trattori lavoravano in fretta prima che facesse buio.
Trovammo la strada sterrata fra due frontoni di pietra stondati,
su quello a est c'era un cartello verde sbiadito con scritto ESSEX FARM.
La strada era costeggiata da giovani aceri con le foglie rosse, l'erba
era ben tagliata, ma la casa, qualche centinaio di metri pi avanti,
aveva i muri con la pittura scrostata e il tetto l l per cedere. La finestra
sul davanti era rotta e sembrava una casa orba di un occhio.
Ci fermammo l davanti per orientarci e subito un nerboruto pitbull
si scaravent fuori dal garage seguito da un paio di cani da pastore
meticci. Il pitbull arriv alla fine della catena e si sollev all'indietro
mostrando i testicoli giganteschi. I cani bianchi avevano
un'aria meno omicida e facendosi piccoli ci girarono intorno alle
gambe. Da una finestra aperta del primo piano, si sentiva una televisione
a tutto volume che trasmetteva il football, ma nessuno ci apr.
Continuammo per la strada, fiancheggiata da una parte e dall'altra
da costruzioni sull'orlo del collasso. Appena fuori dalla carreggiata,
un pulmino scolastico pieno di vecchie ceste di plastica per portare
il pane stava sprofondando sottoterra.
Entrammo con le biciclette a mano nel granaio. Sul pavimento
c'erano due pollici di vecchio grano e quando aprimmo la porta una
lama di luce tagli in due la polvere e sped verso le vie di fuga un
grosso esercito di ratti. Lasciammo le biciclette e ci incamminammo
verso est, ritornando in direzione del lago. Saliti su un lieve
pendio notammo che la fattoria era un mosaico di campi aperti e zone
adibite a vivai di alberi - abeti rossi, querce palustri, tigli e aceri
rossi - piantati in file dritte. Il terreno era pianeggiante e in parte tendente
al paludoso. Piantammo la tenda nel folto di un bosco di
tuie. I cani bianchi ci avevano seguito e volevano attenzione.
Quando finimmo di piantare i paletti della tenda era quasi buio.
Tornammo dove avevamo lasciato le biciclette, pedalammo a ritroso
per l'ultimo tratto di strada che avevamo percorso all'andata
e tornammo al villaggio di Essex. Ero stanca morta e avevo ancora
un po' di jet lag perch ero tornata da poco da un viaggio in
Asia e l'unica cosa che volevo era dormire, ma ancor pi mangiare.
Per qualche ragione non ci eravamo portati nessun tipo di provvista
e nel mio corpo il calo degli zuccheri raggiunse il livello di
guardia. Avevo una fame da lupo. Avevo talmente fame che ero
arrabbiata. Aspettando Mark che andava a vedere cosa si poteva
trovare, mi sedetti su una panchina fuori del municipio. Quando
torn mi circond cautamente con il braccio prima di darmi la cattiva
notizia: l'unico posto in cui si poteva mangiare era una locanda
e non ci avrebbero servito, nonostante i tavoli vuoti che si vedevano
dalle finestre, perch non avevamo prenotato. Non c'erano
negozi e la citt pi vicina era a otto chilometri di distanza,
quasi tutti in salita. Ormai era buio e pensavo che non sarei mai
riuscita a tornare alla fattoria, per non dire nel paese vicino, senza
aver prima mangiato qualcosa. Fremevo di rabbia e odiavo ogni
angoletto pittoresco di quel posto cos piccolo e stupido in cui
potevi letteralmente morire di fame. A quel punto odiavo anche
la fattoria. Era umida, e paludosa, e d'estate probabilmente le
zanzare ti mangiavano vivo. Mi chiesi se mi avrebbero arrestato nel
caso mi fossi addormentata sulla panchina e decisi che volevo essere
arrestata perch sarebbero stati costretti a portarmi in prigione
nell'auto della polizia e a darmi da mangiare. E probabilmente
sarebbe stato un cibo che avrei molto gradito, tipo pane e
burro d'arachidi. L'unico semaforo di tutto il paese lampeggiava
ininterrottamente su una strada deserta.
Il fascio di luce dei fari di un'auto che entrava nel parcheggio
di fronte alla panchina illumin quella scena pietosa. Un uomo
con i capelli d'argento usc dall'auto con una casseruola in mano coperta
da un panno. Ci fece un gran sorriso, vide le biciclette, ci chiese
da dove venivamo e dove eravamo diretti. Mark gli rispose che
venivamo da Poughkeepsie e che avevamo piantato la tenda a Essex
Farm. Bene disse avete fame?. Persino disperata com'ero
mi sentii sulla punta della lingua l'inevitabile No, grazie che ero
abituata a rispondere in citt, dove non ci si fida di nessuno che faccia
un gesto gentile non richiesto. Ma Mark aveva gi accettato, e
l'uomo ci guid al di l della strada nello scantinato di una grande
chiesa di pietra e apr la porta su un misto di acciottolio di stoviglie,
chiacchiericcio e risate che saliva da un mare di capelli grigi.
Si sarebbe detto che ci stavamo imbucando in un raduno geriatrico,
ma io non ci feci caso perch avevo adocchiato i lunghi tavoli
appoggiati al muro pieni di ogni ben di Dio. Identificai vassoi di
prosciutto, fagioli in umido, pur di patate e gelatine dai colori squillanti
guarnite di frutta e sormontate da spruzzi di panna montata color
pastello. L'uomo che ci aveva condotto fin l richiam l'attenzione
generale e cinquanta volti rugosi si voltarono verso di noi. Ci
present come esperti ciclisti in viaggio da luoghi lontani, che non
avrebbero disdegnato un po' di cibo, e nella sala scoppi un grande
applauso. Poi mi resi conto che qualcuno mi toccava il gomito e
mi stava guidando attraverso la folla verso quei tavoli carichi di calorie,
mi aveva messo un piatto in mano e mi stava versando un bel
t freddo. Mi chiesi per un istante se non fossi sprofondata in un
sogno o se non si trattasse di un crudele miraggio, ma immediatamente
mi ritrovai seduta a tavola. Era il mangiare che preparano le
nonne, creato per riempire lo stomaco di uno spalatore o di un
bracciante agricolo. Mangiai gallette affogate in un intingolo, fagiolini
con scagliette di mandorle e una coscia di pollo fritto. C'era anche
un grosso distributore di caff bollente e un tavolo pieno di dolci.
Una volta riacquistata la visione periferica e la facolt di parola,
compresi che eravamo finiti nella festa per il centenario della chiesa
metodista della contea dell'Essex. Venne fuori che nell'Essex non
c'erano molte famiglie giovani e le poche che c'erano erano episcopali.
Nello scantinato si conoscevano tutti molto bene e per la maggior
parte avevano un qualche rapporto di parentela. Molte delle
persone che conobbi quella sera diventarono persone importanti
nella nostra vita. L'uomo che ci aveva scovato sulla panchina era
Wayne Bailey. Pochi anni pi tardi, sua moglie Donna avrebbe lavorato
a maglia un golfino rosa con i bordi bianchi per la nostra
bambina appena nata, con una cuffietta abbinata. La signora minuta
e rugosa vicino alla quale ci sedemmo era Pearl Kelly. Quella sera
ci raccont che adorava andare in bicicletta e fino a quando riusciva
a scavalcare la canna, cio verso i novant'anni, andava tutti i
giorni da casa al traghetto per farsi una bella gita in bici sull'altra
sponda del lago. Tre anni dopo, mentre mungevo una mucca, sua
nuora entr nel fienile per dirmi che Pearl era morta. Aveva vissuto
tutta la vita in una fattoria a due passi dalla nostra. Il banchetto
in cui vendeva la verdura  ancora l, con la vernice scrostata e la
traversa della tenda che sta cedendo alla forza di gravit.
Quella sera tornammo alla fattoria nutriti e riscaldati in ogni senso,
portando con noi fette di torta avvolte in tovaglioli di carta. Io
non avevo alcuna dimestichezza con quel genere di attenzioni. Non
pensavo che esistessero ancora comunit locali di questo tipo, un
paese isolato dalla tecnologia, dalla mobilit e dal lavoro. Questo
era un posto in cui i vicini si aiutavano l'un l'altro e dove il benessere
era un progetto comune, e io provai di nuovo quella commovente
sensazione di sicurezza che mi colp la prima volta che vidi i
campi di Mark pieni di cibo. Era un sentimento energico e privo
di ironia; una parte profonda di me protest, poi mi arresi.
Il mattino dopo partimmo sotto una pioggerellina gelata armati
di una pala che avevamo trovato nel fienile. A qualcuno che  abituato
a vivere in un appartamento di novanta metri quadri, che ha
un orizzonte limitato al massimo all'altro lato della strada e che
vede l'isolato in cui abita come la maggiore unit di misura concepibile,
cinquecento acri appariranno incredibilmente vasti, non una
fattoria ma un feudo, un piccolo Stato. Sulla mappa di Lars, la
propriet era un grosso quadrato, i cui lati erano delimitati da strade
lunghe un miglio, con pezzi e porzioni tagliati via negli anni a
mano a mano che furono venduti lotti e terreni.
Pi andavo avanti pi il mio umore si incupiva, cosa che tentavo
di attribuire al brutto tempo e al fatto che non avevo ancora
preso il caff, ma la verit era un'altra: ero arrivata piena di speranze
e la fattoria, nella luce del mattino che si stava lentamente
diffondendo, era molto deludente. Non corrispondeva affatto all'idea
di fattoria che avevo in mente, che era leggermente collinosa,
con fazzoletti di campi arati e costruzioni in buono stato. Non
doveva essere cos enorme, n in un posto cos sperduto. E certamente
non doveva essere nemmeno un po' paludosa.
Ci incamminammo verso nord, lasciando le impronte dei piedi
sul terreno zuppo d'acqua. Scavalcammo una staccionata malferma,
traversammo una macchia di arbusti e ci ritrovammo nel
campo di fieno di cinquanta acri che stavano tagliando la sera prima.
Sentivo le stoppie puntute che spingevano sotto la suola degli
stivali. Mark prov il terreno con la vanga e sotto le zolle erbose
trov l'argilla. Ne sapevo abbastanza per rendermi conto che
non era una cosa positiva. In un anno piovoso avrebbe affogato
le radici e in un anno di siccit si sarebbe spaccato e indurito come
cemento. Un terreno cos compatto sotto il peso dei macchinari
agricoli si sarebbe ulteriormente compresso, facendo uscire
fuori tutto l'ossigeno. L'umore di Mark croll al livello del mio.
Tornammo sui nostri passi fino ai due fienili pi grandi, ingombranti
strutture rosse che contenevano cupi mucchi di paglia.
Il primo piano del fienile est aveva un soffitto basso e Mark
fu costretto ad abbassarsi per non sbattere la testa sulle travi. Il fienile
ovest era pi arioso e spazioso, con le grosse travi tagliate a mano.
Entrambi erano attrezzati per la produzione di latticini, quello ovest per la mungitura e quello est con recinti per i vitelli. Non
c'erano animali da anni e anni, ma i documenti della latteria erano
ancora in una scatola, una pila di cartoncini con i nomi di mucche
morte da tempo scritti con cura a matita in stampatello. Spostando
con i piedi mucchi di vecchio fieno polveroso nel fienile
ovest, scovammo depositi segreti di bottiglie di birra vuote e vecchi
pacchetti sbiaditi di sigarette Kool. Entrambe le strutture principali
avevano tetti impermeabili, ma il fienile ovest aveva una parte
aggiunta in seguito fatta di blocchi di cemento, con il tetto di
metallo sbatacchiato dal vento, dove la pioggia gocciolava in pi
punti creando una serie di malinconiche cascatelle.
Scavalcammo un'altra recinzione sgangherata e ci trovammo in
una strana foresta composta da centinaia di filari di striminziti abeti
rossi in vasi di plastica. Probabilmente era un vivaio piantato dopo
la chiusura della latteria e gli alberi erano cresciuti in quel modo
negli ultimi vent'anni. Avevano allungato le radici attraverso i
buchi sul fondo dei vasi di plastica e cos erano sopravvissuti s, ma
a stento. In un'altra serra l dietro, ormai crollata, c'era un vivaio
di abeti e di tuie che si facevano largo fra i rottami di legno pressato
e di compensato marcio. In quella parte della fattoria si respirava
un'aria apocalittica, la lenta forza degli alberi che silenziosamente
ammorbidiva gli spigoli creati dagli sforzi umani.
La generale piattezza della fattoria era mitigata a ovest dai cinquanta
acri di ripido pendio ricoperti da boschi. Trovammo una
strada fra gli alberi e Mark osserv che la maggior parte delle piante
erano aceri da zucchero sani e piuttosto grandi. Guard la corteccia
e. trov le vecchie cicatrici nei punti in cui gli alberi erano
stati incisi e cos capimmo che stavamo attraversando il boschetto
di aceri da zucchero della fattoria. Tornando indietro passammo
vicino ai locali in cui si faceva lo sciroppo d'acero, un fienile
con sole tre pareti e le mura cadenti. Qualcuno lo aveva utilizzato
come ricovero per le mucche, perci era pieno di vecchio letame.
Il tetto era crollato nell'evaporatore, che era ormai tutto arrugginito
e inservibile.
Per ultimi vedemmo i campi a sud. Questi campi, lungo la strada
pi trafficata, erano ingombri per met della loro estensione da
alberi da vivaio cresciuti a dismisura - abeti, querce palustri e tigli
- piantati in filari fitti fitti. Mark scalz nuovamente il suolo con la
vanga e lo sollev, mettendo poi la mano nel solco che aveva tagliato
di netto. La vanga non aveva sbattuto contro sassi e la terra era color
caff, di una consistenza completamente diversa dall'argilla che
avevamo scoperto prima. Mark la strizz nelle mani, la accarezz
con il pollice, la annus e infine tir fuori la lingua e la assaggi.
Era un terriccio fangoso, un suolo ricco e buono, commovente per
un contadino, e si estendeva per un quarto di miglio lungo il confine
meridionale della fattoria prima di diventare di nuovo argilla.
Credo che Mark si innamor del terreno in quell'istante, con la
stessa certezza e velocit con cui si innamor di me. Da quel momento
in poi, per lui non ci fu pi alcun dubbio: questa sarebbe stata
casa nostra. Per quanto oggi mi sembri incredibile, Mark dovette
convincermi. Non erano solo l'isolamento e l'argilla a disturbarmi.
Sembra una fattoria senz'anima dissi mentre stavamo
tornando a casa in treno.  rimasta ferma molto a lungo mi rispose
Mark. Sta soltanto dormendo, vedrai. Non c'era tempo per
le esitazioni. Era la fine dell'autunno e se dovevamo far crescere
qualcosa per la primavera successiva, avevamo bisogno dell'inverno
per programmare e preparare. Pensai all'alternativa che avevo,
cio un altro anno di ricerche con base a New Paltz, e decisi di dare il via libera.
...
.
...
PARTE SECONDA.
...
.
...
AUTUNNO.
...
.
...
Partimmo da New Paltz in direzione nord. Strizzati nella mia piccola
auto, oltre a scatoloni e bagagli c'erano: Nico, le galline e un'arnia
di api ronzanti con le aperture sigillate con lo scotch. Il cane
teneva d'occhio l'arnia, le galline tenevano d'occhio il cane e, se non
lo erano, le api erano le uniche a non essere nervose. Quando entrammo
nell'Adirondack Park il traffico spar e intorno a noi si levarono
le montagne, ricoperte di pini e gi incappucciate di ghiaccio.
La luce si fece pi fioca e radente, scomparvero i cartelloni
pubblicitari, il panorama divent pi selvaggio, le case sempre pi
distanti l'una dall'altra finch non scomparvero del tutto. Poi arrivammo
a destinazione.
Nelle settimane che avevamo trascorso lontano da l, e nell'eccitazione
del trasloco, la fattoria era molto migliorata nella nostra
immaginazione. In teoria si trattava di un'avventura. Di fatto, era
terrorizzante. Rob, un amico di Mark, ci aiut nel trasloco seguendoci
con il suo grosso furgone. Rob coltiva ortaggi,  un gran
lavoratore ed  molto ottimista. Quando vide lo stato in cui si trovava
la fattoria e la sua estensione si fece silenzioso.
La casa era affittata fino a primavera, perci portammo le nostre
cose in una casa ammobiliata in paese, una dimora con una
buona anima ottocentesca, ma un isolamento termico deplorevolmente
insufficiente. Con la propensione alla generosit tipica
di ogni contadino, Rob ci aveva portato buste piene di zucca, patate,
carote, porri e cipolle, che lasciammo nello scantinato. Quella
sera ci fu una nevicata precoce e Rob, Mark e io preparammo
con zucca e patate a dadini ripassate in padella con la cipolla un
pasto semplice e rassicurante molto indicato per sentirsi a casa in
un posto in cui si  appena arrivati. Dopo aver sparecchiato, ci finimmo
la bottiglia di vino parlando dei piani per il futuro. Avremmo
creato dal nulla una fattoria e il terreno era sufficientemente
grande e buono da sostenere tutti i nostri sogni. In due avevamo
diciottomila dollari di risparmi, non molto, ma l'offerta di Lars di
un anno di affitto gratis comprendeva la terra, gli attrezzi e un
posto in cui vivere. Come gi la dimensione della fattoria, le possibilit
erano talmente vaste da risultare esilaranti o terrificanti.
Mark aveva riflettuto a lungo sul tipo di fattoria che avrebbe voluto
creare. Nella sua vita gli era stato insegnato a coltivare ortaggi,
e questo era quello che sapeva fare meglio. La sua fattoria in
Pennsylvania seguiva il modello CSA, in cui gli abbonati comprano
quote della fattoria all'inizio della stagione e ricevono ogni
settimana i prodotti. CSA significa Community Supported Agricolture,
cio un'agricoltura sostenuta dalla comunit locale,  un
sistema nato in Giappone e arrivato negli Stati Uniti negli anni
Ottanta passando attraverso l'Europa. Un agricoltore ha molte
ragioni per amare la CSA. E un sistema efficace per saltare tutti gli
intermediari e vendere direttamente al consumatore. Inoltre, poich
gli abbonati pagano in anticipo, il guadagno si pu prevedere
e c' un maggiore afflusso di liquidi quando sono pi necessari
all'agricoltore, cio nel momento della crescita. La CSA era in linea
anche con l'intolleranza di Mark all'anonimato dei pagamenti
in contanti. Conosceva personalmente la gente che mangiava il
suo cibo, loro conoscevano lui e venivano per conoscere gli altri
membri, cos le giornate di distribuzione somigliavano pi a eventi
sociali che a giornate in cui si faceva la spesa. A Mark piaceva
questo modello, ma iniziava a sentirlo troppo stretto. Le fattorie
CSA trattavano quasi esclusivamente gli ortaggi e lasciavano da parte
gli alimenti che in realt ci forniscono la maggior parte delle
calorie, i cereali e le farine, i prodotti caseari, le uova, la carne. In
Pennsylvania aveva cercato di rendere disponibile qualcuno di
questi alimenti per gli abbonati del suo gruppo introducendo
prodotti dalle fattorie vicine, ma il sistema si rivel un incubo dal
punto di vista logistico perch richiedeva telefonate continue e
viaggi avanti e indietro che rubavano tempo al lavoro agricolo vero
e proprio. Da quando era partito dalla Pennsylvania aveva riflettuto
su come si sarebbe potuto migliorare un po' il modello CSA
in modo che, invece di fornire una quantit prestabilita di ortaggi
ogni settimana, la fattoria producesse l'intero fabbisogno alimentare,
cui gli abbonati potevano attingere in modo illimitato, purch
ce ne fosse la disponibilit.
Uno degli aspetti pi esaltanti nonch altamente fastidiosi del
carattere di Mark  che quando si fissa con un'idea non la lascia andare
fino all'ultimo, esplorando ogni minima possibilit, sviluppandola
ai limiti dell'assurdo e poi ridimensionandola di nuovo,
adattandola alle premesse pi disparate e, se necessario, arrivando
a piegare la logica a suo favore per farla rientrare in una situazione
data. A prescindere da ci che sta facendo, dicendo o pensando,
l'idea si fa largo con forza nel retropensiero del suo eccezionale
cervello, arricchendosi di dettagli. Ne emerge qualche
punta isolata, come negli iceberg, durante una chiacchierata, ma
il grosso rimane nascosto finch da un momento all'altro non appare
tutto insieme, perfettamente definito e difeso con ferocia.
Quando arrivammo a Essex la sua idea di CSA estesa a un'alimentazione
completa era perfettamente matura. Voleva creare una
fattoria cos diversificata nella produzione da soppiantare il supermercato,
una fattoria sul modello della generazione dei nostri
bisnonni, ma costruita su scala cos estesa da sfamare un'intera
comunit invece che una sola famiglia. Avremmo prodotto tutto
ci di cui gli abbonati avevano bisogno, a cominciare dagli alimenti
primari - una scelta di carne, uova, latte e prodotti caseari, cereali
e farine, verdure, frutta e come minimo un tipo di dolcificante
- con la possibilit di allargarsi, in seguito, a comprendere tutti
gli altri beni che una fattoria pu produrre, come legna da ardere,
materiale da costruzione, attivit sportive e ricreative. La fattoria
stessa avrebbe dovuto essere un organismo autonomo, per
quanto possibile produttore in proprio dell'energia, dei concimi
e delle risorse necessari. Voleva organizzare la fattoria sul tipo di
cose che ci piaceva fare. Per lui, questo voleva dire la maggiore
fatica fisica possibile, privilegiando l'attrezzatura per la mungitura
manuale rispetto a quella meccanica, per esempio, checch ne
pensasse il resto del mondo. Accarezzava ancora l'idea di un sistema
economico privo di denaro, ma riconosceva la necessit di
un capitale, almeno nella fase iniziale del progetto. Gli abbonati
ci avrebbero corrisposto un pagamento anticipato, con sconti per
i meno abbienti fino ad arrivare a zero.
Per avere pronta una fattoria cos diversificata per la primavera
avremmo dovuto lavorare velocemente, costruire infrastrutture, capire
come allevare sei tipi differenti di bestiame e integrare questa
attivit con la coltivazione di ortaggi e cereali a rotazione, pascoli
e fieno. Dovevamo calcolare liquidit e manodopera. Avremmo iniziato,
decise Mark, con una mucca da latte. Ma prima bisognava fare
pulizia. Quando smise di parlare, Rob scosse la testa.
All'epoca non ne sapevo abbastanza di agricoltura per comprendere
quanto ambizioso fosse questo progetto. E ancora nutrivo
un po' di superbia urbana, l'idea che con il mio livello di
istruzione e la mia conoscenza del mondo una cosa semplice come
l'agricoltura non mi avrebbe potuto mettere alla prova pi di
tanto. In astratto, l'idea mi attirava in modo sostanzialmente letterario.
Era molto romantico e riprendeva la fantasia di casa a cui
mi ero aggrappata lasciando la citt. Sembrava fossimo finiti in
un bel quadretto, a formare una famiglia di contadini, solo molto
numerosa, con tantissime persone cui dare da mangiare.
In realt, probabilmente non avrei mai accettato niente di tutto
ci se non fosse stato per la parte del progetto di Mark che mi
piaceva di pi: usare per il lavoro nei campi i cavalli da tiro. Prima
di allora, Mark non aveva mai usato la trazione animale, ma
qualche volta gli era capitato di guidare una pariglia di cavalli in altre
fattorie. Non gli piacevano molto i trattori. Non ha mai amato
l'odore del diesel n il rumore del motore; il tempo passato seduto
sul trattore lo considerava tempo perso e non si divertiva a ripararli.
Gli piaceva l'idea che gli animali potessero fare tutto Quello che fanno i trattori, e che si raccogliessero da s il carburante
di cui avevano bisogno. Era stato in molte ricche fattorie Amish
in Pennsylvania per sapere bene che usare i cavalli da tiro come
forza motrice era tutt'altro che un'idea bizzarra e che, nel contesto
e nelle dimensioni giuste, i cavalli erano un'ottima scelta.
Avere di nuovo i cavalli nella mia vita era come ritrovarmi in
un'epoca in cui ero giovane e senza pensieri, un'epoca cos felice
che il solo ricordo era quasi doloroso. Io ho da sempre un rapporto
speciale con i cavalli, che aleggiano, in tutti i miei ricordi pi antichi.
A sette anni ho fatto di tutto per ottenere di prendere lezioni
di equitazione e a quattordici anni i miei genitori mi comprarono
una robusta puledra Morgan. La tenevo nel fienile dei vicini a
circa un miglio da casa e nella mia vita fu un punto di riferimento
rispetto al disagio e all'orrore dell'adolescenza. Non avevo mai guidato
una pariglia di cavalli e non avevo mai usato un cavallo per
nessun tipo di lavoro, ma mi fidavo dei cavalli. Conoscevo i loro
gusti. Mi ero lasciata alle spalle tutto ci che mi era familiare - gli
amici, New York, le regole degli impegni cittadini - per questa
nuova vita completamente sconosciuta, per quest'uomo affascinante
della cui sanit mentale a volte dubitavo. La promessa dei
cavalli, almeno, era un'ancora di salvezza cui aggrapparmi.
Gli edifici annessi alla fattoria erano stati riempiti generazione
dopo generazione con il genere di cianfrusaglie che secondo la frugale
mentalit contadina si giudicava prudente conservare: motori
smembrati con cura, pezzi di metallo rugginosi, pannelli di compensato
che si sbriciolavano per il marciume. In un angolo dell'officina
trovammo un secchio pieno di chiodi da poco prezzo
tutti storti, che attendevano il giorno in cui qualcuno avesse avuto
il tempo di raddrizzarli a martellate. Si erano accumulati molti
pezzi di macchinari per la mungitura risalenti a diverse generazioni
- gruppi di mungitura, secchi, parti del sistema di aspirazione - e
una baracca era piena zeppa di bidoni di plastica da quattro galloni
stinti dal sole, impossibili da usare perch troppo friabili,
che risalivano ai tempi in cui alla fattoria c'era stato un vivaio.
Appeso a un chiodo sul palo portante del fienile c'era un collare
da cavallo da cui spuntava l'imbottitura di paglia, un'esile traccia
del tempo in cui nella fattoria si lavorava con gli animali. Intorno
alle costruzioni raccogliemmo pezzi di metallo come sabbia sugli
scogli: la sponda posteriore di un pick-up, parte di una catena
con grossi anelli da venti centimetri che sembrava uscita dai cartoni
animati, alcuni cartelli stradali interi o in porzioni ritagliate
con la fiamma ossidrica. Passammo lunghi giorni a selezionare tutte
queste cose, mettendo il metallo per il rottamatore nello scuolabus
abbandonato e riempiendo di spazzatura un intero cassonetto.
Mettemmo da parte una serie di attrezzi da riparare, lame di
accetta e di zappa, picconi, rastrelli e relativi manici fatti a mano
con legno di frassino. Imparai molte nuove, bellissime parole.
Due piccole costruzioni erano impossibili da riparare perch i
piani erano completamente marci e cadevano a pezzi. Uno era
l'ex-ufficio della fattoria e aveva un sotterraneo ormai pieno d'acqua,
visibile da un buco nel pavimento. L'altro era l'alloggio del bracciante
agricolo, assunto all'epoca in cui la fattoria era stata un caseificio.
Decidemmo di abbattere queste due costruzioni e riempirne
le fondamenta con un escavatore.
Il terreno gel insieme a tutta la robaccia che non avevamo ancora
selezionato. Accendemmo il fuoco nel barile da cinquanta galloni
utilizzato come stufa nell'officina e iniziammo a organizzare gli
oggetti che avevamo recuperato e le cose che ci eravamo portati dietro.
Mark sistem in un angolo la fucina: molle, martelli, forme e
stampi di varie fogge e dimensioni allineati su una mensola vicino
alla sua vecchia incudine e a un mastello pieno di carbone impolverato.
Inizi a riparare l gli attrezzi rotti e le scintille e l'odore di
bruciato si innalzarono dalla forgia, insieme al cupo rumore del
martello che batteva sul metallo ammorbidito. Mi insegn le gradazioni
cromatiche del calore: ciliegia scuro, paglia pallido, tacchino;
e imparai a tenere con le molle un pezzo di metallo ardente
contro l'incudine e a colpirlo goffamente, quando diventava molle
come creta. Mi piaceva osservarlo mentre lavorava, sudando, e
scagliava senza incertezze il martello facendo partire il colpo dalla
spalla, l'attenzione altalenante fra il fuoco e l'incudine.
Appena riuscimmo a svuotare il fienile ovest, comprammo una
mucca da latte. La prendemmo in una latteria a sole due miglia di
distanza da noi, alla fattoria degli Shields, che funzionava grazie
al lavoro di un padre e di un figlio ed era sopravvissuta ai brutti decenni
di crisi mantenendosi su un basso profilo. Avevo letto alcuni
libri sulle mucche, sul comodino tenevo The Family Cow e il
Complete Herbal Handbook for Farm and Stable di Juliette de Bairacli Levy, ed ero impaziente di squadernare le conoscenze appena
acquisite in forma di domande incisive. Sapevo che non avremmo
acquistato le mucche pezzate bianche e nere, le grosse Holstein,
produttrici di elevati volumi di latte. L'egemonia della razza
Holstein oggi  talmente forte che se in un annuncio pubblicitario
o in una conversazione non si specifica la razza si d per scontato
che sia una Holstein.
Tutte le altre mucche da latte sono trattate senza distinzione come
razze a mantello colorato. Fra queste ci sono le Ayrshire, con
il mantello roano e ipersensibili; le Brown Swiss, mucche enormi
e molto carine che hanno fama di non essere troppo intelligenti;
le Guernsey, resistenti e docili; e le Jersey, piccole e produttrici di
una quantit di latte relativamente modesta ma ricca di grassi, proteine
e carboidrati. La maggior parte delle latterie nella nostra
zona tiene nella mandria qualche mucca a mantello colorato, per
aumentare la percentuale di grasso, proteine e carboidrati nel latte
ottenendo un prodotto di prima qualit. Gli Shields avevano
delle Jersey e noi eravamo interessati a quelle mucche l.
Billy Shields ci fece strada nel fienile e vedemmo una vecchia
mucca con le scapole alate e la mammella vizza e allungata, una
vitella color cioccolato dall'aria circospetta, e poi Delia. Era una
Jersey di taglia piccola, dagli occhi scuri e dal mantello fulvo pezzato
con grosse macchie bianche, che sembravano la mappa di
continenti perduti. Il muso era leggermente incavato, aveva orecchie
morbide ed eleganti e se ne stava un po' discosta dal resto della
mandria, con gli zoccoli immersi nel letame. Quando Mark le
tocc la mammella, gir la testa abbassandosi per lanciargli uno
sguardo paziente e materno. Aveva avuto due vitelli, quindi si
trattava di una mucca pluripara ed era in pieno allattamento, gravida
del terzo vitello. Sulla carta era un buon animale da latte, ne
produceva quaranta libbre al giorno, poco meno di cinque galloni,
il che faceva di lei una produttrice costante anche se non eccezionale.
Verificai le parti dell'animale utilizzando le conoscenze
che avevo messo insieme con le mie letture. La mammella sembrava
soda e ben attaccata all'addome. Zampe dritte e sane. Era
stata regolarmente registrata ed era nel fiore degli anni. Gli Shields
volevano venderla perch era troppo sproporzionata al resto della
mandria. Le Holstein torreggiavano sopra di lei e la sorpassavano
in stazza di svariate centinaia di libbre, e lei tendeva a farsi comandare
a bacchetta anche alla mangiatoia.
Delia arriv da noi il giorno dopo in un carretto trainato da un
cavallo, con la cavezza al collo. La portammo nel fienile e la liberammo
nel grande box che le avevamo preparato, con uno spesso
strato di fieno. Vag lentamente per tutto il perimetro annusando
le pareti, poi alz la coda e fece la cacca. Il fetore del letame, il
fiato di erba fermentata tipico della mucca e l'odore secco e polveroso
del fieno si composero in una miscela che risvegli il vecchio
fienile rimasto per tanto tempo addormentato e senza nessun
essere vivente cui offrire rifugio, e lo fece tornare al suo scopo
originario.
La prima volta che provai a mungerla mi sentivo quasi in imbarazzo
per l'intimit del gesto. Certo, avevo letto le istruzioni in
The Family Cow, ma era proprio necessario toccare quei lunghi capezzoli
di pelle, nascosti pudicamente fra le zampe posteriori di
Delia? Nella fuoriuscita del latte sono implicati gli ormoni, primo
fra tutti l'ossitocina, lo stesso che d alle madri che allattano quello sguardo vitreo, ebbro d'amore. Quando le lavai la mammella
con l'acqua tiepida Delia mi guard in quel modo, un placido occhio
marrone puntato su di me, mentre continuava a ruminare
muovendo in modo circolare la mascella inferiore.
In un angolo buio del fienile, trovai uno sgabello per la mungitura
fatto a mano, la seduta consumata e liscia come un legno portato
dal mare. Lo sistemai accanto a lei e mi sfregai le mani per
scaldarle, come una ginecologa. La mammella emanava un calore
elettrico e i candidi peli che la ricoprivano mi facevano pensare alla
peluria sulle gote femminili. Circondai con la mano un capezzolo
turgido, bloccando la parte superiore fra pollice e indice, e chiusi
una dopo l'altra le dita finch non rimasi con il capezzolo vuoto
nel pugno. Il latte schizz con un flusso irregolare, mi gocciol
lungo il polso e mi inzupp la manica del giubbotto, come se venisse
magneticamente respinto dal secchio che avevo fra i piedi. Delia
stava l ferma, paziente e immobile come una montagna, ruminava.
Il terzo giorno di mungitura, la manica del giubbotto puzzava
come qualcosa che fosse stato appallottolato e abbandonato in
una fossa putrida. Il quinto giorno le mie dita avevano imparato i
movimenti e il latte colpiva il fondo del secchio con un sibilo ritmico,
ma avevo leggeri crampi alle mani e un principio di artrite prima
ancora di terminare la mungitura dei capezzoli anteriori. Poi
in Delia svan l'effetto del riflesso automatico di fuoriuscita del latte
e a prescindere dall'energia delle mie strizzate uscivano solo delle
gocce e la facevo tornare nel suo box con la mammella ancora
mezza piena e i capezzoli screpolati dai miei strattoni. Ci volle un
mese prima che riuscissi a mungere in modo abbastanza corretto,
con il latte che fluisce nel secchio cos velocemente da formare la
schiuma in superficie. A quel punto non mi entrava pi l'anello di
fidanzamento e avevo gli avambracci gonfi come un marinaio.
La mungitura divent in un certo senso una forma di meditazione
fisica. Non  mai facile e non sempre  piacevole, ma  un'attivit
ritmica, immutabile, dolce e silenziosa. Mark mungeva la
sera, io la mattina, e arrivavo al fienile in quel momento magico a
cavallo fra il buio della notte e le prime luci dell'alba. Nel fienile
non funzionava la luce per cui mi addestrai a procedere a tentoni
e una volta, completamente al buio e a mani nude, infilai un braccio
nel bidone del grano e un ratto mi ci pass sopra. Trovai una
lanterna e la appesi a una trave: i pipistrelli che stavano tornando
a casa dal turno di notte svolazzarono dentro e fuori il debole chiarore.
Quando finii con Delia il sole era alto nel cielo e i pipistrelli
si erano infilati a riposarsi fra le travi del tetto, sopra i nidi che in
primavera le rondini avrebbero riempito di pulcini.
La mungitura era solo il principio. Il latte nel secchio conteneva
piccoli granelli di terra, peli di mucca e pezzetti di pelle morta
che venivano via dalla mammella e dal capezzolo. Non avevamo
un filtro vero e proprio per il latte e usavamo una vecchia maglietta
legata con un elastico su un imbuto di acciaio inossidabile. Non
avevamo nemmeno una scrematrice, perci quando volevamo la
panna lasciavamo semplicemente riposare il latte in un recipiente
che Mark aveva appositamente costruito nel fienile. Aveva una
valvola sul fondo fatta con la parte superiore di una bottiglia d'acqua
tagliata e infilata in un tubo di plastica trasparente e quando
la panna era affiorata in superficie facevamo scorrere il latte scremato
in un secchio, e poi, quando vedevamo arrivare la panna nel
tubo, cambiavamo secchio per raccoglierla. Tutta l'attrezzatura che
usavamo per mungere la mettevamo sul sedile davanti dell'auto e la
portavamo nella casa in paese per lavarla in un acquaio grande come
un francobollo. Era un sistema molto scomodo.
Non si sa come, riuscimmo ad andare avanti nelle prime settimane
di mungitura senza far venire la mastite a Delia - un'infezione
del dotto galattoforo, flagello che colpisce le mamme che
allattano - e senza ammalarci. Imparai a fare il burro sbattendo la
panna in un vaso della misura di un gallone finch non si formano
dei grumi, isolotti giallo brillante in un mare di candida schiuma.
Acquistai libri sulla produzione di formaggi e una bottiglia di
caglio. Quando Mark portava il latte della sera, sceglievo una ricetta
interessante e mi mettevo a fare esperimenti. I primi tentativi
furono semplici fiocchi di latte, qualche goccia di caglio da mescolare
nel latte ancora tiepido. Dopo venti minuti, grazie a qualche
misterioso processo alchemico, il latte si solidificava abbastanza
da poter essere tagliato a cubetti. Il siero giallo pallido
stillava dai panetti di cagliata, e io lo riscaldavo delicatamente facendo
uscire dell'altro siero, finch la cagliata si ritirava rassodandosi.
Allora la mettevo con un cucchiaio nella stamigna, la salavo,
la lasciavo scolare, e avevamo fiocchi di latte a sufficienza
per una settimana. Quando mi sentii sicura con i fiocchi di latte iniziai
ad allargare il repertorio. Feci qualche provolone e lo appesi
dietro la porta della cantina a stagionare, ma erano cos buoni
che li finimmo tutti prima che invecchiassero.
La casa colonica era divisa in due appartamenti affittati a poco
prezzo a una serie di giovani inquilini. Dentro puzzava di cucina
e di Raid. Il piano inferiore era affittato a due persone silenziose
e pallide, che si somigliavano al punto da sembrare fratello e sorella,
e che avevano l'aria di aver appena finito la scuola. Lisa fumava
lunghe sigarette sottili e teneva la casa molto pulita e ordinata.
Troy aveva una collezione di trattori John Deere in miniatura
e attrezzi agricoli giocattolo allineata sui davanzali delle finestre
e sul tavolino basso del salotto, e un tappetino della John Deere
davanti alla scala che portava in cantina. Troy era nato in una famiglia
di contadini che non aveva pi una campagna. Lavorava in
una squadra di operai edili e dava una mano part-time andando a
mungere alla latteria degli Shields. Ci disse che l'anno prima aveva
accarezzato l'idea di tornare a lavorare in campagna nel tempo
libero magari allevando qualche giovenca da rimonta. Aveva anche
creato lo spazio necessario nel fienile ovest, ma una persona di famiglia
lo aveva dissuaso convincendolo che era troppo rischioso,
un progetto perdente in partenza.
La storia di Troy e i trattori giocattolo mi ricordavano tutte le
zone rurali che avevamo visitato cercando il nostro terreno, le
fattorie in disuso con terra buona da lavorare, i silos vuoti svettanti
all'orizzonte e la professionalit accumulata e trasmessa di padre
in figlio, la cultura locale, il senso di appartenenza a un posto preciso,
tutte cose che sarebbero andate perdute con questa generazione.
Dentro di me cominci a farsi strada l'idea che la spiegazione
pi diffusa per ci che stava accadendo al mondo contadino
- e cio che i giovani non volevano pi fare lavori cos faticosi
- era una falsit. Le cause erano pi profonde. Erano decenni di
errori nell'agricoltura al livello politico e universitario, con i sostenitori
della crescita aziendale che consigliavano ai contadini di
espandersi, di intensificare la produzione di latte, di fare colture
intensive, il che portava come conseguenza un notevole aumento
del numero di attrezzature e dell'indebitamento. Era l'enorme
peso di questo debito a fronte di un guadagno sul latte che diminuiva
sempre pi, ed erano i conti che non tornavano, a prescindere
dall'intensit e dall'impegno profusi nel lavoro. E poi era l'anno
troppo piovoso che ti mette a terra, le mucche vendute all'asta,
i campi diventati propriet delle banche che tornavano a
inselvatichirsi, e a cedere spazio prima ai pioppi, poi a cedri striminziti.
E il tetto del fienile che cominciava a cedere senza che ci
fosse nessuno a puntellarlo. E la casa in cui eri cresciuto, ora abbandonata,
che attirava giovani annoiati e infoiati che spaccavano
i vetri, facevano sesso sul divano sfondato, scarabocchiavano
le loro iniziali e una data sulle pareti un tempo immacolate. Se un
uomo giovane  costretto a trascinarsi da un posto all'altro ridotto
cos in cerca di un lavoro fisso anche se mal pagato, non ci si
deve meravigliare se viene facilmente convinto che l'attivit agricola
 un progetto perdente e l'unica cosa che gli rimane della
sua legittima eredit  una fila di trattori giocattolo, che non lo
hanno costretto a indebitarsi.
L'appartamento al piano di sopra era affittato a un tipo sui
vent'anni che si chiamava Roy Reynolds. Aveva la testa rasata, la barba
rada e lunga e il collo cos grassoccio che premeva lo scalpo all'ins,
formando delle pieghe nella parte posteriore del cranio. Le
palpebre erano appesantite da cuscinetti adiposi e quando parlava
con un'altra persona tirava la testa indietro e incrociava le braccia
per cui non si poteva dire se ti stesse guardando male o guardando
e basta. Con qualunque tempo, portava sempre una sottile canottiera
bianca che gli lasciava scoperto qualche centimetro di pancia
sopra la cinta. Quando la temperatura scendeva al livello di gelo, si
metteva in testa un copricapo di pelliccia sintetica rosa shocking,
che in qualche modo gli dava un'aria pi minacciosa.
Roy aveva una latteria fino all'anno prima. Era ambizioso e si era
ingrandito parecchio in poco tempo, finanziato da un socio danaroso.
Roy ci raccont che aveva trecento Holstein da latte quando
lui e il partner ebbero un litigio, il socio si sganci, e lui si ritrov
pieno di debiti. Mi hanno pignorato la fattoria ci disse. Se Roy
ne soffrisse oppure no, non ci  dato sapere perch nascondeva i
sentimenti dietro una coltre di vivace durezza. Non mi  mai successo
di alzarmi che era ancora buio pensando Ah, ora vorrei proprio
mungere trecento vacche! diceva. Da quando era finito in
bancarotta si guadagnava da vivere facendo il camionista.
Se qualcuno degli inquilini ce l'aveva con noi perch li avremmo
buttati fuori di casa non appena fosse terminato il contratto
di affitto, l'unico che ce lo fece capire fu Duke, il pitbull. Ogni
volta che passavamo da quella parte per andare ai fienili ci guardava
male dalla sua cuccia e di tanto in tanto si avvicinava con
una corsa silenziosa a tutta velocit fino a dove arrivava la sua catena.
Era il cane di Lisa e Troy e con loro si comportava come un
gattino, sdraiandosi sulla schiena per farsi dare una grattatina sul
petto. Roy era il padrone dei cani bianchi dall'aria impaurita, due
randagi che aveva trovato in un posto di ristoro sulla strada e aveva
chiamato rispettivamente Turbo e Fried, maschio e femmina.
Vivevano liberi tutto l'anno, vagando per le strade e ritornando
per mangiare il cibo per cani che Roy gli lasciava nel garage direttamente
nel sacco da cinquanta libbre, un sistema che faceva contenti
sia cani che ratti.
Fu Roy a venire nella casa che avevamo in affitto in paese in
un giorno freddo e nuvoloso per dirci che dovevamo chiamare
subito un veterinario. E successo qualcosa alla vostra mucca disse
a fatica. C'entrano i miei cani.
Avevamo costruito per Delia un piccolo recinto fuori dalla stalla,
in modo che se ne aveva voglia potesse uscire durante il giorno,
e fu li che la trovammo, immobile in piedi, con la testa afflosciata
quasi al suolo. Le sue soffici orecchie erano ridotte a brandelli, nastri
di sangue afflosciati ai lati della testa. Gli occhi tumefatti semichiusi
e il sangue di un gran numero di ferite che sgocciolava dal
muso sul terreno gelato. Aveva la mammella recisa e lacerazioni
sul ventre e su tutte le zampe. Non riuscivo a capacitarmi del fatto
che un animale ferito in quel modo potesse rimanere ancora in
piedi. Faceva molta pena solo a guardarla.
Duke era riuscito a slegarsi. Nessuno aveva mai sentito dire
che un cane potesse attaccare una mucca in buona salute in pieno
giorno, ma questo fu ci che successe. Nella mia mente immagino
Duke che vede la mucca pascolare nel recinto, le gira intorno,
Delia abbassa la testa senza corna, indifesa, e Duke la azzanna
sul naso e la fa sanguinare. A quel punto lo raggiungono i cani
bianchi, aizzati dall'odore del sangue, dalla furia di Duke e dai
muggiti di dolore della mucca. Quando Roy e Troy si accorsero del
trambusto, i tre cani erano gi viscidi di sangue.
Arriv il veterinario, David Goldwasser, un uomo magro e gentile
che faceva ogni passo con cautela e aveva l'aria stanca. Pensavo
che ci avrebbe consigliato di abbattere Delia, invece ci spieg
che fra tutti gli animali di grossa stazza le mucche sono quelli che
hanno migliore capacit di recupero e disse che, secondo lui, probabilmente
si sarebbe rimessa in sesto. Per fortuna era freddo, il
che avrebbe diminuito il rischio di infezioni e le avrebbe risparmiato
il tormento delle mosche. Il veterinario tos i peli intorno
alle lacerazioni e mise i punti di sutura sulle ferite pi gravi. Le orecchie
non potevano guarire perci tir fuori le forbici e le tagli, lasciandole
ai lati della testa un paio di monconi sanguinanti della
consistenza della cera, come rigidi fiori di qualche strana pianta
tropicale. La mucca rimaneva buona buona meravigliandosi silenziosamente
del dolore che provava, e quando quella sera fummo costretti
a mungere la mammella piena di latte, cercando di essere il
pi delicati possibile sul tessuto ferito, non alz nemmeno una
volta gli zoccoli contro di noi.
Spararono a tutti e tre i cani. La primavera seguente, quando
la neve si sciolse, trovai i collari nel fango vicino al garage. La cultura
rurale  cos: nessuna piet. Prova a immaginare se fosse stato
un bambino, dissero. Per Roy Reynolds non fu una grave perdita
dal punto di vista affettivo, fu solo l'ultima goccia di una serie
di scocciature che gli avevano provocato quei cani bianchi,
ma Troy probabilmente amava quel bestione di pitbull. Quando
gli bussammo per ritirare l'assegno per il veterinario che tutti e
tre si erano offerti di pagare, aveva gli occhi rossi.
Nel paesino di Essex, sonnolento per l'approssimarsi dell'inverno,
si avvert la presenza di nuovi arrivati e tutti si risvegliarono
per accoglierci. La prima settimana due persone bussarono alla
porta del nostro appartamento in affitto portando veri e propri
cesti di benvenuto, e altri tre vennero per invitarci alla cena sociale
del marted nella chiesa episcopale di St. John. Non capivo
il perch di tanta dimostrazione di amicizia. In citt l'unica ragione
per cui ti bussano i vicini  lamentarsi del chiasso che stai facendo.
Mi resi conto che la differenza fra campagna e citt all'interno
degli Stati Uniti - nello stesso Stato! -  maggiore della differenza
esistente fra una citt e l'altra in continenti diversi. Mi sarei
sentita molto pi a casa se fossi stata a Istanbul, a Roma o a Rangoon.
Qui ero straniera a tutti gli effetti, e cercavo di recuperare
il tempo perduto man mano che andavo avanti.
Era una cittadina di settecento anime e tutti quelli che incontravamo
gi conoscevano la nostra storia a diversi livelli di verit,
e tutti conoscevano la fattoria meglio di noi. Vi funziona la trapiantatrice?
ci chiese Dave Lansing, il comandante dei Vigili del
Fuoco. Non ne avevamo la minima idea. Mi hanno detto che 
rotta aggiunse. Ci venne a trovare la decana del paese, una donna
elegante che rispondeva al disarmante nome di Frisky, cio
pazzerella. Ci invit a cena a casa sua, e fra lo sherry d'aperitivo
e le pere affogate per dessert ci trovammo vestiti in modo totalmente
inadeguato. La settimana seguente conoscemmo alcune
persone della nostra et che ci invitarono a cena nel cottage autosufficiente
che si erano costruiti con le loro mani nei boschi a poche
miglia dal paese. Fu una vera e propria festa cui avevano invitato
altre giovani coppie e dopo cena misero a dormire i bambini
e tirarono fuori i violini e il cottage si riemp di musica e sembrava
di stare in una puntata della Casa nella prateria, con la differenza
che qui c'era la birra.
Tutti i giorni arrivava qualcuno alla fattoria per presentarsi e
per curiosare. Si era sparsa la voce del tipo di progetto che volevamo
realizzare e la gente voleva constatare di persona se la situazione
fosse effettivamente cos priva di speranze come sembrava.
Avevamo installato una buona stufa a legna in una delle dpendance
pi nuove, un piccolo bungalow ben isolato che Lars aveva
costruito come ufficio per il custode. Pochi ciocchi di legno lo
riscaldavano per tutta la giornata e quando faceva freddo pranzavamo
l, e lo usavamo per ricevere gli ospiti. Un giorno tornai da
qualche commissione e trovai Mark seduto con Neal Owens, un
uomo cos gigantesco che faceva rimpicciolire i mobili e tutta la
stanza. Le sue grandi dimensioni erano compensate da un'aria modesta
e di umile cortesia. Aveva sentito dire che eravamo interessati
ai cavalli da tiro e ci aveva portato dell'attrezzatura che era rimasta
abbandonata a casa sua da tanto tempo, alcuni collari apparentemente
in buono stato e pezzi di finimenti che, ci disse,
potevamo prendere in prestito.
La sua famiglia abitava nella zona da talmente tanto tempo che
una strada a sud della nostra terra portava il suo nome; la fattoria
in cui erano cresciuti il padre e il nonno di Neal era poco oltre la
collina, ma era stata venduta a estranei. C'erano agricoltori in ogni
generazione della loro famiglia e Neal e suo fratello Donald avevano
avuto anche una loro latteria fino a quando una combinazione
di debiti e cattiva sorte li aveva portati alla bancarotta. All'epoca
avevano vent'anni. Ora avevano dei figli, tre fra tutti e due, e Neal,
Donald e Tammy, la moglie di Neal, con tutti i bambini e i nonni
vivevano insieme in una casa in affitto. Tammy faceva due lavori e
Neal si occupava dei bambini e lavorava part-time, come organizzatore
della fiera della contea e come accalappiacani. La casa in
affitto comprendeva un fienile e un po' di pascolo, perci i ragazzi
avevano animali di loro propriet che andavano e venivano in
continuazione, capre, cani, vitellini, pony, conigli, pulcini e oche
che, a sentire Neal, scambiavano con altri bambini come si fa con
le figurine del baseball: un capretto maschio per cinque conigli, o
tutti i pulcini venduti all'asta per comprare un vitellino per un
progetto 4-H.
...
NOTA: Il 4-H  un'organizzazione giovanile nata negli Stati Uniti all'inizio del ventesimo secolo. Ha come obiettivo collegare nelle zone rurali l'istruzione scolastica a progetti ed esperienze di tipo pratico,  gestita dal National Institute for Food and Agriculture e conta sei milioni e mezzo di membri fra i cinque e i diciannove anni. FINE NOTA.
...
Quando Neal and via, avevamo raggiunto un accordo di massima
per prendere la sua famiglia per la fienagione dell'anno seguente.
Neal e Donald avevano raccolto il fieno fin da piccoli e
conoscevano bene il lavoro. Il padre, un robusto settantenne, poteva
dare una mano. Avrebbero usato i nostri trattori sulla nostra
terra e noi avremmo comprato da loro il fieno a prezzo ridotto.
Un pomeriggio vennero a conoscerci anche Shane Sharpe e Bud
Campbell nel corso di uno dei loro fine settimana in giro nei dintorni.
Il figlio di Shane, Luke, un ragazzone adolescente con la sindrome
di Down, stava seduto nella cabina di guida in mezzo a loro
due. Shane e Bud tenevano una ghiacciaia piena di birre Bush nel
retro del pick-up di Shane, da cui attingevano durante le conversazioni
a ogni fermata, appoggiati al pianale posteriore. Shane aveva
avuto un'officina che faceva pezzi di ricambio per l'industria della
difesa ed era stato cos bravo che a soli quarantanni non faceva pi
il lavoro di routine. Era noto a livello locale come un genio della
meccanica, il tipo di persona che, per esempio, entrava nella nostra
officina dove Mark, arrabbiatissimo, stava borbottando da ore, con
un attrezzo in mano di cui io ignoro persino il nome, osservava il
problema, e dava un piccolo e semplicissimo suggerimento che sollevava
il velo di mistero su una soluzione pronta ed elegante. Da
quando era in pensione passava il tempo a giocherellare nella sua segheria
o con i cavalli da tiro, oppure a fare piaceri agli amici che
avevano bisogno di riparare qualcosa e infine, se non aveva nient'altro
da fare, se ne stava in officina intento a restaurare con pazienza
un autocarro Dodge a pianale aperto del 1939 che progettava di
dipingere rosso fuoco. Shane era l'unica persona che avessi mai conosciuto
fuori dai romanzi che soffriva di gotta. I medici gli avevano
detto che la gotta sarebbe migliorata se avesse smesso di bere e
di tanto in tanto lui faceva finta di provarci. Bud, che era falegname
e viveva da solo, non fingeva nemmeno di voler smettere.
Fu Shane a spargere la voce che era nata fra la gente che frequentava
il granaio di Dale Ranger nella valle a ovest rispetto a noi.
Dale accetta che si beva durante la mungitura serale perci raramente
rimane a corto di manodopera. Penso che tutto cominci
perch all'epoca mi mettevo ancora i vestiti da citt che mi ero portata
dietro, e cio camicie di buon taglio, gonne sopra il ginocchio
e stivali con un po' di tacco, tutto questo in un paese in cui il
lucidalabbra  considerato audace, un cosmetico da usare solo in
occasioni speciali. Qualcuno giunse alla conclusione che fossi una
ex-prostituta d'alto bordo di New York e gli uomini che lavoravano
da Dale presero per buona questa notizia e la diffusero in lungo
e in largo finch Shane non venne a conoscerci e riport l'informazione
che in fin dei conti non ero una ex-puttana e che mi ero
laureata, novit alla quale, ci disse Shane, Bud Campbell replic:
Boh, avevo sentito dire cos.
Conoscemmo anche Thomas LaFountain, un omone alto con
scintillanti occhi blu che gestiva la macelleria locale, dove in autunno
i cacciatori portavano i cervi da scuoiare e confezionare.
Thomas ci raccont che era stato un forte bevitore e un pericoloso
attaccabrighe da osteria finch il medico e sua moglie non si erano
coalizzati per il suo bene e gli avevano detto che o smetteva o
sarebbe morto in solitudine, e a quel punto lui aveva smesso una
volta per tutte.
Per molto tempo, Thomas e Shane furono gli unici due uomini
che mi rivolgevano la parola. Tutti gli altri entravano, abbassavano
il finestrino chiedendo C' Mark? o C' il capo? e rimanevano
in silenzio finch non appariva Mark, rivolgendosi a
lui per qualsiasi domanda, osservazione o accordo e ignorandomi
del tutto. Andando via salutavano con Ci si vede, Mark anche
se ero rimasta l in piedi tutto il tempo, cercando di interloquire.
Fra Mark e me la differenza di altezza  tale che non capitava
nemmeno per caso che uno sguardo mi intercettasse. Ma quando
Thomas o Shane venivano da noi e Mark non c'era, dal momento
che loro riconoscevano la mia esistenza, invece di andarsene, abbassavano
subito il finestrino per chiacchierare, e io mi rendevo
conto di non avere la minima idea di cosa dirgli, non avevo argomenti
a disposizione che mi sembrassero di interesse comune e
parlavo nervosamente di qualsiasi cosa stramba mi passasse per
la testa solo per riempire il silenzio. Entrambi trattarono il mio
imbarazzo con estrema gentilezza.
Ci misi pi di sei mesi per rendermi conto che in questo posto
parlare non vuol dire per forza avere qualcosa da dire. Si pu
davvero parlare del tempo oppure affrontare di nuovo in tutta
tranquillit argomenti gi ampiamente trattati. In realt  lecito
anche non parlare affatto. L'ho capito una volta che mi ero trattenuta
nel negozio di Thomas a incartare i tagli di carne di maiale
che ci aveva preparato. Era la stagione della caccia al cervo e
Thomas era impegnatissimo, andando avanti a lavorare fino a sera
perch la sua cella frigorifera straripava di carcasse di animali
gi privati delle interiora, e le costate di cervo ammucchiate una
sull'altra stavano diventando un'enorme catasta fuori dalla porta.
Arriv Poop Henderson, un uomo sulla cinquantina con la barba
grigia che gli arrivava alla cinta dei pantaloni e occhiali con la
montatura nera e lenti spesse e opache. Poop vive con sua madre
e si allontana di rado dalla valle spostandosi in un triangolo che
va da casa alla macelleria di Thomas al granaio di Dale con un paio
di lattine di Bush infilate nelle tasche della camicia. Poop e Thomas
si scambiarono un saluto a monosillabi, poi Poop tir fuori
una delle sue birre dalla tasca e si mise seduto vicino a Thomas che
nel frattempo tagliava con la sega una spalla di cervo, dosava le
spezie, il sale, il pepe e la salvia per le salsicce, oppure metteva la
carne gi ben condita nel tritacarne mentre la radio locale diffondeva
musica country in sottofondo. Non dissero una parola per
un'ora intera, poi Poop si alz e disse Beh, forse e Thomas rispose
con un Okay, e Poop usc. Questa era una visita a tutti
gli effetti, ed era ci che si fa fra amici e vicini.
Le persone che vedevamo ci continuavano a dire, a vari livelli
di tatto, che non ci saremmo riusciti. Dicevano che in zona non
c'era nessuno interessato al cibo a chilometro zero o biologico, o che
anche se lo fossero stati, non se lo sarebbero potuti permettere. E
anche se fossimo riusciti a trovare persone disponibili all'acquisto
avremmo comunque fallito perch il terreno era troppo paludoso
e non ci sarebbe cresciuto nulla. E se fossimo riusciti a farci crescere
qualcosa e a venderlo, beh, allora sarebbe stata solo questione
di tempo e saremmo andati falliti, perch la campagna  la campagna.
Alcuni ci dicevano queste cose a voce alta, altri le lasciavano
intendere, ma in un caso e nell'altro io sentivo suonare un campanello
di angoscia dentro di me, che tentavo di zittire fin quando
Mark e io non rimanevamo soli. Non avevo le competenze per giudicare
ci che stavamo facendo n un mio punto di vista che mi permettesse
di capire se avrei dovuto credere all'ottimismo di Mark o
al pessimismo di tutti gli altri. Se avessimo fallito, non avevo alcun
piano di riserva. Non sarei potuta ritornare alla mia vecchia vita.
Non avevo pi il mio appartamento, tanto per dirne una, e non
avevo il denaro per una caparra dal momento che stavamo investendo
tutti i nostri averi per comprare altre cose, per esempio delle
mucche. Un giorno una nostra anziana vicina che si chiamava
Trudy venne a casa portando con s uno scatolone di pentole e padelle
che aveva raccolto nella sua cucina. Erano belle pentole di ghisa
smaltata e noi le accettammo ringraziandola. Poco dopo arriv
un'altra vicina chiedendoci se Trudy ci avesse portato le sue pentole.
 convinta che siate poveri! disse ridendo. Pensa che voi
siate - come dire? - bisognosi. Ho cercato di spiegarle che siete bisognosi
per scelta. Dopo questa conversazione rimasi depressa
per giorni. Continuavo a vedermi davanti agli occhi i bambini della
mia scuola elementare etichettati come bisognosi, bambini dalle
facce tristi con il moccio incrostato sul naso e vestiti poco puliti,
poi mi guardavo allo specchio e facevo il paragone.
Quando parlavamo fra noi del futuro, io chiedevo sempre a
Mark se era davvero convinto che avessimo qualche chance. Ma
certo che avevamo delle chance, rispondeva lui, e in ogni caso se
questa avventura finiva male non importava niente. Dal suo punto
di vista, noi avevamo gi avuto successo perch stavamo facendo
una cosa difficile ed era una cosa per noi importante. Non si misurano
cose del genere con parole come successo o fallimento, diceva
lui. La soddisfazione sta nel provare a fare cose difficili e poi
andare avanti di difficolt in difficolt, senza badare al risultato.
Ci che conta  se ti muovi nella direzione che consideri giusta, oppure
no. Il tutto mi suonava molto poco chiaro.
Questa conversazione ebbe luogo parecchie volte, con me in
preda all'ansia e Mark perfettamente calmo finch un giorno,
mentre stavamo controllando insieme i conti, io arrivai quasi alle
lacrime. Mi sentivo in bilico sull'orlo dell'abisso. Non gli stavo
chiedendo di garantirmi che saremmo diventati ricchi. Volevo solo che mi rassicurasse sulla solvibilit, che fossimo, per come la
vedevo io, a posto. Mark scoppi a ridere. Cos' il peggio che ci
possa capitare? chiese. Siamo persone intelligenti e abili. Viviamo
nel paese pi ricco del mondo. C' cibo, alloggio e bont in abbondanza.
Cosa cavolo c' da aver paura?.
Mark aveva concepito questo pensiero in un momento molto
particolare della sua vita. A ventun anni aveva appena preso la laurea
in agraria, disciplina che a Swarthmore non offrivano come prima
materia ma che lui aveva messo insieme da corsi di biologia,
chimica ed economia. Voleva conoscere l'agricoltura americana e
capire com'era la vita di campagna, la voleva vedere da vicino.
Part in bicicletta dalla casa dei suoi genitori a New Paltz portandosi
dietro una tenda e un cambio di vestiti, e pedal verso ovest.
Era estate e aveva detto alla nonna, che viveva in California, che sarebbero
stati insieme a Natale.
Si port pochissimi soldi, in parte perch all'epoca pochi ne
aveva e in parte perch aveva la sensazione che il denaro lo avrebbe
allontanato dalla sua avventura. Durante la prima settimana di
viaggio pedal per due giorni attraverso un faticoso pezzo del New
Jersey completamente costruito, stordito dal rumore dei camion
e dal calore che gli buttava addosso l'asfalto. In un tardo pomeriggio
avvist un ciclista che procedeva verso di lui dall'altra parte
della strada equipaggiato in un modo molto simile a lui.
Si chiamava Carl e veniva da Seattle dopo aver percorso in bicicletta
la stessa strada su cui Mark si era appena incamminato, ma
nella direzione opposta. Carl raccont a Mark che lo attendeva
un viaggio infernale, che l'America era un paese orribile pieno di
persone dall'animo cattivo e controllato da poliziotti prepotenti
che cercavano solo una scusa per metterti nei guai. Si separarono
e Carl punt verso est con l'indirizzo dei genitori di Mark in tasca,
e Mark si diresse verso ovest.
Quello stesso giorno Mark pass il confine della Pennsylvania
e a sera giunse in una cittadina sul fiume Delaware. Cerc un posto
dove piantare la tenda, ma era diventato pi cauto e controll
se c'erano poliziotti in giro. Vide un parco con un campo di pallacanestro
in cui giocavano due giovani padri mentre i figli muovevano
i primi passi sul prato. Mark domand se secondo loro
poteva piantare l la tenda e loro dissero che non vedevano perch
no. Piant i picchetti vicino a un boschetto e, mentre si stava
togliendo di dosso i vestiti nel folto degli alberi per lavarsi con un
litro d'acqua che si era portato a questo scopo, alz lo sguardo e
vide un uomo che veniva verso di lui con qualcosa in mano. Mark
 miope e il suo primo pensiero fu che l'uomo fosse un poliziotto
e che lui era nudo in mezzo agli alberi con bambini piccoli nelle vicinanze
e che probabilmente lo avrebbero arrestato e accusato di
reati a sfondo sessuale. Il tempo di infilarsi i pantaloni e si accorse
che non si trattava di un poliziotto ma di uno dei pap che giocavano
a pallacanestro che gli stava portando un piatto di pollo
fritto, una pannocchia di mais e un bel bicchiere di t freddo.
Ho pensato che avevi fame disse il pap.
Per tutto il viaggio fu sempre cos: persone gentili che gli offrivano
da mangiare, un alloggio e bont, autentica bont. Alla fine
di ogni giornata di viaggio, Mark cercava un certo tipo di fattoria,
con un giardino, non troppo grande e non troppo leccata ma
in buono stato e senza l'odore della disperazione. Bussava alla porta
e chiedeva se poteva piantare la tenda da qualche parte sulla
loro terra. Non gli dissero mai di no, nemmeno una volta. Nove
volte su dieci la porta di casa si apriva e si ritrovava a dire la preghiera
di ringraziamento a tavola con una famiglia e poco dopo
sotto le coperte in un letto nella camera degli ospiti. Spesso rimaneva
un giorno o due a lavorare nei campi, e in questo modo vide
ogni sorta di fattoria e conobbe tanti tipi di famiglie contadine
diverse fra loro. Vide campi recintati in cui allevare animali da
macellazione e agrumeti. Zapp campi di fagioli in piccole fattorie
biologiche e guid una mietitrebbia per migliaia di acri di mais,
con le pannocchie che sgorgavano dalla macchina come un placido
fiume dorato. Si ferm per comprare delle cartine alla Camera
di Commercio in mezzo al paese e l'uomo al bancone and in
macchina a prendere un pacco di calzini nuovi. Prendi gli disse
servono sempre dei buoni calzini in un viaggio come il tuo.
Rimase quattro o cinque giorni con una famiglia che coltivava mais
e fagioli nell'indiana; la donna, Connie, aveva un negozio di parrucchiere
e dopo aver nutrito Mark e averlo fatto riposare se lo
port in paese, lo mise seduto sulla poltrona e gli lav i capelli, due
volte, perch dopo il primo shampoo l'acqua continuava a essere
marroncina, e poi glieli tagli. Connie gli manda ancora oggi gli auguri
di Natale con le foto dei nipotini infilate dentro il biglietto.
Le ho viste, perci so che  vero.
Questa storia divent il contraltare della mia ansia. Questo, pi
l'unica voce dissenziente di tutto il circondario. Shep Shields viveva
sulla collina vicino a noi e lavorava da sempre in campagna. Era
di bassa statura e le gambe erano cos provate da anni e anni di fatica
che riusciva a stento a piegare le ginocchia. Avanzava con un
movimento ondulatorio che lo faceva sembrare un giocattolo meccanico.
La mano con cui teneva il bastone era piena di nodi dell'artrite
e tutte le mattine dava ancora da mangiare a una mandria
di vacche. Mi disse che amava i cavalli da tiro, i cani e le belle donne,
non necessariamente in quest'ordine. Attribuiva lo stato in cui
si trovava fisicamente al fatto che aveva lavorato troppo duramente
da piccolo, sollevando bidoni di novanta libbre di latte sul camion
fin dall'et di dieci anni. Quando seppe del nostro progetto
non disse che non ce l'avremmo fatta. Non disse nemmeno che ci
saremmo riusciti, ma ci fece un cenno d'approvazione e ci disse che
eravamo sulla strada giusta. Aveva visto ottant'anni di cambiamenti
nel mondo agricolo, l'arrivo del trattore, la mungitrice automatica,
il serbatoio refrigerato per lo stoccaggio del latte e i prodotti
chimici, le medicine e i congegni che oliano il meccanismo di una
fattoria su larga scala: aveva riflettuto su tutte queste cose e ne aveva
visto gli effetti. Se fosse stato un uomo giovane che doveva iniziare
da capo, disse, avrebbe ricominciato con i cavalli, e non sarebbe
andato oltre le cose semplici e piccole, coltivando le cose da
mangiare, magari con qualche buona mucca Jersey da mungere per
avere latte e burro. Sarebbe rimasto in zona. Cibo per s e per i vicini,
come si faceva quando lui era piccolo.
Le giornate diventarono cos fredde che la neve scricchiolava
e ogni mattina si alzava un pesante vapore dal passaggio tenuto
aperto dal traghetto nel ghiaccio per attraversare il lago. Dentro
la nostra casa gelata la profondit di penetrazione del ghiaccio nello
scantinato scendeva ogni giorno di pi. Avvolgemmo le tubature
con nastro isolante e la stufa a legna era sempre accesa, ma riscaldava
solo uno spazio incredibilmente ristretto e insufficiente l
davanti. Per una settimana il termometro all'esterno non arriv
mai sopra lo zero. Alla fattoria, le creste dei polli diventarono nere
per un principio di congelamento, e l'idrante antigelo si congel.
Trasportavamo i secchi d'acqua dalla pompa facendo attenzione
a non bagnarci le mani. Scoprii il peso dell'acqua, poco pi
di otto libbre per gallone, quaranta libbre a secchio, ottanta libbre
per un carico completo e perfettamente bilanciato, con i manici
che ti segano le mani in profondit nonostante i guanti spessi,
e le spalle che si ingrossano e si ispessiscono di muscoli nuovi.
Con il freddo la fattoria era bloccata. Erano molti anni che
non vivevo pi un vero inverno e non riuscivo a stare calda qualsiasi
cosa mi mettessi addosso. I piedi mi diventarono insensibili
e mi facevano male le mani. Fra le mungiture e i lavori quotidiani
tornavamo a casa in paese, ci toglievamo i vestiti irrigiditi sulla
soglia e iniziavamo ad alimentare furiosamente il fuoco. Il letto
non era alla portata del calore della stufa e la mattina mi catapultavo
da sotto le coperte davanti alla stufa con i vestiti in mano,
sussultando a ogni passo sul pavimento gelato. La sera, prima di
addormentarci, Mark mi leggeva La valle dell'Eden, rannicchiati
sotto tre coperte, con pesanti berretti in testa e calze di lana ai piedi.
Al chiuso c'era molto lavoro da fare. Dovevamo inserirci nel
circuito degli agricoltori della zona perch nonostante la fama di
grande indipendenza gli agricoltori sono necessariamente interconnessi,
per lo scambio di manodopera, macchinari, consulenze,
prodotti e informazioni. Insieme agli attrezzi e ai trattori, Mark
in Pennsylvania si era lasciato alle spalle la rete di rapporti che si
era costruito con i vicini, le amicizie indispensabili quando ti serve
assolutamente una saldatura nella stagione del raccolto o quando
verso la fine dell'inverno sei a corto di fieno e devi comprare
le balle a un prezzo decente per arrivare alla primavera. Come
per tutto il resto, anche qui dovevamo iniziare da zero. Mark pass
molto tempo al telefono, a stabilire contatti e a prendere appuntamenti per presentarci.
Contemporaneamente cercavamo una pariglia di cavalli. Mark
chiese consiglio ai suoi amici Amish in Pennsylvania. Ci spiegarono
che avevamo bisogno di un particolare tipo di pariglia: cavalli
calmi e dall'andatura sciolta, avvezzi a ogni tipo di macchina agricola,
cavalli che avevano gi lavorato molto ma che avevano ancora
diversi anni davanti a loro. I castrati erano meglio delle giumente,
per il resto uno valeva l'altro.
Nella ricerca di una pariglia di cavalli di questo genere esistono
due ordini di problemi. Il primo  la rarit. Il mercato dei cavalli
da tiro  un mercato piccolo e fortemente specializzato e nemmeno
lontanamente paragonabile quanto a giro di denaro al mercato
dei cavalli da sella. Quando circolano cifre importanti sono
per i cavalli da tiro legati a esibizioni pubbliche, o animali da parata
che sfilano alle fiere di contea, o immensi animali che gareggiano
in coppia sfidandosi nel traino di enormi pesi su brevi percorsi.
Gli allevatori sono interessati solo ai cavalli adatti alla vendita,
per cui la maggior parte dei cavalli sul mercato corrisponde
all'uno o all'altro tipo. I primi sono cavalli con bellissime zampe,
muso alto, andatura elegante, cavalli appariscenti con tanta energia
nervosa. Gli altri sono muscolosi ed esplodono di potenza ma
tendono ad ammalarsi e ad avere problemi fisici e non sempre
sono trattati bene, una combinazione che li rende imprevedibili e
potenzialmente pericolosi.
Cavalli da tiro calmi, esperti e sani erano rari e quasi mai in
vendita. Un Amish o un agricoltore che usi davvero la trazione animale
e che vuole dei cavalli con cui lavorare li alleva, non li
compra, e se gliene viene uno buono se lo tiene e lo sfrutta il pi
a lungo possibile. Se un cavallo cos  in vendita di solito c' qualcosa
che non va, un carattere instabile o cattiva salute.
Ci vollero un bel po' di telefonate per trovare una pista promettente,
un venditore che stava sull'altra sponda del lago. Prendemmo
il traghetto per il Vermont e poi andammo in macchina
alla fattoria dei Cooper. Avevano una grossa latteria, ma si erano
sempre occupati di cavalli e avevano fama di essere persone perbene,
una caratteristica assai rara fra i mercanti di cavalli.
Quando arrivammo dai Cooper stava nevicando. La casa era un
ranch a un piano solo su una strada sterrata, sovrastato dal lungo
granaio rosso l vicino. Jim Cooper usc a darci il benvenuto in
abiti civili, coppola e quei curiosi favoriti dei Mennoniti. Ci condusse
al fienile che ospitava i cavalli pi grandi che avessi mai visto,
i fianchi muscolosi che li facevano sporgere dagli stalli fino al
corridoio centrale, neri, marroni e roani, tutti pi alti di me.
Il figlio, sui vent'anni, teneva un puledro per le traversine, un
Percheron, robusto e in buona salute con un pelo nero che brillava
come un paio di stivali nuovi. Aveva la briglia e le redini agganciate
alla cavezza, che grazie a una striscia di cuoio arrivava a
cingergli il tronco. Il cavallo era avvezzato al morso e masticava rumorosamente
su e gi, le orecchie indietro a met, non nervoso ma
nemmeno completamente a suo agio. Il figlio di John sganci le
traversine e guid il puledro nel paddock dove stavano bighellonando
pochi altri cavalli. Jim ci spieg che lui addestrava i cavalli
in questo modo, mettendogli una cavezza e facendoli abituare
con i loro tempi, in mezzo alla confortante presenza dei compagni nel branco.
Poi, da uno dei box alla fine del corridoio, il figlio di Jim prese
una giumenta roana bene in carne facendola camminare all'indietro
nel corridoio e Jim fece uscire la sua compagna, un'altra giumenta,
cos identica alla prima che dovetti cercare qualche indizio per distinguerle
l'una dall'altra. Erano Belghe da tiro di otto anni, perfettamente
domate, disse Jim, e bene educate. Ma un cavallo  un
cavallo aggiunse nessuno  a prova di bomba. Jim e il figlio si misero
a dare una ripassata con la spazzola ai cavalli, alzarono i collari
sopra le teste e li poggiarono sulle spalle, ogni movimento era
essenziale e tranquillizzante, nella maniera sbrigativa usata da chi conosce
bene i cavalli, che mette a proprio agio gli animali. Una volta
venne un uomo disse che voleva dei cavalli da tiro. La moglie
aveva paura dei cavalli perci voleva una pariglia a prova di bomba.
Prese una pesante bardatura di cuoio da un chiodo vicino al
box della giumenta. Avevo una coppia di castrati da proporgli.
Una pariglia completamente affidabile. Cavalli su cui potrebbero
salire un bambino o una donna. Sollev i bastoni di legno sopra
la testa e li sistem delicatamente nel solco del collare, poi srotol
il resto della bardatura sulla schiena della giumenta, dove rimase
in equilibrio in un incomprensibile groviglio, mentre lui si spost
di fronte alla giumenta per allacciare le fibbie delle cinghie che chiudono
i bastoni. L'uomo venne a vedere la pariglia. Erano ottimi
cavalli. Torn dietro la giumenta e tir la bardatura sui fianchi, e
il groviglio di cuoio scese perfettamente al suo posto. Sollev la coda
mozza sull'imbraca e poi allacci la fibbia del sottopancia. Li attaccai
al carro e ci dirigemmo di l della strada. Una briglia era rimasta
davanti alla testiera. La giumenta abbass il naso e Jim fece
scivolare la briglia sopra la testa, chiuse la fibbia del sottogola e attacc
il barbozzale sotto il mento. Il figlio di Jim aveva gi bardato
l'altra giumenta, la avvicin alla compagna e allacciarono le redini
ai morsi. Dall'altra parte della strada un'ape punse uno dei castrati
e tutti e due partirono di corsa. L'uomo si spavent e salt
gi. Batt la testa sul bordo del carro e mor. Cos. Erano cavalli
buonissimi, non mi avevano mai dato il minimo problema. S. Non
sono a prova di bomba. Un passo avanti, cavalla.
Aveva smesso di nevicare, c'era un freddo pungente. Il vento
sollevava la neve appena caduta che si avvitava in vortici volando
sui campi. Sembrava che le giovenche assorbissero quell'energia
nervosa perch tiravano il morso. Jim si avvicin con la cavalla al
palo di una treggia molto robusta che era pronta sul vialetto e suo
figlio chiuse con uno scatto la giugola alla bardatura, infil il palo
nell'anello e poi agganci le tirelle al bilancino. Jim teneva le redini
in mano e quando fummo tutti sulla treggia parl alle cavalle,
che partirono alacremente. Il vialetto era ghiacciato e le giumente
dovettero raspare per tenersi in equilibrio.
Fuori della strada il campo era sommerso dalla neve e le giumente
faticarono a scavarsi una pista. Jim gli urlava Oh! e loro
danzavano, tirando forte il morso. Stacca quella giumenta disse
al figlio, che salt gi dalla treggia e si apr un varco verso il
muso. Stacc le redini dall'anello del morso e le riattacc a met
della leva del morso. Avendo cavalcato, sapevo che questa operazione
avrebbe dato a Jim l'angolazione per far leva e premere sulla
lingua della giumenta e le barre fra il morso e il barbozzale.
Guardai la robusta sagoma di Jim e mi chiesi come avrei mai potuto
controllare un cavallo cos. Ripartimmo, ma le giumente non
si erano calmate. Invece di andare al passo, trotterellavano nervosamente.
Non lavorano dall'autunno spieg Jim. Se le volete,
le far lavorare ogni giorno per un paio di settimane prima di darvele,
per rimetterle in sesto. E poi, dopo qualche altro minuto di
sforzo, fece un altro Oh, sospir e disse: Non sono cavalli per
voi. Andate da Gary Duquette: vende una pariglia che ha comprato
da me qualche anno fa. Sono quelli i cavalli che cercate.
Infatti. Quando arrivammo la pariglia era attaccata e sul carro a
tenere le redini c'era un vicino di Gary, un ragazzino di otto anni che
stava tutto sporto in avanti come il bompresso di un veliero. Era una
fattoria molto faticosa, con il terreno tutto in pendio: una piccola
mandria sfiorava a fatica del foraggio insilato dietro una recinzione
elettrificata. Gary stava nel fienile al capezzale di un vitellino
con la polmonite, scheletrico e dal respiro affannoso. Ci spieg
con rammarico che di l a poco sarebbe stato costretto a portarlo
dietro il fienile per sopprimerlo. Salimmo sul carro e Gary parl ai
cavalli che partirono tranquillamente al passo. Dopo mezzo miglio
di strada ricoperta di fango gelato Gary disse Se avete intenzione
di comprarli, li dovreste guidare; e cos presi le redini per la prima
volta. Era come tenere in mano creature viventi, una coppia di
serpenti ammaestrati. Quando si cavalca, si comunica con il cavallo
con tutto il corpo: talloni, gambe, fondoschiena, peso e mani. E
poi si sta sopra, in una posizione dominante. Quando si guida una
pariglia di cavalli, tutta la comunicazione - l'intensa conversazione
che ha luogo - avviene tramite i pochi centimetri di cuoio avvolti intorno
al palmo della mano, che ti connettono alle bocche dei cavalli.
E sono due bestie, che non vedono nient'altro che la strada davanti
a loro. E pesano una tonnellata l'uno. E tu sei legata da dietro
con una cinghia, il tuo destino unito al loro. Probabilmente all'epoca
ero convinta che i cavalli da tiro fossero noiosi rispetto ai cavalli
che io amavo cavalcare - animali focosi, selvaggi, che scattavano
al minimo colpo di tacco come una macchina da corsa - ma
quel giorno intuii per la prima volta che mi sbagliavo di grosso.
Sam e Silver arrivarono alla fattoria quindici giorni dopo. Mark
e io avevamo passato una settimana a costruirgli due box nel fienile
ovest, per il freddo atroce a ogni colpo di martello ci partivano
scosse elettriche dal gomito. Avevamo cosparso di uno spesso
strato di paglia i nuovi stalli e riempito le mangiatoie di fieno: eravamo
pronti. Scesero dal carro come due re. Il solo fatto che esistano
creature del genere mi commuove. Che poi lavorino per
noi, generosamente e con tutto il cuore, ha del miracoloso.
Erano castrati Belgi, sauri, con le criniere e le code biondo pallido.
La storia di entrambi era oscura, ma dovevano avere sui quattordici
anni, erano abituati al lavoro agricolo, alle sfilate e al tiro,
erano stati acquistati separatamente a un'asta e appaiati da Jim
Cooper. Silver era il pi bello. La maggior parte dei cavalli maschi
viene castrata in giovane et, per evitare riproduzioni indesiderate
e per rendere pi docili gli animali. Gary ci disse che Silver
era stato uno stallone da monta fino a dieci anni e oltre. Aveva
ancora il tipico collo da stallone, spesso, inarcato e fortemente
muscoloso. Sembrava progettato apposta per tirare grossi pesi,
infatti aveva un ampio torace, le costole fortemente sporgenti e il
dorso corto. Aveva un'espressione potente e sicura di s, anche se
non straordinariamente intelligente. Sam era l'opposto: spigoloso,
dotato di muscoli lunghi, e furbo. Pi scattante, se ne andava in
giro come un soldato, dritto e leggermente contratto. Quando gli
parlavi, le orecchie di Sam guizzavano all'indietro e trasmetteva
la sensazione, tipica di molti cavalli, che avrebbe fatto del suo
meglio per prendersi cura di te, anche se tu facevi qualche scemenza.
Superavano entrambi le diciotto spanne, talmente alti che
per strigliargli la groppa dovevo salire su un secchio.
La mattina seguente, dopo la mungitura feci uscire all'indietro
Silver dallo stallo e gli misi la briglia, scalai una pila di balle di fieno
e gli saltai sulla groppa per cavalcarlo a pelo. Era come stare a cavalcioni
di un divano caldo. Quando si mosse sentii un dondolio
oceanico. Sembr un po' preoccupato dalla stranezza della situazione,
poco peso in groppa, la sensazione insolita di un paio di gambe
che gli circondavano i fianchi, e mi venne in mente che probabilmente
non era mai stato cavalcato prima. Lo riportai al suo posto
e misi la briglia a Sam, il cui spigoloso garrese non era nemmeno
minimamente paragonabile alla comoda groppa di Silver. Ma Sam
aveva una voglia tremenda di muoversi. Cavalcammo in mezzo a cumuli
di neve verso la grossa altura al confine orientale della fattoria.
Da lass c' una bella vista del lago e il vento aveva spazzato via
la neve dal terreno gelato. Diedi un colpetto a Sam che part al piccolo
galoppo, stirando le lunghe zampe, a un'andatura che divorava
terreno. Riconobbi una felicit ben nota pulsarmi dentro, la sensazione
che i cavalli mi davano fin dall'infanzia. Sembrava che Sam
volesse correre per miglia e miglia, ma io avevo qualche timore, a
quella velocit, di non riuscire a mantenermi in sella cavalcando a
pelo, e di cadere. Lo frenai a un'andatura al passo, sorridendo. Sar
pure un cavallo da tiro, pensai, ma ha un'anima da purosangue.
Una domenica sera di un freddo gelido Mark torn pi tardi
del solito portando una busta di piccoli pesci d'argento. Era lo
sperlano, che in quella zona chiamano pesce ghiaccio. Li aveva comprati
nello spaccio del primo paese verso sud, a poca distanza dal
quale era sorto un villaggio sul lago ghiacciato, un agglomerato di
casupole circondate o costruite intorno a buchi nel ghiaccio. Avevo
visto gli uomini partire dalla riva del lago verso le capanne su
motoslitte con confezioni da sei di birra legate sul portapacchi,
mezza dozzina di passeggeri in miniatura. Siediti e riposati disse
Mark. Cucino io. Fece rosolare un trito di cipolla nel nostro
burro fatto in casa, ci aggiunse una manciata di salvia secca ridotta
in polvere e quando la cipolla divent trasparente aggiunse la
farina a pioggia per fare il roux, che allung con la birra, in onore
dei pescatori. Ci butt dentro carote a dadini, un gambo di sedano,
patate e un po' di brodo e infine il pesce, tagliato a pezzi, e
quando la cottura di ogni ingrediente fu perfettamente completata
vi vers dentro un bel po' della panna gialla proveniente dalla
mungitura mattutina di Delia. Mangiai la zuppa di pesce ghiaccio,
grassa e calda, in braccio a Mark, con i piedi cos vicini alla stufa che
dai calzettoni umidi si alzava un filo di vapore.
Mentre raschiavamo il fondo della scodella, Mark tir fuori un
pezzo di carta coperto di geroglifici, parole, frecce e segni criptici.
All'inizio pensai si trattasse dell'ultimo piano per la fattoria, ma
poi riconobbi qualche nome che mi era familiare. Era una lista di invitati.
Al nostro matrimonio. Oh dissi e scivolai gi dalle sue gambe.
Noi siamo fidanzati, ricordi? disse Mark senza guardarmi
negli occhi. S risposi. Ne sono al corrente. Ormai mi ero ambientata,
stavo ogni giorno meglio, ma un animaletto irrequieto
dentro di me si era messo a correre qua e l in cerca di un'uscita. Pi
profondamente ero coinvolta, pi disperato diventava l'animale.
In amore, e in molte altre cose della mia vita, ho sempre adottato
un modello da turista, non da residente. Mi tuffavo sicura in piscina,
ma ne riemergevo subito dopo. Non che non fossi sincera. Ero
sempre profondamente convinta. Solo che, nei test caratteriali, ottengo
punteggi eccezionalmente alti alla voce ricerca del nuovo.
L'espressione per sempre mi terrorizza, tutto qui. Ero totalmente
affascinata dalla fattoria. Ero follemente innamorata di Mark. Ma
conoscendomi non ero sicura, proprio per niente sicura, che entrambe
queste passioni durassero nel tempo.
Avevamo vagamente stabilito di comune accordo che il matrimonio
si dovesse celebrare in autunno, dopo il raccolto, alla fattoria.
All'inizio di ottobre ci sarebbe stata abbondanza di cibo, ma il
tempo sarebbe stato ancora buono. Sembrava cos lontano, ma
ora mancava meno di un anno, era cos vicino che si poteva quasi
vedere. Beh, forse potremmo aspettare il prossimo autunno dissi
io cercando di dare a questa frase un tono leggero, come se mi
fosse venuto in mente proprio in quel momento. Con tutto Quello che abbiamo da fare e tutto il resto. Eravamo fidanzati gi da un
anno e lui voleva sposarsi subito. Si alz con la scodella in mano e
and dritto all'acquaio. Non aspetter un altro anno disse dalla
cucina.  Se non ti vuoi sposare in autunno, vuol dire che non ti vuoi sposare per niente.
Non c' situazione migliore per imparare cos' un impegno che
occuparsi di una mucca. La mammella di una mucca non conosce
eccezioni n scuse. Deve essere munta, o soffrir perch troppo
piena e poi si ammaler o perder il latte. Mattina e sera, in
vacanza, che faccia bello o brutto, dal giorno in cui d alla luce il
vitello e per dieci mesi, fino al periodo di asciutta, la tua mucca 
la cornice in cui devi inquadrare le tue giornate e dodici ore sono
il limite massimo entro cui regolare i tuoi spostamenti. Ci che lei
ti d in cambio dell'impegno costante  altrettanto impressionante.
E il pilastro su cui si regge la fattoria, colei che trasforma tutto.
Mangia l'erba - questo ubiquo plancton terrestre - e durante
la ruminazione usa le quattro cavit del suo stomaco per scomporre
la cellulosa e trarne energia. I nomi di queste cavit hanno
un suono quasi liturgico - rumine, reticolo, omaso, abomaso - e nella
vecchia terminologia che indica queste parti risuona una certa
riverenza: king's-hood, il cappuccio del re, per il secondo stomaco
e psalterium, salterio, per il terzo. La parola cream, panna, 
collegata alla parola chrism, crisma. Parole regali e parole sacre per
un processo molto umile. E perfettamente comprensibile, comunque;
basti pensare che da una mucca dipende il benessere di
un'intera fattoria. Latte, formaggio, burro, yogurt, panna e i sottoprodotti:
latte scremato, latticello e siero con cui ingrassare i
maiali e nutrire il pollame. E d un vitello all'anno, che si pu allevare
(sempre con l'erba) in modo da fornire la carne per una famiglia.
Tutto questo proviene da una mucca.
Stavo diventando pi brava a mungere, pi svelta, e il latte non
mi scivolava pi sui polsi e non schizzava pi dappertutto sulle
pareti del fienile. Ora tenevo le unghie corte e arrotondate e sapevo
tirare i capezzoli delicatamente ma fino in fondo. Settimana
dopo settimana i miei avambracci diventavano sempre pi grossi.
Il latte era per me un universo sconosciuto. A parte il parzialmente
scremato che mettevo nel caff, non bevevo latte da anni.
Avevo una lieve intolleranza al lattosio e l'idea del latte da bere
mi disgustava o quasi. Ma il latte crudo di una mucca Jersey  una
sostanza completamente diversa da ci che pensavo fosse latte.
Se non possedete una mucca e non conoscete nessuno che la possiede,
devo avvertirvi di non assaggiare mai il latte crudo direttamente
dal capezzolo di una mucca Jersey, perch sarebbe troppo
crudele assaggiarlo una volta e non poterlo pi bere di nuovo.
Oggi sono pochissime le persone in America che ancora si ricordano
questo tipo di latte, per lo pi persone anziane e cresciute
con una mucca. A volte arrivano alla fattoria alla ricerca del sapore
perduto dell'infanzia.
Quando ci si abitua al latte della stalla, il latte che si trova in
commercio presenta un mucchio di svantaggi. In primo luogo, il
sapore di cartone e a volte un leggero retrogusto delle sostanze chimiche
usate per lavare la mammella e pulire i tubi della mungitrice.
C' il processo di omogeneizzazione, la cui onnipresenza mi
sconcerta. Perch mai si dovrebbe bere solo latte scremato, quando
poi la panna che vi affiorerebbe sopra la si usa per ottenere un
prodotto da mescolare al caff del mattino? E poi c' la pastorizzazione,
che modifica il gusto e la natura del latte come il calore
trasforma tutto il cibo da crudo a cotto.
Il latte crudo fresco  meraviglioso, ma dopo un po' di tempo diventa
tutto molto pi interessante. Quando esce dalla mucca, il
latte  una sostanza tiepida, zuccherina e proteica, un ambiente
ideale per la crescita batterica. Quando i batteri si moltiplicano, acidificano
il latte, cambiandone il gusto da dolce ad acido, e infine
rendendolo pi denso. E quello che nei vecchi libri di cucina si
definisce, appunto, latte acido. Se si lascia in un luogo caldo del
latte crudo buono e pulito che viene da una mucca sana i batteri
naturali che possiede lo faranno solidificare in qualcosa che 
sempre interessante e quasi sempre commestibile. Il genere umano
sfrutta questa caratteristica da tantissimo tempo, mettendo in
coltura batteri di ceppi specifici per ottenere qualit gradevoli e
predefinite. In questo modo trasformiamo il latte in yogurt, kefir e
vari tipi di formaggi. La pastorizzazione elimina quasi tutti i batteri
dal latte, sia benigni che patogeni. Senza i batteri buoni, il latte
pastorizzato  attaccato da vari tipi di batteri responsabili della
putrefazione che lo fanno guastare invece che inacidire.
Un'altra differenza dipende dalla razza della mucca. Il latte
che si compra al negozio quasi certamente viene da una Holstein.
Sono grosse mucche che vengono allevate e nutrite nelle latterie
industriali per massimizzare la produzione di latte. Ma come regola
generale, pi aumenta il volume di latte prodotto, pi diminuisce
la quantit di grasso e di proteine e carboidrati. C' anche
una storiella dei vecchi contadini che dice che l'allevatore di Jersey
tiene sempre una Holstein nel fienile perch potrebbe tornare
utile per lavare i piatti se gli si prosciugasse il pozzo. Il latte
delle Jersey  infinitamente pi nutriente di quello delle Holstein,
con un pi elevato contenuto di grassi, proteine e carboidrati.
Inoltre, dal momento che la mucca Jersey non metabolizza completamente
il betacarotene contenuto nell'erba, la panna  di un
grazioso e tenero giallo pallido. Quando si fa il burro con questa
panna, soprattutto in primavera, il colore  pi acceso.
Ma ancor pi della razza  importante la questione del nutrimento.
Il gusto del latte  direttamente influenzato dalla dieta
della mucca.  una cosa molto pi evidente quando la mucca mangia
qualcosa che contamina il latte. Se nel pascolo cresce aglio
selvatico, il latte sapr di scampi. L'erba gatta, il farinello o la
verga d'oro gli conferiscono un vago sapore di aragosta, che di per
s non  male ma certo si allontana parecchio da quello che ci si
aspetta da un bicchiere di latte. Se vuoi dar da mangiare alle mucche
i cavoli che ti ritrovi in pi  meglio farlo diverse ore prima della
mungitura, altrimenti il latte sapr di puzzola. Anche la consistenza
del burro cambia a seconda di ci che mangia la mucca. Il
burro fatto con il latte primaverile, quando le mucche mangiano
nei prati rigogliosi,  morbido e spalmabile. In inverno, quando
le mucche mangiano il fieno, il burro  duro e friabile anche a
temperatura ambiente e si deve sbriciolare sul pane anzich spalmarlo.
Ci sono effetti anche pi sottili. Il latte di una mucca che
bruca in un pascolo ricco di trifoglio ha un sapore diverso dal latte
della stessa mucca che sta in un pascolo di erba mazzolina, e persino
lo stesso pascolo subisce delle variazioni a seconda della stagione
e del tempo. Il latte, come il vino, ha un vero e proprio gout
de terroir, cio mantiene caratteristiche inscindibili dall'ambiente
in cui viene prodotto. La maggior parte del latte industriale proviene
da mucche che non poggiano zoccolo sul pascolo nel periodo
di allattamento. Al posto dell'erba mangiano una cosa che chiamano
TMR, Total Mixed Ration, vale a dire una razione alimentare
completa. La razione alimentare viene attentamente calibrata
per massimizzare la produzione di latte e minimizzare i costi e consiste
in fieno o foraggio insilato, cio seccato, sminuzzato e addizionato
di conservanti, mischiato a integratori proteici come la soia
o i residui di semi di malto dalla fabbricazione della birra. Se si
pensa al latte come a un bene economico, allora uno vale l'altro,
pi o meno, e la TMR  perfettamente comprensibile. Ma se iniziamo
a pensare al latte come a un alimento che ha qualit stagionali
e regionali, la TMR diventa una follia, sarebbe come fare il vino
con uva idroponica.
La nostra prima bufera di neve arriv un venerd. Alla radio, il
meteo dava previsioni preoccupanti, ma quella mattina l'alba era
spuntata abbastanza bene, fredda, con un debole solicello che filtrava
da nuvole alte nel cielo e una neve leggera che cadeva perpendicolare.
Passammo la mattinata alla fattoria, rinforzando porte
e finestre. Chiudemmo i polli nelle stie, che trascinammo lentamente
con il trattore per la stradina fino a un punto riparato vicino
al fienile ovest. Chiudemmo Delia nel suo stallo, e bloccammo
tutte le porte del fienile; poi tornammo a casa in paese e ci mettemmo
ad aspettare.
Per tutto il giorno rimanemmo in preda a un gioioso entusiasmo,
programmando il lavoro per l'anno seguente sul calendario che
ci era arrivato per posta e che ironia della sorte era illustrato con
un quadro che rappresentava una casa di campagna in stile coloniale,
un fienile dipinto di rosso e tre pecore lanose. Sopra c'era scritto
My Country 'Tis of Thee, Sweet Land of Liberty.
...
NOTA: Il mio Paese  tuo, dolce terra di libert, di te io canto, versi patriottici scritti da Samuel E Smith del 1832, negli Stati Uniti considerati quasi come l'inno nazionale, citati nel celebre discorso di Martin Luther King I have a dream. FINE NOTA.
...
Riempimmo i giorni e le settimane con le nostre ambizioni, che gi in partenza
sapevamo troppo impegnative per rientrare nei confini di un solo
anno. La prima settimana di febbraio era dedicata a PROGETTARE
UNA SERRA - COSTRUIRLA! Nella seconda settimana dello stesso mese
l'obiettivo era COSTRUIRE UNA ZONA PER LA DISTRIBUZIONE e anche,
in qualche modo, tagliare e spaccare la LEGNA DA ARDERE per
l'anno successivo. Nel giorno di ottobre in cui avevamo previsto di
sposarci Mark scrisse MATRIMONIO, e sotto, nello stesso quadratino
che indicava quel giorno, ARRIVANO 50 PULCINI. Le lettere avevano
le stesse dimensioni, e l'unica cosa che distingueva la prima parte
dalla seconda era la coppia di cuoricini congiunti. La settimana dopo
c'era la LUNA DI MIELE e anche lo spiritoso ESTRARRE IL MIELE
(dall'arnia).
Fummo risucchiati dai nostri piani al punto da non accorgerci
che era iniziato a nevicare fitto fitto. Quando alzammo gli occhi dal
calendario il sole era gi basso e bisognava mungere Delia. Mark
era proprio nella fase cruciale di un formaggio sperimentale, in
attesa che la cagliata si solidificasse, perci mi offrii di andare a
mungere al posto suo. Era solo un miglio di distanza, mi dissi.
Cosa poteva esserci di cos tremendo?
Guidai a passo d'uomo, ingobbita sullo sterzo, scrutando disperatamente
oltre il parabrezza la comparsa delle strisce gialle. La
mia era l'unica auto per strada. Non avevo percorso nemmeno
mezzo miglio che davanti a me era tutto buio, e fui costretta a fermarmi
prudentemente sul bordo della strada per togliere uno
spesso strato di neve dai fari. Arrivai al fienile e appena spensi i tergicristalli
il parabrezza si ricopr completamente e divent opaco.
Delia era abbastanza tranquilla nel suo stallo e ascoltava il vento
che soffiava oltre l'angolo del fienile. La portai alla sbarra e mi
misi a mungerla, grata del calore dei capezzoli, poi la riportai al suo
posto con una balla extra di paglia. Le diedi da bere e una balla
di fieno da mangiare, poi uscii a prendere i cavalli che si erano riparati
fra gli alberi; la neve gli si stava accumulando sulle groppe.
Il tempo di metterli al sicuro nei box e la mia auto era cos completamente
sommersa dalla neve che non avrei potuto usarla nemmeno
se fossi stata abbastanza incosciente da provarci. Al culmine
della bufera mi misi in marcia, sentendomi come re Lear, con
il vento in faccia e praticamente cieca, attraverso il mormorante
boschetto di abeti, verso la strada. Pass un camion che procedeva
a passo d'uomo, il rumore attutito dalla neve al suolo e la neve
in aria talmente fitta che i fari erano inutili, piccoli e tozzi coni di
luce. Dopodich la strada spar e fui costretta a individuare i fili
della luce sopra di me per non perdere l'orientamento. Arrivai a
casa in un bagno di sudore ed eccitatissima, riconoscente verso la
fattoria e gli obblighi che impone per avermi costretto a uscire in
mezzo alla bufera. Immagino che quando sar vecchia e immersa
nei ricordi rivivr quella serata e la racconter a chiunque mi capiter
a tiro e avr voglia di starmi a sentire.
La bufera continu per tutta la notte, ma all'alba la neve smise
di cadere e inizi a soffiare il vento. Tornammo alla fattoria all'ora
della mungitura con le ciaspole ai piedi, per la strada non c'era
nessuno, il tramonto della luna appena visibile tra le nuvole. I rami
degli abeti erano carichi fin quasi a toccare terra e i cumuli di
neve in alcuni punti raggiungevano i tre metri. La mia macchina
era diventata una bella collinetta bianca.
Per i cavalli avevamo bisogno dell'attrezzatura per il tiro. Utilizzammo
i giorni di neve per fare un elenco degli attrezzi che ci sarebbero
serviti in primavera. Primo, un aratro. Tutto il terreno
che avevamo in animo di utilizzare per coltivare ortaggi era coperto
da un fitto strato di zolle erbose. Avremmo avuto bisogno
di un aratro per rivoltarlo, solo dopo sarebbero serviti altri attrezzi:
un erpice a dischi, disse Mark, e un erpice a molle, per
spianare la terra smossa al livello di un semenzaio e poi procedere
alla semina. Man mano che cresceva il raccolto ci sarebbe stato
bisogno di un sistema per controllare le erbacce. Questo attrezzo
si chiama coltivatore a molle trainato dalla pariglia. Se volevamo
lavorare il fieno con i cavalli avremmo avuto bisogno di falciatrici
che potessero trainare. Sam e Silver erano arrivati completi di
bardatura e collari, ma ci servivano altri pezzi chiamati bilancini
che collegano le tirelle dei cavalli al timone di una macchina, e le
giugole che sul davanti sostengono il timone al collare. Una lizza,
cio una slitta resistente che scivola sul terreno piano, per trascinare
un aratro in mezzo al campo sarebbe stata perfetta. Un avantreno
sarebbe stato ancora meglio. E un attrezzo base, un carro a
due ruote con un attacco sul retro per trasportare attrezzature o
cassoni. Ci sarebbe servita una seminatrice per piantare il grano e
uno scavapatate. C'erano altre cose nella lista dei desiderata, ma
questo era il minimo. Avevamo un magro budget.
In questa zona scarsamente popolata il trattore arriv tardi e
nella maggior parte delle fattorie vicine a noi la trazione animale
era rimasta in uso fino alla fine degli anni Cinquanta. Parte delle
attrezzature era ormai a brandelli, o era stata venduta agli antiquari,
o messa l a decorare il cortile sul davanti di casa, mangiata
dalla ruggine e circondata da impatiens d'estate e da zucche e
crisantemi in autunno. Ma ce n'era ancora tanta in giro, ammassata
in fondo ai fienili, e noi perlustrammo ogni anfratto polveroso. A
volte trovavamo macchine a trazione animale con i timoni mozzati,
prova evidente del periodo di transizione in cui i contadini
attaccavano i vecchi attrezzi ai trattori nuovi. Altre volte gli attrezzi
erano stati riposti nella loro integrit, amorevolmente, con le parti
mobili spalmate di grasso, intatti da sessant'anni. Alcuni li abbiamo
comprati, altri pezzi ci sono stati regalati. Shane Sharpe ci
diede in prestito un erpice a dischi che aveva comprato e non aveva
mai usato. Un'anziana donna, recentemente diventata vedova,
contribu con la vecchia seminatrice di legno del marito, pi una
macina per radici a manovella con cui potevamo preparare per Delia
le barbabietole e le carote che ci avanzavano. A un certo punto
si present Thomas LaFountain con in mano il volantino di
un'asta. Non c'era scritto esplicitamente, ma dalla lunga lista di
attrezzi per cavalli da tiro in vendita e dal luogo in cui si trovava
l'asta capimmo che si trattava di una fattoria Amish che vendeva
tutto. Una miniera d'oro.
La fattoria era a tre ore di macchina verso sud-ovest. Partimmo
prima dell'alba. Un'altra bufera aveva di nuovo imbiancato la
zona da una settimana. La fattoria si ergeva su un altopiano ventoso
in mezzo al nulla. Gli spazzaneve dovevano occuparsi di strade
pi importanti, perci le ultime cinque miglia erano pi o meno
impraticabili, ingombre di grossi cumuli di neve. Slittammo e
ruotammo di qua e di l, meno sicuri dell'aderenza al terreno del
nostro mezzo rispetto all'uomo sulla slitta davanti a noi, che guidava
due robuste giumente Belghe. Nella slitta c'era una cesta di
galline marroni e anatre chiazzate; i lunghi peli sul petto e sui
fianchi dei cavalli erano coperti di brina prodotta dal fiato. Scivolammo
nel campo che serviva da parcheggio e l'uomo che conduceva
la pariglia intim l'alt ai cavalli per chiederci se volevamo essere
trainati al fienile, con vocali da tedesco della Pennsylvania
piatte come quel paesaggio spazzato dal vento.
Ci eravamo illusi che per il brutto tempo ci sarebbe stata una
scarsa partecipazione e quindi molti buoni affari, ma gli Amish
erano imperturbabili. Due famiglie stavano vendendo tutto, perch
si trasferivano in un insediamento nell'Ohio: si trattava di un
grande evento. Poich gli Amish non guidano, pensavo che fosse
un commercio a livello locale, ma la chiesa non dice che non si pu
essere passeggeri, perci erano arrivati da ogni angolo dello Stato
di New York e della Pennsylvania in furgoncini e minibus presi
in affitto, gruppi di uomini venuti ad acquistare, pi un gran numero
di adolescenti che, pensai, venivano per l'evento mondano.
Una decina di ragazze della comunit locale, in gonne e scialli neri
immacolati, con i capelli perfettamente pettinati con la riga in
mezzo, vendevano caff, panini e zuccherosi dolci fatti in casa in
una zona del fienile con le pareti foderate di plastica, riscaldata
da una grossa stufa a legna. Le ragazze erano sorvegliate da un
gruppetto di giovani donne sposate con bambini e una signora
pi anziana dallo sguardo abbastanza truce, con una cuffietta nera
in testa. Una ragazzina di circa otto anni era incaricata di fare
la baby sitter, o almeno cos sembrava dal momento che stava cullando
sulle ginocchia un bimbo in fasce e contemporaneamente
badava a che un branco di bambinetti ai primi passi restasse fuori
dai piedi e lontano dalla stufa su cui una mandata di ciambelle
sfrigolava nel lardo bollente.
L'attrezzatura per i cavalli era sistemata in file ordinate in un
campo all'esterno e Mark e io andammo a fare un giro. Mark mi
disse a cosa dovevo fare attenzione - saldature approssimative, improvvisate
per poter vendere il pezzo e che tradiscono un passato
di rotture e riparazioni, oppure punti di snodo fortemente consumati
che a volte si celano sotto una mano di vernice fresca. Intorno
a noi, il vento sollevava mulinelli di neve e la temperatura era
sottozero. La sera prima avevo sentito le previsioni del tempo e
avevo fatto l'impossibile nel tentativo di stare calda: due paia di
pantaloni, due piumini d'oca blu, uno sopra all'altro, un paio di
spessi calzettoni di lana sopra ai miei guanti inadeguati e in sovrappi
un copricapo dell'Armata Rossa con paraorecchi di pelliccia.
L'asta sarebbe iniziata almeno un'ora dopo e io gi stavo
saltellando nel tentativo di recuperare un minimo di sensibilit
alle estremit congelate. Anche gli uomini Amish stavano fuori a
guardare i macchinari, ma indossavano soprabiti neri di lana sottile
e le pagliette che portavano in testa non gli coprivano nemmeno
le orecchie, eppure chiss come sembravano avere caldo.
Stavo cercando di guardare i cappelli pi da vicino - sembrava che
alcuni avessero bande di nastro nero e altri del nastro isolante avvolto
intorno alle calotte - quando Mark mi fece notare che gruppi
di ragazzi mi stavano esaminando attentamente e ridacchiavano,
si sarebbe detto della mia tenuta, che, devo ammettere, mi faceva
sembrare un gigantesco aviatore color mirtillo. Credo stiano
cercando di immaginarsi cosa sei disse Mark. Non  da tutti essere
buffa per un Amish.
Lasciai Mark e tornai dentro, nella sezione riscaldata del fienile,
dove molte persone facevano la fila per le ciambelle. Gli Amish
chiamano gli inglesi non-Amish, e iniziarono ad arrivare gruppi
di inglesi, agricoltori delle zone limitrofe, con i volti screpolati e
impassibili sotto i cappelli tirati indietro. Come gli Amish, erano
vestiti quasi tutti uguali, solo che invece del nero portavano abiti
in fantasie mimetiche o a scacchi. Notai che fra gli anziani ce n'erano
molti che presentavano anomalie fisiche, probabilmente perch
erano cresciuti in un'epoca e in luoghi in cui i difetti alla nascita
e le ferite non letali non meritavano cure: un naso nodoso
come un cavolfiore; una cicatrice grossa come il palmo della mia
mano, che attraversava tutto un cranio; un neo gigantesco da cui
spuntavano peli, in un collo da sempre esposto alle intemperie,
con i muscoli come corde tese, che ricordava lo schiavo di Ripa
Grande nel quadro di Guido Reni. A parte queste anomalie, i
vecchi sembravano pi sani dei giovani, che tendevano tutti all'obesit.
Arriv il banditore e ci fu uno spostamento generale verso l'estremit
opposta del fienile, dove gli oggetti per la casa e i piccoli
attrezzi agricoli erano ordinatamente allineati in mucchietti per
terra o ammassati in lotti nei carri da fieno. Il banditore indic la
prima voce, un assortimento di sedie da cucina di nessun interesse
e ci fu un pigia pigia per dare un'occhiata. Gli oggetti per la
casa sembravano proprio gli stessi che si trovano in qualsiasi vendita
di roba usata nei cortili delle zone rurali - articoli economici
in colori bizzarri - ma l'atmosfera era pi da fiera di paese, un'allegra
occasione per scambi socio-economici. Non c'era da stupirsi
se Thomas LaFountain si faceva centocinquanta miglia di macchina
pur non avendo intenzione di partecipare a un'asta. Che hai
comprato? gli chiedevano i ragazzi quando tornava. Un hamburger
rispondeva lui.
Il banditore cominci l'imbonimento per le sedie, descrivendole
con tenerezza, come se venissero direttamente dalla cucina
di sua madre. L'acquisto  una semplice transazione - Voglio questa
cosa a questo prezzo? - ma un'asta  relativa: Voglio questa
cosa pi di quest'uomo in piedi accanto a me? E quanto pi di lui?
E una festa, un casin, un circo o un concerto e il banditore  il
padrone di casa, il direttore di pista o il direttore d'orchestra. Iniziarono
a piovere le offerte, lui snocciolava le cifre pronunciandole
a volte a met e in modo quasi incomprensibile, le metteva in mezzo
a sillabe prive di significato, come dentro un panino, mischiando
qualche vecchia battuta di spirito. Se le offerte rallentavano,
lanciava uno sguardo arcigno rimproverando il pubblico che
trascurava i pregi di quel particolare oggetto in vendita. Con lui
c'erano tre scagnozzi, grossi e panciuti, che avevano in mano dei
bastoni e sottolineavano la cantilena del banditore con degli
Hep! con voce di basso e con un colpo di bastone ogni volta
che scorgevano una nuova offerta. Questi osservatori erano indispensabili
perch fare offerte era praticamente una gara di scaltrezza,
fra un sopracciglio alzato, un microscopico cenno d'assenso
o al massimo la contrazione di una guancia. Gli osservatori
stavano su questi impercettibili movimenti come segugi su un frullo
d'ala. I nostri amici Owens, grandi frequentatori di aste, ci avevano
avvertito di stare attenti agli osservatori senza scrupoli che
gridano Hep! a una fantomatica offerta per far salire il prezzo,
o al compare del banditore, confuso fra la folla, che si incarica di
dare un prezzo minimo agli articoli pi preziosi facendo delle offerte
quando si profila una vendita a prezzo troppo basso.
Prima che gli oggetti per la casa finissero e iniziasse l'asta del
bestiame si era fatta ora di pranzo, e la folla diminu un po' perch
tutti si spostarono lentamente dalla parte della stufa per prendersi
un piatto di minestra calda. La stia di galline fu venduta per cinque
dollari a uccello, e le anatre andarono a due e cinquanta l'una.
Anche le due giumente che avevamo visto trascinare la slitta erano
in vendita ed erano grosse, sane e ben addestrate. Il banditore fece
notare che la pi giovane era stata accoppiata con il figlio di un
famoso stallone Belga e avrebbe sgravato in giugno. In realt si trattava
di due cavalli al prezzo di uno. Il comune buonsenso suggerisce
di non comprare mai cavalli all'asta, ma le offerte erano lente e
la tentazione troppo forte. La mano mi sal convulsamente un paio
di volte, ma Mark mi diede un'occhiata che voleva dire che era
pronto, se necessario, a fermarmi fisicamente.
La folla torn quando il banditore fece i preparativi per iniziare
la vendita dei macchinari. Cominci battendo un avantreno trainato
da cavalli, fornito di un piccolo motore per potenziare l'asta
rotatoria di qualsiasi attrezzo da attaccare al trattore, per esempio
un'imballatrice da fieno o un voltafieno rotativo. Il prezzo
balz alle stelle come una quaglia che si leva in volo, stabilizzandosi
sui cinquemila dollari. Chi avrebbe immaginato che persone
cos semplici avessero portafogli cos gonfi? Non c'erano grossi affari,
quel giorno. Era tutto in buone condizioni, e gli Amish sapevano
il vero valore degli oggetti ed erano venuti con il contante.
Combattemmo tenacemente, e vincemmo, sul coltivatore a molle
tirato dalla pariglia, ma l'aratro a trazione animale e la mietilega
con cui Mark faceva l'amore veleggiarono altissimi sopra al nostro
budget. Ci aggrappammo al consolante pensiero che il denaro
che quegli uomini stavano spendendo lo avevano guadagnato
lavorando in campagna con i cavalli e che, se loro dicevano che
un attrezzo valeva molti soldi, voleva dire che con quell'attrezzo
si facevano molti soldi. Pi tardi, una persona che aveva notato la
nostra offerta per la mietilega ce ne offr in vendita una che aveva
restaurato. Ci accordammo e contrattammo per la spedizione della
mietilega insieme al coltivatore che avevamo comperato, che
non entrava nella nostra auto.
Prima che tutte le macchine fossero vendute ero gi morta di
freddo, nonostante la mia orrenda tenuta. Trovai una panca vicino
alla stufa dove le ragazze facevano ottimi affari vendendo caff
caldo. Mi crogiolai l dentro per un'ora, chiacchierando di cavalli
da tiro con un gruppetto di anziani ingobbiti. Poi termin l'asta e
gli Amish sciamarono dentro il fienile. Avevano tutti gli occhiali
uguali - con una semplice montatura di metallo leggermente troppo
grande, la stessa che portano i bambini che poi, alle superiori,
scelgono una scuola professionale per meccanici - con le lenti che
al sole diventano scure, perci quando entrarono tutti insieme
nella zona riscaldata, sembrava una convention in onore di ZZ Top,
con tutte quelle barbe lunghe, i vestiti scuri e gli occhiali neri. Poi
entr il banditore senza microfono e senza i suoi scagnozzi e si avvicin
al tavolo dove c'erano mucchi di dolci avanzati. Prese un sacchetto
pieno di ciambelle e lo alz sopra la testa. Qui abbiamo
un sacchetto di buonissime ciambelle fatte in casa disse. Quanto
mi date? Ho sentito bene? Cinque-offri-cin-offri-que e attacc
la vecchia cantilena. Le ragazze riuscirono a vendere tutti i dolci e
un gruppetto di ragazzi Amish torn in Pennsylvania con la curva
degli zuccheri decisamente alta.
Delia ce la stava mettendo tutta per guarire. Le erano cresciute
croste spesse e pesanti sui moncherini di orecchie e aveva sul
collo una serie di ascessi infiammati nei punti in cui le avevamo
iniettato gli antibiotici nei giorni immediatamente successivi all'incidente.
Roy li esamin e ci disse di non preoccuparci, che li
aveva visti su altre mucche prima di Delia e che a volte erano lunghi
sessanta centimetri. Delia li accett come aveva fatto con ogni
altra cosa che le era capitata da quando stava con noi: con pazienza
e con calma. La mammella si era rimarginata bene, tuttavia, e produceva
latte come una pazza, tre buoni galloni al giorno.
Due persone e una mucca era un'equazione che non stava in
piedi. Avevamo il frigorifero stracolmo di prodotti caseari di vario
genere e non c'era posto per nient'altro. Una mattina aprii lo
sportello per prendere la panna e mi cadde sul piede un boccale
di latte da un quarto di gallone. Dobbiamo risolvere questo problema
dissi. Mark aveva finito di fare colazione e stava scorrendo
gli annunci economici per vedere se c'era qualche attrezzo utile.
Vendono una figliata di maialini a venti minuti da qui in direzione
nord disse. Potrebbero bersi un po' di latte. Afferrai il
telefono e feci il numero e prima di riagganciare mi ero accordata
per comprarne quattro, pi un quinto che mi dava gratis perch,
disse la signora con cui avevo parlato, aveva le convulsioni e qualcosa
che non andava nel collo.
Quella mattina Mark doveva sbrogliare il pannello elettrico
del fienile ovest, quindi andai a prenderli da sola. Arrivata l, mi
affacciai dal box del cavallo per sbirciare i maialini che dormivano
ammucchiati uno sull'altro e feci un salto all'indietro. Mi ero
immaginata bestiole della taglia di un chihuahua, ma questi erano
grossi il doppio. La gabbia che avevo preso per portarli a casa
era decisamente troppo piccola. Non avevamo un camioncino e
la signora da cui stavo comprando non aveva tempo per portarmeli.
Scrollai le spalle, aprii il portellone posteriore della mia Honda,
ci buttai un vecchio copriletto, infilai dentro i maiali in un tripudio
di strilli e misi con la forza un pallet per evitare che occupassero
il sedile posteriore. I maiali eliminarono rapidamente il
copriletto, che fin appallottolato da una parte, ma il pallet riusc
a reggere fino al momento in cui entrai nel vialetto della fattoria,
quando tutti i maialini conquistarono il sedile posteriore come
invasori che scavalcano un parapetto. La puzza di maiale nella tappezzeria
della mia auto rest silente fin quando non arriv il caldo,
allora si sent fortissima, e rimase. Tirammo fuori i maialini uno a
uno dall'auto e li portammo in braccio nel recinto di Delia che
Mark aveva diviso a met con legname di risulta. Chiamammo
quello deforme Torque.
I maiali divennero affar mio. Mark e io eravamo continuamente
impegnati in lotte di potere per ogni minima decisione perch
nessuno dei due voleva perdere il controllo della situazione. Per
sciogliere la tensione decidemmo di dividere in due la fattoria.
Ognuno era il capo della sua met. Era una rozza strategia gestionale,
ma all'epoca si rese necessaria per tutelare il nostro rapporto.
Quando tocc al bestiame, Mark prese in carico la nostra latteria
a mucca unica. A me, fortunata, toccarono i maiali.
Quando arrivarono, i miei maiali avevano superato lo stadio
timido con la coda a ricciolino ed erano gi dentro alla fase vorace
e minacciosa. I maiali hanno davvero un'indole terribilmente ingorda.
Non possono farci niente. Li abbiamo addestrati come
mangiatori professionisti, sono carne da confezionare e consumare
il pi in fretta possibile che cammina su quattro zampe corte.
Riescono a ingrassare anche pi di una libbra al giorno. Una
crescita cos  alimentata da un appetito prodigioso e, quando sono
in gruppo, all'ora del pasto diventano violentemente competitivi,
servendosi del corpo compatto per bloccare gli altri, dei denti
affilati per morderli e dei sonori grugniti per intimidirli. Ben presto
la parte peggiore delle mie giornate divent il momento in cui
dovevo scavalcare il muretto del recinto dei maiali con un secchio
da cinque galloni pieno fino all'orlo di latte scremato acido
mischiato a farina di mais e aprirmi un varco in una frotta di maiali
decisi a farmi cadere. Pi di una volta mi ritrovai con la schiena
a terra, ricoperta di latte acido e sterco di maiale, cacciata a morsi
da cinque bestie furiose.
Presi uno per uno erano meno pericolosi, ma non meno impegnativi.
Una maialina aveva capito come divincolarsi attraverso il
muretto che divideva il suo recinto dal box della mucca e una
mattina, arrivando alla fattoria, la trovai in compagnia di Delia.
Non c'era modo di farla tornare al suo posto senza agguantarla,
sollevarla e farla cadere oltre la barriera che mi arrivava all'altezza
del petto. Era come agguantare una grossa anguria ricoperta
di grasso, incredibilmente veloce e testarda, che urlava grugniti
da spaccare i timpani.
Con i maiali toccai il fondo nella pi buia settimana di dicembre,
quando la temperatura prov timidamente a salire sopra il
congelamento e la neve si sciolse in pozze gelate dal fondo scivoloso.
Ero sola alla fattoria, Mark era andato a Troy per fare pubbliche
relazioni al farmers' market.
A parte i soliti impegni quotidiani e la mungitura, il mio unico
lavoro in quella giornata era spostare i maiali dal recinto nel fienile
ovest, diventato troppo piccolo, allo spazioso recinto del fienile
est distante una decina di metri scarsi, che avevo gi riempito
con uno spesso strato di paglia. Immaginai di riuscire a farlo in
quattro e quattr'otto e poi di andare a casa, attizzare il fuoco e
godermi il lusso quasi inimmaginabile della casa deserta e silenziosa,
un bagno caldo e un libro. Purtroppo, quando mi trovai ad
affrontare la situazione mi resi conto che non avevo la minima idea
di come fare a spostare i maiali. Erano diventati troppo grossi per
essere portati in braccio. Sapevo per esperienza che era impossibile
radunarli in branco e se avessi provato a spingerli mi avrebbero
semplicemente respinto. Ipotizzai che se li avessi lasciati liberi
all'aperto se ne sarebbero andati, molto probabilmente per
sempre. Va bene, pensai, sono una persona intelligente. Posso
ingegnarmi a spostare cinque maiali per un tratto lungo pi o meno
dieci metri. La cosa da fare, decisi, era costruire uno scivolo.
Riempii una carriola con oggetti che trovai nell'officina che avevano
l'aria di poter essere utili: un martello, una sega e - eureka!
- pezzi di metallo di una vecchia copertura per tetto, larghi un
metro e lunghi quattro metri e mezzo circa. Poi tornai ai fienili e
mi concentrai sul mio problema. Il porcile aveva un'apertura che
portava allo spazio che separava i due fienili, ma l'apertura per
entrare nel recinto era completamente dall'altra parte, sul lato
meridionale del fienile est. Stavo pensando di costruire una specie
di corsia per i maiali utilizzando il materiale da tetto, ma non
ne avevo abbastanza per arrivare completamente dall'altra parte,
fino all'entrata del fienile est. Proprio in quel momento, con perfetto
tempismo, cominci a cadere un nevischio fradicio. Il bagno
e il libro che avevo sognato per tutta la settimana iniziavano
a diventare remoti. Mi convinsi che ci stavo pensando troppo,
cercando una soluzione elegante quando andava bene una soluzione
qualsiasi. Non si trattava di innalzare il Taj Mahal, ricordai
a me stessa. Stavo solo cercando di spostare di dieci metri cinque
maiali. Perci presi la sega dalla carriola e iniziai a tagliare un buco
nella parete del recinto del fienile est, proprio di fronte alla porta del porcile.
Mi stavo impegnando al massimo con la sega facendo pochissimi
progressi, e dalla gronda del fienile il nevischio mi stava colando
nel bavero del giaccone, quando udii il motore di un pick-
up rallentare nel vialetto. Alzai lo sguardo e vidi Shep Shields, il vicino
che arrivava dalla collina, che avanzava zoppicando verso di
me. Ora Shep ci veniva a trovare tutti i giorni, a volte portandoci
piccole cose che trovava nel suo fienile e pensava potessero esserci
utili, oppure una scatola di biscotti che comprava allo spaccio.
Per il mio compleanno mi port una pianta in vaso.
Mi guard di traverso fra il nevischio. Pensai all'aspetto che dovevo
avere, fradicia, con le dita arrossate dal freddo e intenta,
senza alcuna apparente ragione, a tagliare un buco nella parete di
un fienile in ottimo stato. Non voglio dirti cosa devi fare inizi
Shep. Questa frase, avevo scoperto, era molto comune nel North
Country, dove non  maleducato non richiamare qualcuno che ti
ha cercato al telefono, n ubriacarsi durante il lavoro, e neppure
non presentarsi pur avendo annunciato una visita, ma dire a qualcuno
come fare una cosa  maleducazione e richiede una smentita.
Mi preparai al peggio. Non voglio dirti cosa devi fare disse
Shep ma che sega stai usando? E una sega per metalli. A te ti
serve una sega da legno. Quindi si avvi zoppicando al suo camioncino e se ne and.
Mi stavo avvicinando sempre pi a una raggelante e triste verit.
Ero una persona con un'istruzione superiore, di buone letture
e una viaggiatrice esperta. Seguivo senza problemi una conversazione
da cocktail nella maggior parte del mondo. Ma riguardo
al lavoro fisico ero di fatto una ritardata mentale.
Dopo aver scambiato la sega per metalli con una sega per legno
e dopo aver fatto un buco della grandezza di un maiale nella
parete del fienile, puntellai i pezzi di tetto rugginosi tenendoli insieme
con lo spago per legare le balle in modo da formare uno scivolo
e aprii la porta del recinto. Mi preparai all'assalto di cinque
maiali, ma non accadde assolutamente nulla. Avevo disseminato
sullo scivolo e nel recinto del fienile pezzi di pane secco inzuppati
nel latte acido, ma per una volta quei dannati maiali non avevano
fame. Non volevano lasciare il loro recinto confortevole e asciutto
e non c'erano spinte, urla, preghiere o imprecazioni che gli avrebbero
fatto cambiare idea. Io avevo freddo, ero zuppa e sfinita e il
sole stava tramontando. Dovevo di nuovo mungere Delia. Avevo
bloccato la porta dei maiali in un modo particolare, e per richiuderla
avrei dovuto smontare tutto lo scivolo, cosa che al momento
non avevo intenzione di fare. Completai le incombenze quotidiane
e me ne andai, sperando che i maiali sarebbero stati pi coraggiosi
e pi affamati con il buio, e avrebbero finalmente trovato lo
scivolo che li avrebbe condotti dritti dritti nel nuovo recinto.
Crollai addormentata non appena mi sfilai di dosso i vestiti e feci
incubi sui maiali per tutta la notte. Mark non torn a casa da
Troy prima di mezzanotte, perci il mattino seguente mi alzai da
sola e andai alla fattoria a mungere.
Quando arrivai era ancora quasi buio, ma i fari perlustrarono
lo spazio fra i due fienili e capii che il mio scivolo era fottuto. I
maiali lo avevano completamente schiacciato e uscita dall'auto
vidi le piccole tracce puntute per tutto il cortile. Mi guardai intorno.
Ascoltai attentamente. Nemmeno l'ombra. Andai a vedere
nel porcile e nel recinto, ma erano muti e deserti. Pian piano si
fece strada in me la percezione della grave situazione che si era
venuta a creare. Ormai potevano stare ovunque, nel bosco, a
grufolare nel prato semicongelato del vicino o a zonzo per la strada,
con il rischio di provocare gravi incidenti.
Saltai di nuovo in macchina travolta da un forte senso di nausea
e guidai fino a casa. Mark era raggomitolato sotto le coperte,
e dormiva profondamente. Gli raccontai una versione strategicamente
riveduta e corretta di tutta la storia e lui scese dal letto, si
infil i vestiti: non era felice, ma perlomeno si era messo in marcia.
Viaggiammo verso la fattoria in un silenzio profondamente irritato.
A quel punto il sole era alto nel cielo e le tracce si vedevano
pi chiaramente nella neve che si stava sciogliendo. Mi ritrovai a
riflettere sul diavolo, che si dice abbia gli zoccoli fessi come i maiali.
Mark girava in tondo cercando di capire quale direzione avessero
preso, ma le tracce non sembravano andare da nessuna parte.
Mi ero allontanata dal fienile per prendere un secchio di granaglie
con cui adescarli nel caso li avessimo trovati, quando sentii
un familiare grugnito dall'interno del recinto. Sporgendomi oltre
il cancello vidi uno dei maiali emergere da un mucchio di fieno e
altri quattro piccoli cumuli a forma di maiale che iniziavano ad agitarsi,
con il fieno che gli cadeva dalle groppe. Tutti a casa, tutti
salvi, esattamente nel luogo dove li volevo io. Mark rimase l fermo,
scuotendo la testa. Io gli feci un sorriso trionfante e gli dissi
che era tutto sotto controllo e che poteva tranquillamente tornare
a casa a dormire. Volevo che se ne andasse prima di accorgersi
del buco che avevo fatto su un lato del fienile in modo da riuscire a ripararlo.
Mentre rappezzavo il fienile con legni rimediati, a prova di
maiale ma bruttini, mi sentii obbligata ad affrontare il mio stesso
pregiudizio. Ero arrivata alla fattoria con l'implicita convinzione
che le cose concrete fossero per le persone ottuse e le cose astratte
per le persone intelligenti. Pensavo che il mondo in cui si usa la
forza fisica - il mondo dei mestieri - fosse il posto dove andavi a
finire se non eri abbastanza intelligente o ambiziosa da avere un
lavoro in un ufficio. Possibile che pensassi davvero che una persona
con un geniale talento per riparare motori, costruire qualcosa
o maritare vacche fosse meno intelligente di una persona che scrive
annunci pubblicitari o interpreta la legge? Evidentemente s,
nonostante adesso stenti a crederlo. Andai in biblioteca e chiesi
libri di edilizia, idraulica ed elettricit ma scoprii che leggerli era
come cercare di imparare una materia in una lingua straniera,
perch bastava la cosa pi semplice, per esempio il nome di strumenti
o attrezzi sconosciuti, o di una loro parte, a portarmi a un
punto morto che richiedeva ulteriori risposte e ricerche. Non esiste
cura migliore per lo snobismo di un bel calcio nel sedere.
Poco prima di Natale mi venne a trovare la mia amica Nina
che viveva in California, per conoscere meglio l'uomo che avrei
dovuto sposare. Nina e io eravamo compagne di stanza al primo
anno di college; fu un caso, ma diventammo amiche per la vita.
Nella sostanza, Nina e Mark non sono molto diversi: entrambi con
un'intelligenza elastica, loquaci, pieni di energia, vincenti e in pi
sempre pronti a discutere e in genere abbastanza convinti di aver
ragione. Sentii subito la presenza di un attrito fra loro, due persone
che mi volevano bene ma che non riuscivano a trovare un modo per piacersi.
Riuscii a ottenere un giorno tutto per me e Nina, senza fattoria,
e prendemmo il battello per Burlington. Passeggiare in mezzo
alla gente che portava vestiti di buon taglio e stivali non incrostati
di letame fu disorientante, come se fossi ritornata all'improvviso
alla civilt dopo un impegnativo trekking nella giungla.
Entrammo in qualche negozio e io mi rigiravo inutilmente i vestiti
fra le mani chiedendomi cosa ne avrei fatto. Andammo a cercare
un abito da sposa ma erano tutti cos bianchi che non riuscii
nemmeno a toccarli, per paura di avere le mani ancora un po' sporche
di terra. Ci sedemmo in un bar e ordinai un caff. Nina mi
squadr con l'aria di chi ti sta per fare una ramanzina. Non era
per la relazione. Era il matrimonio.
Nina e io abbiamo molto in comune, ma in un certo senso siamo
persone agli antipodi. Quando sono andata a trovarla in California,
lei aveva pianificato l'intera settimana in modo che fosse
indimenticabile - centri benessere, campeggi, ristoranti, librerie e
aziende vinicole - aveva fatto le prenotazioni, aveva stampato cartine
stradali e itinerari di viaggio e aveva infine ordinato tutto questo
materiale in una cartellina poggiata sul sedile anteriore dell'auto
con cui venne a prendermi all'aeroporto. Io mi ero presentata con
una sacca preparata all'ultimo momento, mentre il taxi mi stava
aspettando di sotto, con le infradito ai piedi perch non ero riuscita
a trovare un altro paio di scarpe. Due anni prima, lei e David,
suo marito, si erano sposati con un meraviglioso matrimonio, elegante
e divertente al tempo stesso. Sembrava tutto spontaneo, come
dev'essere in ogni festa ben riuscita, ma in realt c'era dietro un
anno e mezzo di pianificazione strategica. Ormai Mark e io avevamo
deciso la data, mancavano nove mesi, e io non avevo fatto nemmeno
una minima parte del lavoro preparatorio. Dal punto di vista
di Nina ero ormai irrimediabilmente in ritardo. Essendo la pi cara
delle amiche pens che era giunto il momento di un intervento
d'emergenza. Inizi con delicatezza, facendo qualche domanda,
ma una volta preso il via aument il ritmo in modo vertiginoso.
Hai preso una persona per il bar? Hai comprato i biglietti per
il save-the-date? Li devi spedire subito. La gente si deve organizzare.
E il catering? Guarda che i migliori accettano prenotazioni solo con un anno di anticipo. Rovist nella borsa in cerca di una penna
e si mise a fare una lista. Io prendevo il caff e sentivo che mi si
alzava la pressione. Scrisse per primo SERVIZI IGIENICI PORTATILI, e
lo sottoline. Si ferm picchiettando con la penna sul tavolo. Che
vuoi fare con le sedie? mi chiese. Probabilmente dovrai affittare
delle sedie.
Alle sedie non ci avevo pensato. Quando arrivammo a casa e
Nina and a letto, io dissi a Mark, con un tono di voce ansioso, che
saremmo stati costretti ad affittare delle sedie. Fino a quel momento
le chiacchiere sul matrimonio erano state vaghe e veloci,
magari davanti al posteriore di Delia durante la mungitura, o
quando ci ritrovavamo a pulire insieme il box di un cavallo. Non
avevamo mai avuto il tempo di sederci e pianificare. Tutti e due
affermavamo con convinzione di desiderare un matrimonio semplice,
alla fattoria, all'inizio di ottobre. Volevamo risparmiarci la
follia e la tensione che ogni matrimonio sembra spargere a piene
mani. Volevamo offrire il cibo squisito prodotto da noi. Da qui in
poi, per, le nostre strade si dividevano. Io pensavo a qualcosa di
raccolto, diciamo una cinquantina di persone al massimo. Mark
era intorno ai trecento ospiti (nella prima stesura della lista di invitati
aveva messo il suo professore di arte delle medie, una famiglia
con cui aveva vissuto due settimane in India, e il suo pediatra).
Io volevo uno stile country-chic, di buon gusto, magari con
un tocco di ironia che alludesse al mio passato cittadino. Una campagna
addomesticata. Mark la voleva autentica - voleva far vedere
ai nostri ospiti la fattoria con il letame - e voleva che costasse poco,
non per avarizia ma perch detestava gli sprechi e perch, come
non manc di segnalare puntigliosamente, eravamo agli inizi di
un'impresa economica e il nostro conto in banca stava diminuendo
vertiginosamente a tempo record.
Le balle! disse Mark. Perch la gente non pu sedersi sulle
balle di paglia?. Tentai di immaginare mia madre e le sue amiche,
tutte eleganti, appollaiate sulle balle con la paglia che gli pungeva
il sedere. Mia madre aveva ancora il capogiro quando pensava
alla mia improvvisa partenza da New York e al fulmineo corteggiamento
di Mark. Aveva una vaga idea della nostra vita in
fattoria, e se ne preoccupava. La cosa che desiderava di pi, a
parte che non ci fosse alcun matrimonio, era una cerimonia pulita,
ben fatta, il pi normale possibile considerate le circostanze, e
con un open bar ben fornito. Niente balle di paglia.
Ne deriv una litigata lunga e piena di urla, che fin in pareggio.
Decidemmo di comune accordo una sola cosa: non avevamo tempo
per queste discussioni e in futuro, se uno di noi due tirava fuori
un argomento inconsistente, qualcosa che si sarebbe potuto
definire una perdita di tempo, l'altro urlava Sedie! e avremmo
immediatamente smesso fino al momento di andare a letto, quando
saremmo stati troppo stanchi per litigare. Il risultato fu che non
si parl pi del matrimonio e all'improvviso divent vicinissimo.
Finch fingevo di essere una specie di studentessa in visita di
scambio, destinata, alla fine, a ritornare al mio paese di origine, stavo
bene, pi che bene. Per la fattoria provavo lo stesso mix di emozioni
che avevo provato per Mark quando lo avevo conosciuto. Incanto,
infatuazione, esasperazione e amore. Ma il lavoro era cos
duro e le situazioni cos estranee alla mia vita, che riuscivo a vivere
solo il presente. Se pensavo pi in l di un giorno, cominciavo
a tremare. Un salto nel mondo esterno mi spavent molto e mi
fece sentire insicura. Per Natale, Mark rest alla fattoria a mungere
Delia e io passai qualche giorno con la mia famiglia, per tornare
la Vigilia in modo che Mark non rimanesse solo nel giorno di festa.
I miei genitori avevano affittato una casa in Florida, cos ci ritrovammo
tutti l: mio fratello e sua moglie, mia sorella e io. In Florida
c'era il sole e tutto era pulito, faceva caldo ed era comodo, e
poi c'era una piscina e dormivamo tutti fino a tardi e cucinavamo
in poco tempo cose comprate in un supermercato. Non c'erano lavori
da fare per forza tutti i giorni n obblighi di nessun tipo e la
sera si beveva un cocktail, si buttava qualcosa sulla griglia, si giocava
un po' e si chiacchierava. Dopo qualche giorno trascorso in
questo modo, mi sentivo un'altra, la fattoria e tutte quelle difficolt
erano finite in secondo piano. Nel tragitto sotto la neve fra l'aeroporto
e casa mi permisi il lusso di immaginarmi un futuro con
Mark, alla fattoria, una volta che tutto fosse organizzato e definito
e non avessimo pi dovuto lavorare in modo cos assurdamente
sfiancante. Rividi con una punta di dolore quella prima, confortante,
idea di casa. Mentre guidavo sentendo in sottofondo le canzoni
natalizie alla radio mi abbandonai a un attacco di nostalgia.
Il tempo di arrivare a casa e mi ero gi montata con una specie
di fervore natalizio. Ero decisa a buttarmici a capofitto e a creare
la casa che desideravo con Mark, con qualsiasi materiale a disposizione.
Avremmo seguito la tradizione delle feste, accidenti!, e
avremmo cominciato quella sera stessa. Mi vidi cucinare insieme
una fantasmagorica cena della Vigilia, il modello di cena della Vigilia
per ogni coppia a venire. Irruppi in casa, pronta a lanciarmi
nel vortice della tradizione natalizia e trovai nient'altro che una casa
buia, niente fuoco nella stufa, nessuno ad aspettarmi. Il secchio
per il latte stava ancora nell'acquaio, in corridoio c'erano gli stivali
infangati che puzzavano di letame e sul tavolo della cucina c'era una
cavezza da mucca. All'improvviso questo luogo e questa vita che
mi ero scelta mi sembrarono insignificanti, sporchi e squallidi, e non
volevo per niente trovarmi l dove stavo. Aprii la bottiglia di scotch
che avevo comprato a Mark come regalo di Natale e me ne versai
un bicchiere generoso, mangiai degli avanzi freddi con il parka addosso,
perch ero troppo depressa per accendere il fuoco.
Mark arriv a casa quando stavo per trascinarmi fino al letto.
Aveva addosso una coperta con una cintura in vita e portava una
disgustosa pelle di pecora tarlata e un bastone da pastore. Era stato
reclutato all'ultimo minuto per fare san Giuseppe nel presepe
vivente di St. John ed era su di giri per quel momento passato sotto
i riflettori, esattamente come ogni altro attore dopo una prima a
New York. Non aveva detto nemmeno una battuta, mi raccont, ma
aveva fatto del suo meglio e a suo parere la barba lunga e i capelli
selvaggi che portava lui avevano dato un tocco di verosimiglianza
in pi. Si era divertito moltissimo, aveva fatto amicizia con un sacco
di persone e non riusciva a capire come mai mi fossi arrabbiata
solo perch non si era ricordato di lasciarmi un biglietto. Andammo
a letto portandoci un drink per tutti e due, il campanile batt
la mezzanotte e scoppiai a piangere sul suo petto travolta da sentimenti
che io non sapevo esprimere e lui non riusciva a comprendere,
cos mi abbandonai al piacere del suo caldo abbraccio.
Inizi l'anno nuovo e le orecchie di Delia cominciarono a puzzare.
Alla base di uno dei moncherini si era formata una grossa fistola
piena di pus, e quando mi avvicinai per esaminarla pi da
vicino il fetore mi ributt indietro. Tutte le mattine mi portavo in
fattoria una bottiglia d'acqua tiepida e la tintura di iodio, legavo
Delia al palo con la cavezza e le medicavo la ferita maleodorante
cercando di aprirla abbastanza perch drenasse. Quando mi vedeva
arrivare scuoteva la testa, ma questo era il massimo della
protesta da parte sua. Le ferite si stavano riempiendo di tessuto
di granulazione, la carne viva, brutta da vedere, che  il primo
passo verso la guarigione.
La latteria da cui veniva Delia ci telefon per chiederci se volevamo
un'altra mucca, dissero che ce l'avrebbero venduta a un
buon prezzo perch era la compagna di giochi della figlia e non volevano
mandarla al macello, ma non potevano tenerla perch aveva
la mammella pendula e la loro stalla era sempre sporca, e cos
arriv per la mungitura con i capezzoli tutti imbrattati e incrostati
di letame. Mezza Jersey e mezza Holstein, aveva ottime capacit
lattifere. Si chiamava Raye. Ora, quando avevo vent'anni ho
vissuto per un anno in Messico. Imparai pochissimo spagnolo e
mentre cercavo di impararlo mi ritrovavo spesso coinvolta a chiacchierare
con qualcuno, senza capire assolutamente nulla, aggrappandomi
alle poche parole che riconoscevo e cercando di metterle
insieme in qualcosa che avesse un senso. Quando le parole finivano
di uscire dalla bocca messicana e il mio interlocutore mi
guardava con l'aria di attendersi una risposta io invariabilmente dicevo
S!. Questa strategia mi fece vivere qualche interessante
situazione, ma non port molto avanti il resto. E l'unica cosa che
mi viene in mente per spiegare perch mai comprammo Raye. Avevamo
gi troppo latte e troppo poco tempo, ma eravamo disorientati
e facilmente eccitabili, perci se qualcuno ci faceva una domanda
noi rispondevamo di default: S!.
Delia e la sua compagna avrebbero avuto bisogno di pi spazio.
Il fienile ovest aveva una grossa tettoia costruita a occidente con
una porta scorrevole. La struttura e i muri esterni erano in buone
condizioni, ma il cartone pressato da poco prezzo messo all'interno
era deformato e si stava sbriciolando. Passammo una giornata
a distruggerlo e a buttare tutta quella robaccia in un cassonetto e
un'altra giornata a togliere i chiodi dai montanti rimasti a vista.
Dalla cavit per l'interruttore tirammo fuori un pipistrello fritto ed
essiccato. Probabilmente si era sistemato l quando ancora funzionava
l'elettricit.
Raye arriv ed era l'opposto di Delia: ossatura grossa, nera come
la pece e testarda. Muggiva come una tuba. All'ora della mungitura
si precipitava fuori del suo stallo, mentre la tenevo stretta per
la cavezza con l'efficacia di una pulce. Mentre le lavavo la mammella,
mi dondolava davanti alla faccia lo zoccolo e per un'intera
settimana aveva preso a calcioni il secchio che le mettevo sotto finch
finalmente non imparai a tenerlo fra le ginocchia, sollevato da
terra. Se ci fosse stata Raye quando Delia fu presa d'assalto, pensai,
quei cani non avrebbero avuto scampo. Raye comandava l'altra
su tutta la linea, ma Delia era felice di avere compagnia. Quando
quella sera me ne andai dal fienile, l'ultima cosa che vidi fu Delia
che leccava timidamente Raye, la sua lingua gommosa che
pettinava in ciuffi ribelli il folto pelo invernale della nuova amica.
A gennaio comprammo una mandria di bovini da un contadino
che stava svendendo tutto. Erano di razza Scottish Highland,
animali dallo sguardo selvatico, ampie corna e un pelo spesso e fluttuante,
rosso, nero oppure argentato, con lunghe frangette che gli
coprivano gli occhi. Pi di una persona venne a chiederci se avevamo
un allevamento di yak. Avevamo comprato le Highland perch
le vendevano vicino a noi a buon prezzo e la razza presentava
alcune caratteristiche che ben si adattavano alla nostra situazione.
Sono la pi antica razza bovina con una genetica che si  formata
in condizioni difficili. E una razza nota per la resistenza in pascoli
marginali, la facilit a figliare e il sentimento materno, e per nutrirsi
di erba piuttosto che di granaglie. I mantelli cos pesanti, inoltre,
sono una fortuna nei nostri inverni rigidi. Respingono la fredda
pioggerellina primaverile come il vello delle pecore. L'unico svantaggio
 la crescita lenta, per cui ci mettono due anni o pi per arrivare
a un peso da macellazione. E poi, la nostra mandria era selvatica.
Quando li tirammo gi dal camion, un vitellino se la svign
passando in un minuscolo pertugio fra il rimorchio e il recinto e si
mise a trotterellare per tutta la fattoria mentre la sua mamma, allarmata,
sbuffava cercando di buttare gi un cancello. Era bianco
e riccioluto, come un grosso agnellino. Lo chiamammo Wiley.
I semi arrivarono a febbraio, un'intera fattoria in una scatola.
Di tutti i misteri in cui mi sono imbattuta in fattoria, questo  il
pi profondo. Non riuscivo a immaginare come potessero venire
fuori tonnellate di cibo da una scatola talmente piccola e leggera
che riuscivo a reggere con una mano sola. Mark e io avevamo passato
intere serate a spulciare cataloghi di sementi che ci erano arrivati
nelle pi buie settimane invernali, impilati accanto al letto
come riviste porno per contadini. Giunsi alla conclusione che il
patinato catalogo di Johnny, con le paginate a quattro colori di
prodotti spettacolari, puntava di pi a contadini sensibili allo stimolo
visivo, mentre l'economico catalogo Fedco, su carta da giornale,
con appena qualche disegnino ma fantastiche descrizioni,
puntava a persone come me che vanno matte per le parole. Fosse
stato per me, avremmo coltivato un esemplare di ogni voce di
tutti i cataloghi di quell'anno. Solo nella sezione zucche ne sottolineai
dodici affascinanti variet, comprese la Candy Roaster, la
Turbante turco, la Pink Banana e una cosa chiamata Galeux d'Esynes,
la Scabbiosa d'Esynes, che, come spiegava il testo, ha una
buccia abbellita da ciottoli che formano come un merletto. Per
la sezione piante officinali persi completamente la testa. Come si
fa a non ordinare un sacchetto di semi di salicornia, uno di achillea
ptarmica, uno di leonurus cardiaca e uno di erba di San Giovanni,
pi un campione di scutellaria che, diceva il testo, era una
volta il rimedio popolare per la rabbia? A un dollaro l'una, che c'era
di male? Il vero problema con i cataloghi di semi  che ti arrivano
a casa in inverno, quando tutto ti sembra ancora possibile e
la fatica di far crescere qualcosa  talmente lontana da te che non
riesci a visualizzarla con chiarezza. Fortunatamente Mark lo sapeva,
quindi prese con molta tranquillit la mia lista e la appallottol;
perci alla nostra porta arriv una scatola che conteneva
semi di piante commestibili generalmente gradite agli esseri umani,
in un ragionevole numero di variet, e niente che avesse un
nome strano e appartenesse all'affascinante universo delle piante
officinali. Classificammo tutti i sacchetti separando quelli che si
dovevano seminare direttamente nel campo da quelli che si dovevano
piantare prima in una serra, nel giro di qualche settimana.
Non avevamo una serra, ma l'avremmo costruita: era nell'elenco
delle cose da fare.
A met febbraio Mark fece un viaggio in Pennsylvania per prendere
l'attrezzatura per fare lo sciroppo d'acero che aveva lasciato
nella sua vecchia fattoria a State College. Torn con un evaporatore,
una pesante caldaia di ferro detta arco che sembrava una bara
di metallo pi o meno lunga un metro e ottanta per sessanta centimetri
di larghezza, coronata da una lucente padella di acciaio inossidabile.
La installammo in un angolo del padiglione vicino alla
strada e facemmo un buco nel tetto di lamiera per far passare il comignolo.
Prendemmo in prestito da Thomas LaFountain un serbatoio
per la linfa da duecento galloni, che aveva usato per i suoi aceri
da zucchero finch non era passato dai secchi ai tubi di gomma.
La fattoria iniziava a prendere forma, mettendo insieme pezzi
di provenienza disparata. Avevamo due mucche da latte, una mandria
di bovini, i maiali, le galline, i semi e l'attrezzatura per fare lo
sciroppo d'acero dagli alberi. Ora ogni pezzo era al suo posto,
tutto ci di cui avevamo bisogno per produrre il cibo per noi e
per i nostri ancora immaginari abbonati. Cio, avevamo tutto a
parte le ore necessarie a fare tutto quello che c'era da fare. La grossa
mammella di Raye era pi difficile da mungere della piccola graziosa
mammella di Delia, e Raye produceva anche pi latte, per cui
per quanto presto iniziassimo il sole era sempre molto alto quando
finivamo di mettere via il latte e di lavare l'attrezzatura. E c'erano
gli altri lavori da svolgere tutte le mattine: i cavalli da governare
e foraggiare, la brodaglia per i maiali e i polli che dovevano
uscire dalla stia per mangiare e bere. Ora la mandria di bovini
stava nel fienile est, ma il fieno stava nel fienile ovest, perci ogni
giorno si dovevano buttare gi le balle e portarle dall'altra parte
una per una perch ancora non avevamo un carretto. Non avevamo
nemmeno abbastanza tubi, perci portavamo a mano secchi
e secchi d'acqua. Le giornate diventavano sempre pi lunghe e
ogni momento era fitto di lavori urgenti e la lista di cose da fare a
fine giornata era pi lunga di quella che avevamo all'alba.
I soldi che spendemmo erano tutti risparmi. Il cash flow era
solo in una direzione. Ordinammo centinaia di dollari di materiale
per recinzioni elettriche: elettrificatori, paletti, reti metalliche
per i polli e centinaia di metri di fettuccia di plastica elettrificata
che avremmo usato per delimitare i pascoli mobili per i cavalli e
per la mandria di bovini. Avevamo anche bisogno di attrezzi, non
solo carretti e tubi di plastica per l'acqua, ma utensili manuali, e
pi macchinari, nonch secchi, serbatoi, rastrelliere per il foraggio
e mangiatoie. Il nostro conto corrente era vicino allo zero. Ogni
sera riprendevamo in mano la lista e la rifacevamo riducendoci
allo stretto indispensabile. Cercai di azzerare il desiderio di bellezza
e di abbracciare lo spirito funzionale e compresi sempre
meglio perch le fattorie hanno quell'aria che hanno. Avevamo
tre progetti edilizi che andavano avanti contemporaneamente e
mettevamo al lavoro chiunque arrivasse alla fattoria. La mia amica
Alexis venne a trovarci da New Orleans e aveva appena finito
di ristrutturare casa sua, cos la incaricammo di rifare l'impianto
elettrico dei fienili. Quando Alexis ripart avevamo la luce. A mano
a mano che le giornate si allungavano riprendemmo la bonifica,
abbattendo altri tre manufatti e portando via le macerie con
un carretto. All'epoca non avevamo ritmi n routine e le emergenze
in fattoria erano talmente tante - dalla mandria fuggita alle
tubature congelate - che il lavoro allungava i suoi tentacoli nelle
ore in cui avremmo dovuto dormire, e ce n'era sempre di pi.
Gli inquilini lasciarono la casa alla fine dell'inverno, poco prima
che terminasse il contratto. Traslocammo e scoprimmo che
era infestata di ratti. In realt l'intera fattoria era infestata di ratti,
grazie alle svariate tonnellate di grano abbandonate nel granaio
molti anni addietro e mai portate via. Non avevamo mobili e dormivamo
su un materasso sul pavimento della camera da letto dell'appartamento
al piano terra, e la notte mi svegliavo sentendo i
ratti che raspavano lungo i muri. Seguimmo il rumore arrivando in
cima alla casa e quando Mark and a vedere trov nel sottotetto
un'infinit di nidi nell'intercapedine. Se mi alzavo di notte per
andare a prendere un bicchier d'acqua in cucina, con la luce inquadravo
un lustro corpo marrone e una lunga coda sottile che poi
scomparivano in un buco nel muro sopra i fornelli. Il telefono
non funzionava e quando andammo a vedere il perch scoprimmo
che i ratti si erano mangiati tutto il filo. In un certo senso questa
vera e propria invasione sembrava avere lo scopo di tagliarci
fuori dal mondo. Mi venne l'ansia che avrebbero potuto mangiare
anche i fili elettrici e magari provocare un incendio mentre eravamo
in casa. All'esterno, stavano bene con i maiali, ce n'erano una
decina che in pieno giorno andavano in giro tutti insieme annusando
in cerca di avanzi di cibo. Calcolai che ci superavano di un
centinaio di unit.
Mettemmo delle trappole, quelle che sembrano fatte per topi
extralarge, con le molle cos cariche che potrebbero spezzare il
dito di un uomo. Le mettemmo notte dopo notte dentro i muri,
dove i ratti si erano scavati le tane nei pannelli di rivestimento, e
notte dopo notte sentivamo lo snap! di qualche trappola scattata
e il mattino seguente trovavamo i topi morti. La mia Nico, cane cittadino,
non aveva mostrato alcun interesse nella caccia al topo.
Trovai un sito web in cui si diceva che se vuoi che il tuo cane vada
a caccia di topi devi fargli vedere che i ratti sono dei nemici. Perci
mi misi dei guanti di gomma, tirai fuori dalla trappola un topo
appena defunto e lo portai all'aperto. Mentre Nico mi stava a
guardare, io strillai al topo, lo scagliai a terra e lo calpestai con
il tacco dello stivale, e strillai ancora un po'. Nico mi guard scettica,
poi se la svign con la coda fra le zampe, perfettamente convinta
di dover stare a tutti i costi lontana dai ratti. A un certo punto
i ratti impararono a riconoscere le trappole e noi non li cacciammo
pi; il passeggio di ratti non diminu per niente.
Un altro sito suggeriva di fare una trappola con un barile. Spargemmo
del grano sul fondo di un barile da cinquanta galloni e ci
appoggiammo una tavola all'esterno e una all'interno, in modo che
i ratti potessero entrare e uscire dal barile. Dopo qualche giorno,
togliemmo la tavola all'interno e mettemmo dell'acqua nel barile
con il grano che ci galleggiava sopra. I ratti sarebbero entrati ma
non sarebbero pi potuti uscire. Una mattina con questo sistema
ne catturammo sei e in due settimane ne avremmo uccisi una dozzina,
ma poi mangiarono la foglia e girarono alla larga dal barile.
Alla fine mi recai alla protezione animali e chiesi gli ospiti pi
feroci e meno adottabili che avevano. Tornai a casa con tre gatti,
due sorelle con la coda mozza e uno bianco e nero. Non erano proprio
gli assassini seriali che avevo in mente. Erano animaletti rachitici
e scalognati, non molto pi grossi dei ratti pi grossi. Quando
li liberai nel fienile mi girarono intorno alle gambe facendo le
fusa. Qualche giorno dopo venne una signora a portarci una scatola
piena di gattini - si era sparsa la voce che li cercavamo - e io
li presi. Pensavo che avessimo bisogno di rinforzi.
I cinque gattini erano appena stati svezzati e la notte dormivano
tutti insieme nel fienile raggomitolati in un'unica palla pelosa.
Durante il giorno giravano per tutto il fienile giocando con pezzi
di carta, mettevano in scena elaborate imboscate e finte lotte e
miagolavano per farsi prendere in braccio e coccolare. Una mattina,
una settimana dopo il loro arrivo, accesi le luci del fienile e
non sentii nessun miagolio. Trovai il primo, quello grigio, vicino
alla sbarra delle mucche, freddo e rigido, poi ne vidi altri due. Presi
in mano il grigio. Da morto sembrava pi piccolo che vivo, un minuscolo
mucchietto di ossa coperto di soffice pelo. Arriv Mark,
me lo prese dalle mani e lo esamin allargando il pelo sul collo
che aveva ferite di tipo vampiresco: due puntini a mezzo pollice di distanza.
 una faina disse. Succhiano il sangue.
Il mondo non  dunque altro che una danza macabra fra predatori
e prede? Seppellii i poveri animaletti nel compost. I gattini
sopravvissuti riemersero dai loro nascondigli dopo due giorni. Li
chiamammo Mink e Marten. La faina sfugg i nostri tentativi di cattura
e continu a uccidere, questa volta una gallina e la sua nidiata;
poi rientr negli inferi da dove era venuta sgusciando in qualche
crepa fumante, per non venire mai pi a tormentarci.
Ma anche i ratti iniziarono a scomparire, a poco a poco, prima
dalla casa e in seguito anche dai fienili. Non ho mai visto un gatto
ucciderne uno, ma i gatti si avvicinavano furtivamente ai posti preferiti
dai ratti, e si mettevano perfino a schiacciare i loro lussuosi
pisolini nel granaio, sopra ai sacchi di grano. Forse i ratti si ritirarono
o diventarono meno sfacciati. O forse i gatti si mangiavano i
ratti appena nati. Comunque sia, avevamo vinto noi.
...
.
...
TERZA PARTE.
...
.
...
PRIMAVERA.
...
.
...
Era un fidanzamento ben strano. Romantico, ma molto diverso dal
significato di questa parola nella mia vita precedente, quando era
praticamente sinonimo di tresca. Mark non sarebbe mai riuscito
ad avere un rapporto di quel tipo. Quando era in terza elementare
scriveva lunghe e appassionate letterine a una serie di bambine
della sua classe. In cortile, i maschi lo placcavano, gliele prendevano
dalla tasca dei pantaloni e le leggevano ad alta voce in cima
allo scivolo. Questo non lo indusse a smettere. La cotta pi importante
di quell'anno fu per una bambina che si chiamava Claudia.
Invest la sua paghetta nell'acquisto di un poster scintillante
che rappresentava un unicorno bianco in primo piano e sullo sfondo
un castello e l'arcobaleno, e quando lei gli disse pudicamente
che non poteva accettarlo prov a regalarlo a un'altra bambina. Lo
rifiut anche questa, lui fece spallucce, se lo port a casa e lo appese
alla parete di camera sua. A quei tempi era un tipo intrepido
e tale  rimasto. Non  mai stato intimidito da qualcosa. Non aveva
secondi fini, non progettava nessun capovolgimento. Si era
fatto conoscere per come era la prima volta che ci eravamo incontrati
e non aveva mai artatamente nascosto le sue intenzioni.
Perci la romantica storia d'amore fra noi due aveva un'origine
nuova e diversa: dividevamo lo stesso giogo per un obiettivo comune,
come una pariglia in miniatura che va avanti di concerto.
Immaginai si provassero gli stessi sentimenti facendo amicizia in
un campo reclute, o fra due persone abbandonate su un'isola deserta,
anche se dal suolo assai fertile. Ci svegliavamo e ci addormentavamo
parlando di bestiame, semi, drenaggio, attrezzi, o di
come riuscire ad allungare di un minuto la giornata velocizzando
qualche lavoro di routine, eliminando qualche passaggio. Eravamo
stanchi morti. A volte, nei brevi istanti fra il mettersi a letto e
l'addormentarsi ci toccavamo i polpastrelli a vicenda, un gesto che
cinicamente avevamo battezzato il sesso del contadino. Ricordo
che pensai che se eravamo destinati ad avere dei figli avremmo
dovuto concepirli nel cuore dell'inverno, quando le notti sono
molto lunghe.
Non sono mai stata tanto sporca in vita mia. Lavorando ci si
sporcava per forza, e in un modo che trascendeva la peggiore idea
che avessi mai avuto di sporco, e ci voleva troppa energia per riuscire
a togliere tutto quello sporco. Ogni giorno ero intimamente
a contatto non solo con la terra, ma con sudiciume di tanti tipi: sangue,
letame, latte, pus, il mio sudore, il sudore delle altre creature,
grasso di motori e grasso di animali, visceri e tutti gli stadi della
decomposizione. Pian piano, il limite di ci che consideravo
disgustoso si spost sempre pi in l. La sola idea di fare un bagno
era poco invitante alla fine di una gelida giornata primaverile,
nella stanza da bagno non riscaldata cos lontana dalla stufa e
con la mungitura del mattino cos prossima. Qualche sera riuscivo
solo a togliermi di dosso lo strato pi esterno di abiti prima di
buttarmi sotto la trapunta pesante, lasciando le cose che mi ero tolta
ai piedi del letto in modo da ritrovarle pi facilmente la mattina
dopo al buio. Il mio guardaroba cittadino era stato setacciato
e si era ridotto a un piccolo cassetto di cose non ancora rovinate,
riservate all'uso fuori della fattoria, il che equivaleva a dire che non
le avrei mai consumate. Il resto lo avevo buttato nella pattumiera
pezzo dopo pezzo. Scoprii il potere isolante della seta, il che diede
alla mia lingerie migliore una nuova utilit. Qualche giorno lavoravo
in campagna con un golf nero di cachemire con lo scollo a
V, che un tempo chiamavo il golf del primo appuntamento. Appena
comprato, lo coccolavo il pi possibile: lo portavo in tintoria
e lo appendevo su una stampella imbottita. Ora era picchiettato
di fieno e aveva due grossi buchi sui gomiti consumati.
Mi feci crescere i capelli non per scelta specifica ma perch
prendere un appuntamento con il parrucchiere e riuscire ad andarci
era una voce che non arrivava mai in cima alla lista. Mi scordai
di sfoltirmi le sopracciglia. Non mi guardavo quasi mai allo
specchio, ma le poche volte che lo facevo notavo che il lavoro all'aria
aperta stava incidendo nuove rughe nel contorno occhi e stava
trasformando il mio incarnato esposto alle intemperie, che tirava
fuori diversi toni di rosso e le lentiggini. Iniziai a sentire il
peso delle palpebre e le guance ripiegate ai lati della bocca. La
nuova vita mi stava segnando. Succedeva tutto cos in fretta. A tratti
avevo attacchi di ribellione. Allora mi sfoltivo le sopracciglia e
idratavo ed esfoliavo la pelle; c'erano periodi in cui rimpiangevo la
vecchia me che sembrava dissolversi all'orizzonte, poi tornavo a rilassarmi.
Marzo era un periodo ansioso e sottilmente pericoloso, come
stare in frontiera fra due paesi in conflitto. Non ti fanno star male
le privazioni dell'inverno o l'umidit della primavera, ma la terra
di nessuno che sta in mezzo. Il tempo  del tutto imprevedibile,
qualche notte fa zero, qualche altra quaranta, con venti che
strappano i tetti di lamiera dei fienili e fanno impazzire i cavalli al
pascolo. Nei campi, la neve prende un'aria smorta e depressa e
giorno dopo giorno cede sempre pi spazio al fango. Ai lati del vialetto,
i mucchi di metallo di scarto spuntavano dal terreno in disgelo.
Nelle giornate tiepide, il fango davanti al fienile era tanto
profondo da agguantarci per gli stivali e non farci uscire pi. Le
buche diventarono pericolose. Lo scioglimento delle nevi svel
due piccole dpendance, distrutte dal peso dell'inverno, che dormivano
sotto i tetti ripiegati su se stessi. Noi ci aggiravamo furtivamente,
con i piedi freddi dentro gli stivali fradici.
Al pascolo, la mandria di Highland aveva gli acari; si grattavano
a vicenda con le corna o contro gli alberi e si procuravano chiazze
di pelle rosa che sbucavano qua e l nel pelo. Poi ebbero la
dissenteria. Inizi con il manzo pi grosso, che era bianco e aveva
un corno lungo. Ogni pochi minuti alzava la coda e spruzzava un
allarmante getto di liquido acquoso e marroncino che andava a
formare un rivoletto dietro di lui. Dopo due giorni il liquido aveva
preso un colore rosso scuro e c'erano grumi di muco e pezzi di
materiale intestinale: le condizioni del manzo peggioravano, il
pelo era opaco e si vedevano le costole. Ci consultammo con gli
Owens che dissero che non c'era molto da fare se non aspettare
un cambiamento, cosa che avvenne dopo cinque giorni. Il manzo
si riprese con la stessa velocit con cui si era ammalato, per prima
cosa riacquistando un po' di luce negli occhi, poi cominciando a
spizzicare bocconi di fieno un po' pi consistenti, finch il rubinetto
del suo intestino si chiuse e dal suo corpo non usc pi un
torrente ma uno sgocciolio. A quel punto si ammal un'altra delle
Highland e pensammo che al riparo la mandria sarebbe stata
meglio, perci la spostammo al recinto del fienile est. Il primo giorno
le osservammo sgomitare per il fieno. Il mattino seguente un
giovane manzo di un anno stava da solo, con la schiena arcuata e
tremante. Sembrava che gli avessero sparato nelle costole con una
pallottola di grosso calibro. Era stato incornato.
Chiamammo gli Owens, e Neal e suo fratello Donald a dare
un'occhiata. Il destino del manzo dipendeva, dissero, dall'entit
della cornata, se aveva perforato l'intestino oppure no. Se non lo
aveva perforato l'animale sarebbe guarito, altrimenti non ci sarebbe
stata alcuna speranza. Donald e Mark lo spinsero a spallate
verso la parete, il manzo era ancora abbastanza forte da dare del
filo da torcere a due uomini robusti, poi Donald prelev del fluido
dalla ferita con una siringa e lo annus. Odorava di letame, segno
di perdita intestinale. Non c'era altro da fare che macellare immediatamente
il giovane manzo. Scuoiato e appeso a un gancio si
vedeva benissimo la carne infetta intorno alla ferita, colorata di
un verde cos acceso e brillante che sembrava neon. La tagliammo
via e tagliammo altra carne tutto intorno per sicurezza, poi la
buttammo per terra. Nico non se la lasci sfuggire e fil via: ebbe
un'aria soddisfatta per diversi giorni. Il resto della carne fu ridotto
in porzioni da mettere nel freezer.
Il clima rigido e piovoso non era clemente nemmeno con gli
altri animali. I cavalli sprofondarono nel fango fino ai nodelli e non
si allontanarono dal fieno che avevano davanti. I maiali ebbero la
peggio. Li avevamo spostati dal fienile al pascolo e Mark gli aveva
costruito un riparo con un serbatoio rotondo di fiberglass tagliato
a met e aveva battezzato pigloo questa specie di igloo per maiali.
Lo riempimmo con balle di paglia e quando i maiali ci si rannicchiavano
tutti dentro era un luogo confortevole, con il vapore
che usciva da un buco in alto, come da un comignolo. Ma fuori
del pigloo il pascolo era completamente impregnato d'acqua e i
maiali lo avevano lavorato come latte nella zangola, trasformandolo
in un profondo pantano. In men che non si dica si ritrovarono a
muoversi a fatica come tartarughe con gli zampetti puntuti quasi
completamente immersi nel fango. Recintammo un pezzo di pascolo
l vicino e i maiali arrivarono sulla terraferma circospetti,
come marinai appena scesi da una nave, in preda al mal di terra.
Una giovane scrofa marrone a macchie nere esit: era troppo ben
addestrata a rimanere dentro al pascolo e non lo voleva abbandonare,
anche una volta rimossa la fettuccia elettrificata. Camminava
e grugniva nervosamente, mentre gli altri maiali sradicavano l'ultima
erba dell'anno. Eravamo in ritardo per la mungitura, perci la
lasciammo per conto suo. Ci vollero due giorni perch la solitudine
vincesse sulla paura e finalmente varcasse il confine.
Strano come da una stagione rognosa e difficile come questa
sgorghi tutta la tenerezza del North Country. Ci fu un'altra tempesta
che port trenta centimetri di neve, poi scomparvero le nuvole
e la notte gel molto. Il giorno dopo il sole sorse con rinnovata
energia. A mezzogiorno, mentre mangiavamo, Mark e io
udimmo uno spesso strato di ghiaccio staccarsi dal tetto di casa, seguito
dal gocciolio e dal picchiettio dell'acqua sciolta che colava
dalla grondaia. Da quel momento, cambi lo stato d'animo di tutto
il nostro universo. Avevamo oltrepassato il confine ed eravamo
entrati in un territorio pi amico. Negli alberi scorreva la linfa.
I secchi per la linfa erano lustri e gli sgocciolatoi pronti all'uso.
Avevamo pensato di legare il serbatoio di Thomas su un piccolo
carro da trainare fra gli alberi con i cavalli. Era tutto a posto, a
parte il fatto che la neve era ancora troppo alta per le ruote. Avevamo
bisogno di una treggia - gli Owens la chiamavano slitta - e
ci serviva subito. Quando il padre di Neal e Donald Owens era
piccolo, la famiglia usava cavalli da tiro e tutti facevano lo sciroppo
d'acero. Se c'era qualcuno che sapeva come costruire una treggia,
quello era il signor Owens.
Il signor Owens, un uomo di settant'anni dal fisico esile, arriv
insieme a Neal. Sembrava che negli anni avesse consumato
all'aria aperta tutto il robusto fisico di Neal, riducendolo alla forma
essenziale e solida che avevano in comune, come una locusta,
con il naso bitorzoluto e penetranti occhi del blu delle tazze da t
Spode. A differenza degli altri agricoltori anziani che avevamo
conosciuto, che amavano indossare cappellini e magliette delle ditte
produttrici di mangimi, il signor Owens era molto elegante con
un cappello da cowboy, gli stivali a punta con i tacchi alti inclinati
e una bella camicia vecchio West. Il portafoglio nella tasca posteriore
dei jeans era legato al passante della cinta con una catena,
stile camionista. Mark, Neal e io lo accompagnammo a fare
un giro in officina e nel fienile est, lui incamer ogni dettaglio
senza fiatare. Era cresciuto in una fattoria a tre miglia da noi e
certamente era venuto qui un milione di volte in vita sua e ne conosceva
tutti gli angoli molto meglio di noi. Ci spostammo nel
fienile ovest dove Sam e Silver stavano nei loro stalli piluccando un
boccone di fieno. A quel punto lo vidi rianimarsi e staccarsi dal nostro
gruppo, dove Mark e Neal stavano riflettendo sulla quantit
di balle di paglia che potevano entrare nel sottotetto del fienile. Il
signor Owens palp i finimenti appesi a un gancio e si avvicin ai
cavalli. Entr nello stallo mormorando Oh a voce bassa, e pass
una mano sulla groppa di Silver, dall'alto in basso su entrambe
le zampe anteriori, poi fece un passo indietro per vedere meglio il
cavallo nell'insieme. Annu impercettibilmente con il capo.
Li agganciate cos? chiese puntando il dito verso Sam, il cavallo
pi alto, nello stallo di sinistra, e Silver, pi basso con il fisico
da stallone, sulla destra. Io annuii. Perch? Alla canadese!
ridacchi. Noi abbiamo sempre agganciato il cavallo pi grosso
a destra. Con una mano poggiata sul fianco di Silver, mi raccont
che aveva avuto la sua prima pariglia di cavalli quando aveva
dieci o undici anni. I cavalli di suo padre erano bestie da tiro
di dimensioni normali, ma la sua prima pariglia fu una coppia
meticcia di Percheron-Morgan, un castrone e una giumenta, cavalli
di taglia piccola con buoni zoccoli, un gran cuore e un gran
cervello.  il Morgan che c' in loro, capisci? mi disse. In estate
facevano il fieno per un'intera giornata sotto il sole torrido, insieme
alla grossa pariglia di suo padre, senza mollare mai. Il primo
lavoretto che aveva fatto da ragazzo consisteva nel far sollevare
alla pariglia il fieno dai carri con un rampino e metterlo sui
covoni. Il rampino era attaccato a una carrucola e tornava indietro
fino al covone. I cavalli della sua piccola pariglia erano cos bravi
che lui poteva avvolgere le redini intorno allo steccato e mandarli
avanti da soli. Sapevano esattamente dove fermarsi e il signor
Owens, che all'epoca era il piccolo Donald, depositava il
carico di fieno proprio sul covone e i cavalli si giravano e ritornavano
al punto di partenza, pronti a ricominciare da capo. Mentre
mi raccontava questa storia, il suo volto si accendeva di nuova vita,
come se stesse parlando del suo primo perduto amore. Poi ripiomb
nel silenzio pi assoluto e il suo viso rimase immobile.
Ci avviammo verso i boschi a ovest del fienile, Neal camminava
avanti aprendo la strada, poi veniva Mark con una motosega
portatile, seguito dal signor Owens, attivo e silenzioso, che si era
messo in testa un berretto di lana al posto del cappello da cowboy.
Eravamo alla ricerca del legno ferro, il nome locale del
carpino, un albero dal legno duro, pesante e compatto, che resiste
molto bene nel tempo e a parere del signor Owens  il miglior
materiale in assoluto per costruire una treggia. A met della salita
che portava al boschetto di aceri, il signor Owens sollev una mano
oracolare indicando un paio di giovani alberi alti circa tre metri
e mezzo, leggermente inclinati sulla punta sottile, come se aspirassero
fin dall'inizio a fare i pattini della slitta.
Corsi al fienile a prendere Silver, mentre Mark inizi a lavorare
con la motosega. Quando ritornai sulla collina aveva gi abbattuto
e fatto a pezzi tre alberi: i due pattini di legno ferro pi il
giovane frassino che svettava dritto, destinato a diventare il nostro
timone. Avvolgemmo intorno agli alberi una catena per il trasporto
e la attaccammo a Silver, che trascin i tre tronchi fino a
casa passando in mezzo alla neve, pi o meno con lo stesso sforzo
che costerebbe a me portare tre stuzzicadenti.
In officina legammo i pattini a un paio di sostegni di legno e
con le tavole di pino costruimmo un solido piano di carico di un
metro e ottanta per due metri e mezzo. Erano anni che dalle nostre
parti nessuno costruiva una treggia e quando si sparse la voce
i vicini vennero a vedere, alcuni portando con s i propri attrezzi
di falegnameria, altri rimanendo pi indietro a guardare. La treggia
cominci a prendere forma, schiacciata a terra, rustica ma elegante,
con il profilo naturale degli alberi da cui era nata. Il signor
Owens dirigeva i lavori, indicando dove aggiungere pi sostegni,
dove legare i pattini in modo che rimanessero dritti e allineati.
Quando fummo pronti ad attaccare il timone, nacque un dissenso
su un dettaglio che stava a cuore al signor Owens e che gli altri - i
suoi figli, Mark e i giovani uomini che a quel punto affollavano
l'officina - trovavano assurdo. Il signor Owens si secc parecchio
ma non disse nulla, se ne and, si mise seduto nel furgone e ci rimase
per tutta la giornata, per cui si perse l'inaugurazione della
treggia, cosa molto triste. Feci scavalcare a Sam il nuovo timone di
frassino, Mark agganci le quattro tirelle al bilancino e mi sedetti
sulle tavole che odoravano di legna verde con le redini in mano e i
cavalli con il muso nei collari. I primi metri nel vialetto furono difficili
da percorrere, con la parte inferiore dei pattini che perdeva
la corteccia, poi guadagnammo la neve e fummo liberi.
Ormai avevo passato gi molte ore con i cavalli, non tutte tranquille.
Bardare i cavalli era ancora al di sopra delle mie capacit.
Ogni giorno mi sforzavo di sollevare la trentina di chili di cuoio
ingarbugliato e di legno sulle groppe dei cavalli e ogni volta dovevo
rinunciare. Riuscivo a infilare il braccio sotto l'imbraca e la sella,
agguantavo i collari per i bastoni di legno uno per mano spingendoli
verso il basso come avevo visto fare a Jimmy Cooper e riuscivo
a trasportarli fino ai cavalli, ero persino in grado di sollevare
la parte del collare pi distante da me, farmela passare sopra la testa
e spostare il tutto un centimetro dopo l'altro fino al garrese.
Ma il resto della bardatura mi pesava drammaticamente sul collo,
impedendo l'afflusso di sangue al cervello e facendomi sentire sull'orlo
dello svenimento, e dovevo ricominciare tutto da capo, con
le braccia a ogni tentativo sempre pi a pezzi. Detestavo chiedere
aiuto a Mark, che aveva la forza e l'altezza necessarie per prendere
la bardatura e piazzarla sulla groppa del cavallo con facilit, come
se fosse un gomitolo di spago. Passavo una buona mezz'ora a
spappolarmi le meningi e a sfinirmi di fatica prima di andare da Mark,
che tornava a ripetermi che era solo questione di tecnica.
Ma a cavallo bardato, i guai non erano finiti. Fui ancora una
volta schiacciata dalla mia superbia. Ho cavalcato tutta la vita, ho
passato gran parte dell'adolescenza a parlare, leggere o pensare ai
cavalli. Avevo imparato tutto ci che si poteva imparare passando
senza il minimo problema dalla teoria alla pratica, cos credevo
che trasformarmi da cavallerizza a guidatrice di pariglia fosse semplice,
da sopra a dietro il cavallo. Per come la vedevo io, Mark aveva
l'esperienza in campo agricolo e io l'esperienza con i cavalli,
per cui eravamo una combinazione vincente e non c'era ragione per
non buttarsi a cominciare subito, a tutta birra. Quando verso la fine
di quel primo inverno stabilimmo quali piante avremmo coltivato
e in quali campi, decidemmo di lasciare un metro circa fra un
solco e l'altro, un dettaglio che a prima vista sembrerebbe di poca
importanza, ma che ci vincol a quella misura, per cui saremmo stati
costretti a ricorrere solo alla trazione animale per l'intera
stagione, dato che le ruote del trattore sono troppo grosse per entrare nello spazio che avevamo lasciato libero.
Mark mi chiese se pensavo che ce l'avremmo fatta e io risposi
di s, ma ebbi un brutto presentimento. Avevo gi avuto qualche
piccolo incidente. Una volta mi dimenticai di attaccare una briglia
alla parte esterna del morso di Sam e andai avanti cos per
tutta l'aia, scoprendo l'errore solo quando non riuscii a farlo girare
per scavalcare il timone del carro. Un'altra volta portai a marcia
indietro i cavalli bardati fuori dagli stalli e, mentre mi stavo
mettendo i guanti per farli uscire dal fienile, assistetti senza poter
fare niente all'enorme didietro di Silver che girava su se stesso
finch non si ritrov muso a muso con un terrorizzato Sam, che
inizi a rinculare verso di me. In questa configurazione, le briglie
erano inutili e fu solo la fortuna a farmi arrivare in tempo ai musi
dei cavalli e a riallinearli correttamente prima che si lacerassero la
bocca o si aggrovigliassero con le briglie spaventandosi come pazzi.
Dopo questo episodio, aggiungemmo una catena lenta che agganciava
fra loro la parte posteriore dei cavalli all'altezza dell'anca,
una misura di sicurezza che avremmo dovuto adottare fin dall'inizio.
Una volta attaccati, li avevo trovati pi eccitabili di come li ricordavo
quando li avevo guidati da Gary. Nelle mattine fredde,
Sam tirava il morso con una forza tale che mi spezzava le braccia
e quando ci fermavamo per fare un carico sul carro, ci mettevo
un bel po' a farli calmare e stare fermi. All'epoca attribuivo questi
inconvenienti all'adattamento dei cavalli alla nuova situazione,
ma ora so che erano solo la mia poca esperienza e una serie di
sbagli che commettevo - alcuni grossi e stupidi, ma per la maggior
parte si trattava di sottili errori di valutazione - che facevano
perdere ai cavalli fiducia in me, un pezzetto in meno ogni volta che
uscivamo. Gli animali iniziarono a sospettare che non fossi adatta
a quel compito e, in tutta sincerit, non lo ero affatto. Ci che allora
avrei dovuto fare era smettere di tentare di cavarmela da sola
e fare un apprendistato con un guidatore di pariglia esperto per un
anno o due, ma all'epoca mi sembrava fuori discussione. Non
avevamo un soldo e ci eravamo impegnati a coltivare una quantit
di cibo per la stagione che era alle porte. E quindi feci finta di
saperlo fare, sperando in bene.
Da quando erano arrivati, avevo attaccato i cavalli ogni giorno,
per trasportare legna o carichi di fieno, per spostare il letame,
qualsiasi lavoro mi sembrava potesse apportare esperienza prima
che iniziasse la stagione di crescita. Studiai il modo in cui si muovevano
i cavalli, ci che amavano e ci che odiavano, la loro personalit
lavorativa. Sam era il primo della classe, mordeva il freno,
a testa alta, cercava sempre di stare qualche centimetro pi
avanti di Silver. Attaccavo Sam a un carro per buttare la spazzatura
nel cassonetto e non appena arrivavamo sulla strada sollevava le
zampe e inarcava il collo come se sfilasse in parata. Credo che avesse
un'immagine di se stesso come di un animale leggero, veloce e
fiero - diciamo un cavallo Arabo o un Purosangue, tutto tranne
che un vecchio cavallo da tiro dal petto striminzito. Ma era obbediente
e volenteroso, anche se il lavoro da compiere era un lavoro
umile. Silver era corpulento, l'opposto di Sam. Era interamente
rivestito di grossi muscoli, con il collo di un linebacker stordito dagli
steroidi, ed era un tipo indolente. Se non stavo attenta a tenere
Sam indietro e spingere avanti Silver, Silver sarebbe rimasto
via via sempre pi indietro finch dalla sua parte il bilancino non
fosse finito contro il carro, allentando le tirelle e costringendo Sam
cos a tirare da solo. Il passo che preferiva era una lenta e dolente
passeggiata, ma se ne aveva voglia poteva trainare il mondo intero.
La prima volta che lo vidi in azione fu quando lo attaccammo
a un vecchio carro per portare fuori dal bosco un carico di legna
da ardere gi spaccata. Il terreno era bagnato e il carro si impantan
in una pozza di fango semighiacciato, affondando quasi fino
agli assi delle ruote. Guidavo la pariglia solo da poche settimane
e non avevo idea di quanto i cavalli potessero tirare. Questo, appresi
in quella circostanza, era esattamente il campo in cui Silver
era pi esperto, il tipo di lavoro per cui era nato. Vibr un orecchio
all'indietro, in ascolto, e quando gli dissi di tirare vidi Silver
chiamare a raccolta i suoi muscoli prodigiosi e buttare le incredibili
spalle nel collare, concentrato, impegnato, spingendo al massimo
finch il carro non usc vacillando dal fango. Non fu necessario
diminuire il carico, n allora n mai fin quando Silver rimase
con noi.
Il giorno dopo l'inaugurazione della treggia divent troppo
freddo per raccogliere la linfa. Sul terreno c'era neve fresca, il cielo era terso e assolato e i cavalli si sentivano particolarmente energici.
Si agitarono innervositi mentre Mark e io li attaccammo a un
carro tutto scheggiato che avevamo tirato fuori dalle erbacce e rimesso
in sesto, e quando partimmo gi per la strada della fattoria
alzarono le zampe e scossero la testa. Stavamo andando al centro
della fattoria a prendere un carico di pacciame di fieno che era rimasto
accatastato per alcuni anni sotto il tetto di un grosso fienile
di metallo. Io sedevo a cassetta e il carro sfrecciava nei solchi
tracciati dalle ruote sul terreno intorno al fienile ovest verso un
alto pianoro che sovrastava il campo che chiamavamo Pascolo
Lungo. La strada scendeva gi per una collina, costeggiava una palude
gelata con impronte di cervo e poi un campo di cinquanta
acri.
Il fienile in cui stava il fieno era aperto da tutti e due i lati e le
pareti metalliche erano sconnesse e sbatacchiavano per il vento
forte. Guidai la pariglia dentro al fienile e rimasi sul carro, con le
redini in mano, mentre Mark sollevava le balle e le caricava sul pianale.
Il rumore del metallo che sbatteva innervosiva i cavalli e io
non feci caso al carico finch Mark non fin un quinto strato di balle.
Non ero sicura che i cavalli riuscissero a trainare tutto quel peso
su per la collina fino a casa. C' un solo modo per scoprirlo!
disse Mark mentre iniziava a caricare un altro strato. Nella maggior
parte delle storie che avevo avuto prima mi consideravo sempre
io la parte che amava il rischio, ero io che volevo fare di pi,
fare pi tardi la sera, ordinare un altro bicchiere. Mi venne in mente
che l'uomo che avrei dovuto sposare era diverso: di solito si accorgeva
di essere sull'orlo del baratro dopo esserci caduto dentro,
magari aggrappandosi al bordo con un dito per poi tirarsi in
salvo infilando le unghie nel terreno.
I fienili distavano un miglio e Mark viaggiava in cima al carico
a tre metri e mezzo da terra. Io guidavo i cavalli sul davanti, dove
Mark mi aveva lasciato un angolino in mezzo alle balle. Il carico
torreggiava alle mie spalle. Sul terreno piatto e gelato Sam e Silver
se la cavarono tranquillamente, ma quando arrivammo alla collina
allungarono il passo. La volevano fare al trotto per prendere
lo slancio e rendere un po' pi agevole la trazione. Il terreno era
scivoloso e io avrei dovuto pretendere che andassero al passo, ma
non sapevo fare meglio di cos, per cui li lasciai andare al trotto e
loro produssero sempre pi energia. A met della salita prendemmo
una buca; sentii oscillare paurosamente il carico dietro di me
e Mark che urlava molto al di sopra della mia testa. Guardai dietro
e vidi il carico che sbandava da una parte all'altra. Voltandomi
all'indietro per guardare non prestai pi attenzione ai cavalli,
che colsero l'occasione per aumentare il passo, Sam andava al
piccolo galoppo e Silver trottava come un matto. Un'altra cunetta
sul sentiero e tutto il carico di balle vol via e Mark appresso.
Feci Oh per fermare i cavalli, che non capivano come mai da
un momento all'altro si fosse volatilizzato il loro carico. Silver
gir la testa e guard, Sam si blocc con le orecchie tese, ansioso
e muto. Non sapevo se Mark fosse finito sotto il fieno o nel fosso,
morto o gravemente ferito, poi lo sentii sghignazzare dal lato opposto
del fieno e spunt fuori coperto di neve. Silver mosse la testa
in su e in gi, come partecipasse anche lui allo scherzo.
Acero da zucchero. Anche le parole sono belle e dolci. Dall'alto
della collina, attraverso gli alberi spogli, vedevo ogni campo e
ogni pascolo incorniciato dalla sua siepe, fino al lago, a un miglio
di distanza. La casa, del caldo color panna di mucca Jersey, risaltava
sul bianco azzurrognolo della neve e il suo rozzo profilo ci
guadagnava, come un volto sfiorito  pi bello al lume di candela.
Dentro al boschetto di aceri la neve attutiva lo stormir di fronde, il
tintinnio dei finimenti e le nostre voci; immobile con i cavalli mi
sentivo come un'intrusa nella camera da letto della natura.
Il sole era tiepido, ma la neve era alta e pesante e i cavalli faticavano
a farsi strada, con il peso spostato all'indietro, costretti a
sollevare le zampe anteriori sempre pi in alto. Avevano ancora il
mantello invernale e ben presto furono zuppi di sudore. Quando
ci aprimmo un varco fra i cumuli che ingombravano la strada, un
turbine gelato di neve si alz sopra e davanti alla treggia in cui
stavo seduta, come onde frangenti sulla prua di una nave. La treggia
era piena di secchi e relativi coperchi, pi una scatola con gli
sgocciolatoi di metallo.
Per creare un boschetto di aceri da zucchero  necessario un
processo di eliminazione. Nel corso di anni e di generazioni si abbattono
frassini, pini e betulle, lasciando il monopolio della luce
del sole e delle sostanze nutritive agli aceri da zucchero. Senza restrizioni,
i tronchi dei vecchi alberi crescono fino a diventare cos
grossi che con le braccia non si riesce a circondarli nemmeno per
met e le chiome si espandono e si schiudono in forme aperte ed
eleganti, che i bambini all'asilo disegnano quando vogliono rappresentare
un albero. Gli Spring, che avevano avuto la fattoria fino
agli anni Ottanta, erano stati l'ultima famiglia a usare questo
bosco e avevano fatto una comoda strada che lo tagliava in due
da nord a sud, e un'altra che saliva sulla collina, da est a ovest,
formando una croce dai lunghi bracci. C'era una stradina pi accidentata
che descriveva una curva fra i bracci della croce, attraverso
il quadrante sud-est, dove la concentrazione di aceri era pi
fitta e il pendio pi scosceso. Cinque anni prima il boschetto era
stato devastato da una colossale tempesta di ghiaccio che aveva
stretto in una morsa tutto il North Country per una settimana. Si
erano spezzate le cime di alcuni aceri ed erano stati strappati via i
rami pi grossi. Mark e io avevamo passato interi pomeriggi a ripulire
le stradine dai tronchi, tagliando i rami che sporgevano in
modo che i cavalli potessero passare senza prendersi frustate negli
occhi. Mark era cos fissato con gli alberi che da piccolo collezionava
foglie e ramoscelli, li etichettava e li metteva in album per
fotografie. Aveva marcato gli aceri con nastri rosa acceso, mettendo
in evidenza la crescita speculare dei rami: a ogni grosso ramo,
rametto e ramoscello corrispondeva un gemello, una caratteristica
condivisa, diceva Mark, solo dal frassino e dalla sanguinella; la
corteccia dei giovani aceri da zucchero era liscia e grigia come la
pelle di un elefante e si ispessiva sugli alberi pi vecchi con scaglie
di legno sovrapposte.
Mark si affannava di albero in albero in mezzo ai cumuli di
neve fino alle ginocchia. Incideva nell'albero un foro leggermente
angolato verso l'alto in modo che la linfa gocciolasse fuori. Poi
con il martello conficcava il piccolo gocciolatoio di metallo nel
foro, gi umido di linfa. Appendeva un secchio al gocciolatoio e
lo copriva con il suo coperchio di latta. Andammo avanti in questo
modo per tutta la strada principale, con Mark che correva su
e gi per la collina per andare a prendere altri secchi e gocciolatoi,
mentre i cavalli e io ci aprivamo un passaggio a fatica. L'anello del sentiero nell'angolo sud-est del boschetto era cos sovrastato
da cumuli di neve che decidemmo di non passarci per evitare
rischi.
Quando la met degli alberi fu dotata di gocciolatoio, i cavalli
avevano le groppe fumanti e sbuffavano forte. Silver divent irritabile,
indifferente al fatto che anche le persone stavano lavorando
sodo almeno quanto lui. Nel pomeriggio avevamo finito, con
centosettanta secchi appesi, ma Silver era entrato in sciopero, con
le orecchie appiattite sulla grossa testa tonda, uno zoccolo posteriore
che scalciava fulmineo contro le tirelle. Fummo costretti a
blandirlo persino per trainare la treggia in discesa verso casa.
La linfa d'acero  sostanzialmente acqua, con un contenuto di
zucchero in media del quattro per cento. Ci vogliono circa quaranta
galloni di linfa per fare un gallone di sciroppo e tutta quest'acqua
si deve togliere goccia a goccia in forma di vapore. Fra
questo e quello c'era un'enormit di legna da ardere. Mark e io
mettemmo i cavalli negli stalli con una coperta sulle groppe fradice
e affrontammo con energia la catasta di legna, spaccando ciocco
dopo ciocco di frassino stagionato in pezzetti di legna minuta
finch la catasta non croll su se stessa e noi ci trascinammo a letto
sfiniti. Il meteo radio fu l'ultimo suono che udii, prevedeva gelate
notturne seguite da una giornata tiepida e soleggiata. La mattina
seguente corremmo alla collina a controllare l'albero pi vicino
e vedemmo che fluiva copiosamente: non era il plin plin plin
che ci aspettavamo, ma un vero e proprio rivoletto.
Nel pomeriggio i secchi degli alberi migliori erano gi pieni per
tre quarti, cos legammo il serbatoio sulla treggia e andammo verso
il bosco. Silver era riposato e sazio di mais, ormai rassegnato al
lavoro, e percepiva un obiettivo. In cima alla collina, Mark segu
le tracce del giorno prima albero dopo albero e ritorn dondolando,
con due secchi da cinque galloni pieni fino all'orlo, uno per mano.
Rovesci i secchi nel serbatoio sulla treggia, che era munito di
filtro. A primavera inoltrata, con temperature sempre pi calde, la
linfa nei secchi sarebbe diventata giallo sporco, piena di insetti morti,
annegati nella dolcezza fatale. Ma la prima linfa che sgorga 
limpida e pulita come acqua di fonte. Mark si ferm per avvicinarsi
un grosso secchio alla bocca e bere avidamente con la linfa che gli
colava sulle guance e sotto il maglione e girando gli arrivava fin
dietro al collo. Gli diedi le redini e saltai gi dal mio posto sulla
slitta per immergere la bocca direttamente dentro un secchio pieno.
Si potrebbero scrivere lunghe poesie sul sapore della prima
linfa che cola dall'acero, gelata, dolce e profumata di legno.
Tre ore pi tardi scendemmo gi per la collina con un serbatoio
pieno di linfa. La sversammo in una vasca di acciaio inossidabile
da duecentocinquanta galloni che avevamo scovato in una latteria
dismessa e appeso alle travi del soffitto con una catena.
Non  per niente complicato fare lo sciroppo a partire dalla linfa
d'acero. Si deve solo bollire a lungo. La linfa si riduce sempre
pi finch il contenuto di zucchero raggiunge il sessantasei per
cento, a quel punto  uno sciroppo. Chiunque abbia una pentola e
del fuoco lo pu fare. Ma per fare le cose pi in fretta e per riuscire
a maneggiare duecentocinquanta galloni di liquido tutti in una
volta  necessaria un'attrezzatura speciale.
L'evaporatore  composto da due parti principali: l'arco, dove
va il fuoco, e il vaso che sta in alto e contiene la linfa bollente. Il nostro
arco  lungo un metro e ottanta e largo sessanta centimetri. Il
vaso  di acciaio inossidabile e ha il fondo scanalato per aumentare
la superficie a contatto con il fuoco e la velocit di evaporazione.
E dotato di una serie di galleggianti e valvole, in modo che la
linfa fredda affluisca costantemente nel vaso per rimpiazzare l'acqua
eliminata tramite il vapore. All'interno del vaso c' un dispositivo
per cui la linfa bollente ondeggia avanti e indietro nel vaso,
diventando via via sempre pi spessa e pi concentrata. Quando
arriva sul davanti del vaso pu andare in una sezione separata
detta finale dove viene monitorata da vicino. Quando il termometro
del finale segna sette gradi in pi della temperatura a cui
bolle l'acqua, abbiamo lo sciroppo. Si pu fare un controllo incrociato
con un idrometro, che ne misura la densit. Non c' un
gran margine di errore. Se lo sciroppo  troppo acquoso, si inacidir,
se  troppo denso cristallizzer nei barattoli. Dopo aver raccolto
lo sciroppo finito, si versa attraverso uno spesso filtro di un
materiale simile al feltro per rimuovere la sostanza minerale arenosa,
detta sabbia di zucchero, che ha un sapore schifoso e intorbidisce
lo sciroppo.
Era la settimana ideale per fare lo sciroppo. Ogni notte la temperatura
crollava sotto lo zero e il giorno risaliva. Bardavamo i
cavalli a mezzogiorno e iniziavamo i viaggi. Alla fine della settimana
la neve quasi non c'era pi e spostammo il serbatoio dalla
treggia su un carro.
L'evaporatore mi piacque. Mark era occupatissimo a costruire
le cassette di legno per piantare i semi, per cui l'evaporatore era un
lavoro silenzioso e solitario che iniziava due ore prima dell'alba. In
citt non mi era mai piaciuto svegliarmi presto, ma alla fattoria
cominciai ad amare le uscite all'aperto prima che ci fosse la luce.
Sentivo di condividere una specie di segreto con le cose non umane
intorno a me, gli uccelli ancora immobili fra le fronde, il muto
fango per terra. Mi portai qualche provvista per sostentarmi: una
caffettiera a stantuffo e la polvere di caff, da mettere in infusione
non con l'acqua ma con la linfa bollente ottenendo una bevanda
elettrizzante da assumere in piccole quantit; ma anche una
dozzina di uova e una saliera. Thomas LaFountain mi aveva insegnato
a far cadere le uova a una a una nel finale: il guscio si incrina
con il calore e la linfa che si sta addensando si infiltra nelle crepe,
annerisce e addolcisce le uova sode, che si devono poi ripescare
con un lungo cucchiaio, sbucciare e mangiare calde con una spruzzatina
di sale. Mi portai anche un piatto di cetrioli sottaceto, come
antidoto nel caso in cui per errore esagerassi con il dolce.
Canticchiando regolai le valvole dell'evaporatore e tolsi la cenere
dal focolare. Sistemai palle di carta di giornale e i primi pezzetti
di materiale combustibile della giornata e mi voltai per prendere
un fiammifero quando all'improvviso un uccello usc sfrecciando
dal focolare, volando cos vicino al mio viso che sentii
l'aria spostata dal battito d'ali contro la guancia. Vidi il baleno di
un'ala nera, sentii un cinguettio allarmato e poi spar. Uccellino
fortunato! gli gridai dietro e avvicinai il fiammifero alla carta.
Il calore si svilupp in fretta e in due o tre minuti il vapore sal
dal vaso colmo di linfa, una dolce nebbiolina. Qualche altro minuto
e la superficie inizi a incresparsi; il vapore divent una colonna
compatta, troppo per il buco nel tetto. Il vapore si sparse
verso l'alto, lungo le travi, riempiendo il sottotetto e creando una
fitta nube di condensa sul legno che quando fu l'alba cominci a
gocciolarmi in testa.
Alla fine avevo trovato alla fattoria una cosa in cui ero portata.
A casa Mark si lamentava sempre dicendo che mettevo troppa legna
al fuoco. Non aveva tutti i torti. Avevo bucato lo spesso rivestimento
d'acciaio all'interno della stufa e una volta la stanza divent
cos calda che fece afflosciare una candela sulla mensola vicino
al fornello. Mark non ha mai freddo e il mio uso sfrenato di
legna da ardere gli faceva venire i nervi, per cui si metteva solo
una T-shirt e si sedeva a bella posta il pi lontano possibile dalla
stufa. Se io stavo bene lui sudava. Come compromesso, avevo accettato
delle limitazioni a casa, ma la bellezza dell'evaporatore
era che lo facevo funzionare come mi pareva a me, come uno stramaledetto
inferno. Lo alimentavo ogni momento con legna lunga
e sottile che bruciava come le bacchette per mangiare cibo cinese.
La parte davanti delle cosce mi diventava subito rosa e mi faceva
male.
Entrai in un ritmo travolgente. Alimenta il fuoco. Screma la
schiuma di sporcizia dalla cima del vaso. Quando diventa troppo
schiumoso, come una pentola di porridge che sta per traboccare,
aggiungi un pezzetto di lardo e la schiuma scompare. Controlla il
livello di linfa nel vaso. Controlla il termometro nel finale. Alimenta.
Screma. Quando il fuoco  acceso non si pu lasciare l'evaporatore
nemmeno un momento. Se manca la linfa o si blocca
una valvola e il vaso bolle a secco, le fiamme consumano tutto il
metallo distruggendo la costosa attrezzatura. Non mi  mai capitato
di vederlo, ma mi hanno spiegato che sarebbe potuto succedere.
Poco prima di mezzogiorno il livello di linfa nel serbatoio si
stava abbassando. Smisi di alimentare il fuoco e lo lasciai spegnersi.
Quattro galloni di sciroppo appena fatto erano al sicuro nei
recipienti da un quarto di gallone: non male per una mattinata di
lavoro.
All'inizio di aprile gli aceri germogliarono tingendo il boschetto
di rosso pallido. Dopo la gemmazione la linfa diventa aspra,
quindi  questa la fine della stagione dello zucchero. Facemmo cinquanta
galloni di sciroppo per gli abbonati, abbastanza perch tutti
noi godessimo di una fonte di dolcezza totalmente locale. Invece
di desiderare notti fredde, iniziammo a sognare il tepore e le
verdure fresche. Nella cantina di casa la scorta di radici che Rob
ci aveva portato all'inizio dell'inverno si era ridotta a poche gommose
carote, patate e cipolle e mancavano ancora alcune settimane
prima che il terreno diventasse abbastanza caldo da produrre i
primi ortaggi commestibili. Per la cena frugai dappertutto in cucina
ma non trovai niente di interessante a parte un pezzetto di
bacon che avevamo affumicato l'ultima volta che avevamo macellato
un maiale. Non c'era pane in casa, solo mezza busta di un riso
comprato allo spaccio. Miseri resti dissi a Mark. Nemmeno
tu riusciresti a tirare fuori una cena decente con questa roba.
Mark usc di casa con il fucile da caccia, sentii un unico sparo,
poi risal il vialetto con quattro piccioni afflosciati.
Ne presi uno, era ancora caldo e flessibile. Penso che l'invasione
dei piccioni in citt mi abbia reso cieca alla loro bellezza. Se
fossero stati rari, mi resi conto, li avremmo dipinti e ne avremmo
apprezzato i colori, le penne color ardesia con una sfumatura di lavanda,
i lampi di arcobaleno che ne abbelliscono il collo. Quando
ero una cittadina non ci sarebbe stata cifra abbastanza alta per
farmi toccare un piccione, figuriamoci mangiarlo, ma la consapevolezza
recentemente acquisita sul lavoro che c' dietro l'allevamento
di animali da macello mi permise di esprimere gratitudine
per la natura che, in questo caso, aveva fatto il lavoro al nostro
posto. Inoltre, sapevo cosa avevano mangiato questi piccioni e non
era spazzatura n le briciole stantie fuoriuscite dalla busta di qualche
terrificante vecchietta. Li avevo visti tutto l'inverno rimpinzarsi
del costosissimo mais e grano biologico che davamo da mangiare
ai maiali e ai polli. Erano quasi troppo grassi per volare e lo
stormo era diventato cos numeroso che quando atterrava sul tetto
del fienile lo ricopriva quasi completamente. Facevano il nido
nella torretta del segnavento del fienile est, lontano dai gatti che
li guardavano da sotto agitando le code irrequiete.
Mark mi fece vedere come si spenna il piccione a partire dal
petto: si bloccano le penne della coda sotto un piede, si infilano
due dita sotto la pelle dello sterno e si tira. Il petto si separa dal corpo
con un leggero risucchio, mostrando le viscere. Prendemmo il
cuore e il fegato di tutti gli uccelli e li mettemmo in una ciotola.
Mark tolse le piume dalle zampe e le tagli via dal corpo che spellammo,
eliminando cos le operazioni di spiumaggio. Teste, interiora
e ali andarono ai gatti, che ci giravano intorno avidamente.
Entrammo in casa per disossare e lavare i petti polposi. Erano
otto pezzi, ognuno grosso come una noce e rosso cupo. Misi a
bollire una pentola per il riso, strappai qualche penna rimasta
dalle zampe, da cui tagliai la parte finale. Ricoprii d'acqua le zampe,
i cuori minuscoli, i dorsi, i fegati insieme a una fetta di cipolla,
mezza carota e un rametto di timo essiccato, poi li misi sul fornello
a sobbollire per farne un brodo. In una grossa padella feci caramellare
la cipolla a fettine mentre Mark incartava ogni petto in
un sottilissimo velo di bacon. Mettemmo i petti in una teglia bucherellata
e nella cottura il bacon divent tutt'uno con la carne.
Preparai un roux bruno allungato con il brodo di piccione, aggiunsi
le frattaglie a cubetti, sale e pepe, una manciata di salvia
essiccata, qualche bacca di ginepro schiacciata raccolta dai cespugli
dietro il fienile e ci spruzzai del bourbon e un po' di sciroppo
d'acero. Il pasto si combin come a volte si combinano in
un bel completo vestiti diversi comprati usati: elegante ed eccentrico
al tempo stesso. Mark riemp i piatti di riso, poi aggiunse
uno strato di cipolla caramellata, i quattro petti di piccione a testa
e una generosa cucchiaiata della lucida salsa marrone scuro. I
petti erano quanto di pi lontano dal pollo si possa immaginare
pur avendo il gusto del pollame: consistenza densa, colore del
manzo e un intenso sapore di selvaggina. L'effetto nell'insieme
era un piatto adatto a festeggiare la fine della raccolta della linfa
dagli aceri, in accordo con la stagione come si accoppiano le portate
ai vini. La punta dolce dello sciroppo e il tocco affumicato
del bacon evocavano l'evaporatore a legna e con il bourbon si festeggiava
la fine dell'inverno e l'arrivo della primavera.
Una fattoria  una creatura in divenire. Non esiste niente che
si possa definire compiuto. Il lavoro  come un torrente senza fine.
Esistono solo cose che si devono fare subito e cose che si possono
fare dopo. La minaccia cui ti sottopone la fattoria, che ti fa
correre finch hai fiato e fermarti solo quando non ce la fai pi, 
questa: fallo adesso, oppure qualche essere vivente appassir, soffrir
o morir. In pratica, un autentico ricatto.
Ci affannammo per una settimana per recuperare il lavoro che
avevamo lasciato da parte durante la raccolta della linfa e la fabbricazione
dello sciroppo d'acero. Quando arriv il week-end
dovevamo ancora macellare un manzo. Eravamo davvero sull'orlo
dell'esaurimento e avevamo deciso che, una volta macellato e
appeso a un gancio il manzo, ci saremmo regalati mezza giornata
di riposo, saremmo saliti sul battello verso il Vermont per andare
a pranzo fuori. Mi presi il lusso di immaginarmi seduta a tavola,
servita da qualcun altro: un pensiero voluttuoso. Se avessimo finito
per le undici, saremmo potuti tornare a casa per la mungitura
della sera.
Non appena fu abbastanza chiaro per vederci, Mark e io spostammo
la mandria dal pascolo a un recinto temporaneo costruito
con la fettuccia elettrificata. Il nostro torello annusava per tutto
il perimetro, fiutava l'aria, muggiva sonoramente. Era un pesante
Highland pezzato di nome Rupert, con occhi assonnati e
corna che alla base avevano il diametro del tronco di un piccolo albero.
Pioveva forte ed era piovuto tutta la notte. Dal momento che
la mandria di trenta capi girava in tondo, il recinto improvvisato
si tramut rapidamente in fango. Mark era andato a casa a prendere
il fucile e io ero rimasta l a guardare sotto la pioggia, con gli
stivali ai piedi e la giacca impermeabile grondante. Una delle mucche,
una delle pi nervose e reattive che si chiamava Parker, stava
entrando in calore. Era mezza Highland e mezza Lakenfelder. In
un modo o nell'altro si era presa un bel po' di geni nevrotici da
entrambe le parti del suo pedigree e sapeva saltare come un cavallo.
Quando spostavamo la mandria, il resto dei capi si muoveva
serenamente, a passo tranquillo, mentre Parker faceva resistenza,
scalciava e correva a tutta birra, a volte finendo a capofitto
contro la staccionata. Una mattina, poco dopo il suo arrivo, perse
met della coda e un leggero spruzzo di sangue ancora usciva
dal moncherino quando lo contraeva da sopra la groppa. Trovai
io nel prato la parte mancante della coda, con il ciuffo di peli alla
fine. L'unica spiegazione che ci venne in mente fu che una delle
mucche vicino a lei le fosse montata sulla coda mentre dormiva, e
lei, sentendosi in qualche modo acchiappata, fosse stata presa dal
panico. Dunque era proprio questa mucca nevrotica, con mezza
coda monca, che stava entrando in calore dentro al nostro fragile
e fangoso recinto; e questo non andava bene. Rupert la annus
da dietro, arricciando il labbro superiore all'indietro nella reazione
di Flehmen, un po' pornografica e un po' comica, cacciando via
le altre mucche e i vitelli. Parker non era ancora nella fase di estro,
in cui avrebbe di buon grado accettato le avances del toro. Al
contrario, sfrecciava da una parte all'altra del recinto, gemendo e
lasciando dietro di s una scia di feromoni. Lo sguardo ancora
pi folle del solito, un sinistro bagliore.
Andai a prendere una balla di fieno, con la speranza che uno
spuntino avrebbe calmato gli animi di tutti. Ero a met strada
quando udii un crack, seguito da un coro di urla. Si era spezzata
la tavola di quercia che stava all'angolo del recinto e un tratto della
recinzione elettrificata giaceva fra scintille e scoppiettii sul terreno
inzuppato. Parker era in mezzo al varco, Rupert dietro di
lei. Lei esamin per un attimo la situazione, poi, dal momento
che era Parker, salt. Rupert la segu, sollevando il corpo massiccio
in aria sulle zampe tarchiate, e due mucche pi anziane con i
rispettivi vitellini si unirono a loro, superando l'ostacolo dietro Rupert
grazie all'istinto gregale. Uno dei vitellini si impigli con una
zampa posteriore nella fettuccia scoppiettante e la striscia di plastica
si tese al massimo e infine si strapp, cos anche quella minima
barriera scomparve e la mandria si rivers liberamente nello
spazio aperto. Per qualche secondo non seppero cosa farsene della
libert e io pensai di riuscire a farli rientrare con la forza nel
varco che si era aperto, riportarli nel recinto semicrollato e tenerli
l fino al ritorno di Mark, ma loro recuperarono la facolt volitiva
trasformandosi in un fiume di peli e corna che scorreva veloce
gi per il vialetto fino alla strada.
Erano quasi arrivati alla casa. Mark usc con il fucile mentre
correvano rombando verso di lui. Lo videro e virarono verso destra,
nel prato davanti casa. A questo punto erano liberi, ma intrappolati
da tre lati: il resistente recinto del pascolo, la casa e il torrente.
Il recinto aveva un cancello, ed era aperto, perci tutto Quello che dovevamo fare era convogliarli da quella parte. Entrambi
stavamo pensando a una storia che girava quella primavera di una
mandria che si era liberata a Westport, una cittadina sul lago verso
sud. Queste bestie erano rimaste libere per giorni, distruggendo
prati e giardini fioriti, sempre pi fuori di testa e sempre meno
gestibili, fino a quando il padrone alla fine chiam un cacciatore
che le uccise a fucilate una per una. Fu una perdita secca
perch il bestiame era cos malridotto che non poterono far altro
che seppellire tutti i capi. Si trattava di una mandria di Highland.
Perci iniziammo a spingere adagio, cercando di coprire la via
di fuga dietro il lato della casa, facendo in modo che i capo-mandria
vedessero il bel prato nel recinto. Muggirono e girarono in
tondo, incerti, e poi il caro, vecchio, amabile Rupert varc il cancello,
seguito da Parker e qualche altra mucca con i vitellini. Poi
tutta la mandria si affoll al cancello e Mark e io ci scambiammo
un sorriso sopra le groppe. Le mucche si stavano tranquillamente
sparpagliando nel pascolo e ce l'avevamo quasi fatta, quando Parker
accese la miccia anarchica. Si mise a sgroppare e scalciare per tutto
il perimetro del recinto, eccitando gli altri. Fu subito imitata da un
certo numero di mucche al galoppo. Se la situazione non fosse stata
cos grave, sarebbe stata una scenetta comica: sembrava un gruppetto
di donne di mezza et leggermente sovrappeso andate a Tijuana
a prendersi una sbronza. C'erano ancora cinque manzi imbottigliati
dall'altra parte del cancello che, non riuscendo a entrare,
vennero sopraffatti dall'istinto di seguire la mandria e di correre dietro
alle vacche, naturalmente al di fuori del recinto, verso la strada.
Mark e io ci consultammo spasmodicamente e decidemmo che
lui doveva andare nel pascolo con la mandria. Gli animali erano
abituati a seguire la sua voce che li guidava nei freschi pascoli,
perci si sarebbero forse avvicinati a lui, il che avrebbe spinto i
manzi ancora in libert a tornare verso il fienile. Io ero il piano B,
cio avrei cercato di aggirare sul fianco i manzi, piazzandomi fra
loro e la strada, di farli girare e riportarli lungo il recinto e dentro
il cancello. Non c'era tempo per riflettere. Afferrai un grosso bastone
e mi misi a correre. I manzi furono disorientati dal ruscello
e dagli alberi e persero di vista le mucche per pochi istanti, il che
mi diede modo di aggirarli e posizionarmi a qualche centinaio di
metri dal recinto. Poi i manzi videro di nuovo le mucche a un angolo
del pascolo, e corsero sparati contro di me.
Ormai sapevo abbastanza su come gestire il bestiame, su come
si muove una mandria e perch. Per incutergli timore, avevo
letto, si deve apparire il pi grossi possibile e guardare gli animali
direttamente, dritto negli occhi, come farebbe un predatore. Si
deve essere completamente sicuri che ubbidiranno e per nessun
motivo si deve mostrare il minimo dubbio o timore. E consentito
urlare un Oh!, a voce bassa e grossa, ma strillare non va bene.
Stavo pensando a tutto questo mentre i manzi correvano contro
di me, il pi grosso davanti a tutti, fiancheggiato dagli altri in una
compatta formazione a freccia, perci rimasi ferma e sicura di
me, a gambe divaricate con i piedi ben piantati a terra, le braccia
spalancate e il bastone in mano, cacciando il mio Oh! con la
voce bassa e grossa, quando il capo manzo abbass il muso e mi
colp.
Fu la prima volta nella mia vita in fattoria che l'esperienza di
cheerleader mi venne in aiuto. Il manzo mi colp proprio sotto i
fianchi, e mentre rialzava la testa scagliandomi in aria io ritrassi il
mento e feci un salto carpiato. Credo di aver fatto un mezzo salto
mortale all'indietro perch atterrai seduta, leggermente stordita
ma completamente illesa. Gli altri manzi si fermarono a guardare.
Da terra, nell'improvvisa immobilit, sentii Mark che chiamava
la mandria: Dai, vieni, dai, vieni". Boss, bello. Anche i manzi
lo sentirono, e la mandria dentro il recinto, che, miracolosamente,
gli obbed. Mi diedi una ripulita alla meglio e li seguii oltre il
fosso verso il cancello aperto, dove i manzi si unirono con entusiasmo
alla mandria.
Passammo diverse ore a ricostruire la recinzione distrutta, piantando
nuovi pali d'angolo nel terreno bagnato e costruendo un
viottolo all'esterno per farci passare i capi a uno a uno facendo la
spola. Riuscimmo a mungere e a dar da mangiare ai cavalli prima
di crollare a letto, ma il manzo che avevamo intenzione di macellare
quel giorno fu risparmiato per un'altra settimana, e il nostro
pranzo al ristorante rimase pura illusione, sparita come la giornata
appena finita.
Succedeva sempre qualcosa. I pulcini di tacchino arrivarono e
un procione assassino cap come scassinare la porta dell'incubatrice.
Poi un maiale rifiut il pasto e rimase prostrato nel pigloo,
tutto pieno di macchie a forma di diamante. Erisipela: una malattia
che si pensava non ci fosse nella nostra zona ma che era stata
portata dai pulcini di tacchino, che venivano dal Midwest. E necessario
provvedere a questi affari urgenti a scapito delle meschine
necessit umane - tipo fare il bucato, spolverare, organizzare
il matrimonio incombente - non c' niente da fare. Ma se non
stai attenta una fattoria ti pu risucchiare fino a credere di non avere
nemmeno il tempo di cucinare il cibo che tu stessa hai coltivato.
In quella primavera ci furono settimane in cui Mark e io concludevamo
le nostre giornate cos tardi e cos sfiniti che eravamo
costretti ad andare in paese a prenderci un sacchetto di patatine e
un po' di pizza gommosa con un pomodoro che non sapeva di
niente. Potevo vivere con i vestiti sporchi e stavo volontariamente
evitando di organizzare il mio matrimonio, non sono nemmeno
mai stata un'appassionata spolveratrice di mobili, ma se eravamo
arrivati al punto di non riuscire a mangiare il nostro cibo, allora
non c'era motivo di andare avanti. Dopo una discussione dura
e sincera decidemmo di comune accordo che da quel momento
in poi sarebbe stata una priorit riuscire a cucinare almeno un
buon pasto per noi, di solito a mezzogiorno. Istituimmo e rispettammo
anche la regola per cui non si lavorava in campagna la domenica.
Rimaneva la mungitura e qualche piccolo lavoro da sbrigare
al mattino e alla sera, ma le altre ore erano dedicate ad attivit
umane, alla coppia.
A volte la domenica desideravo follemente allontanarmi dalla
fattoria e fare qualcosa di tranquillo e familiare. I miei vecchi divertimenti
erano difficili da trovare. In paese non c'erano caff n
librerie n localini interessanti da scoprire. A New York vedevo
in media due film a settimana. Qui, il cinema pi vicino era a
un'ora di macchina, relegato in fondo a un centro commerciale, vicino
a un sudicio cortile sul retro di un ristorante, con una programmazione
che andava dall'horror di serie B alla commedia
scollacciata ai film per bambini. Comunque, la domenica di tanto
in tanto avevo una tale voglia di vedere qualcosa che mi scrostavo
il letame dagli stivali, spingevo a forza Mark dentro l'auto e mi
dirigevo a nord. Mark detesta i viaggi in auto per principio, e metteva
su un'espressione di finta sopportazione rispondendo alle domande
a monosillabi per sottolineare il sacrificio che stava compiendo
per me, ma appena ci sedevamo nel cinema e partivano i
trailer spalancava la bocca, completamente assorbito, a prescindere
dalla bruttezza di ci che passava sullo schermo. Mi resi conto
che, al contrario di tutti noi, Mark non aveva sviluppato l'immunit
all'immagine in movimento. I suoi genitori non avevano
la TV e lui non aveva visto molti film dopo E. T. Se lo piazzavi davanti
a una pubblicit di popcorn ripetuta all'infinito, rimaneva incollato
allo schermo. Fu una specie di profanazione. Alla fine ero
io quella che si annoiava al cinema, ero io a rimanere con un senso
di vuoto nel lungo viaggio di ritorno a casa.
L'ultima a morire delle mie vecchie abitudini fu lo shopping.
Sentivo crescermi dentro la voglia di shopping per tutta la settimana,
una vera e propria smania. Non mi riferisco ai vestiti, alle
scarpe o a qualsiasi altro tipo di shopping in cui la gente si diverte
normalmente. Sto parlando solo della sensazione in qualche strano
modo confortante di passeggiare davanti a oggetti in vendita
nuovi e luccicanti, del quotidiano scambio di denaro per merci. In
citt, il panorama consiste prevalentemente di oggetti in vendita
ed  quasi impossibile uscire di casa senza comprare qualcosa, un
giornale, un caff, un bouquet colorato al mercato dei fiori coreano.
Quando passavo giorni e giorni senza comprare niente, senza
posare lo sguardo su un'attivit commerciale e perfino senza accendere
mai l'auto bruciando almeno un po' di carburante, sentivo
i dolorosi sintomi dell'astinenza. Le uniche possibilit di fare
shopping nel giro di dieci miglia dalla fattoria erano un minimarket
e un ferramenta, cos la domenica andavo nel primo dei due e mi
aggiravo con il carrello nelle corsie, immersa nella luce delle lampade
fluorescenti e nella musichetta di sottofondo. Sempre pi
spesso, per, non riuscivo a trovare qualcosa di cui avessimo reale
necessit, n qualcosa che desiderassi veramente e arrivavo alla cassa
con il carrello vuoto, per cui compravo una copia di People e il
grosso e familiare malloppo domenicale del New York Times. Sempre
pi spesso ero contenta di passare le domeniche alla fattoria, fare
una passeggiata nei campi insieme a Mark e ricorrere alla vecchia
e affidabile triade di letto, fornello e tavolo.
Stavamo faticosamente tentando di riuscire in un'impresa imponente
e difficile, di passare dalla teoria alla pratica. L'ideale a
cui ci eravamo aggrappati con tenacia, cio creare una fattoria che
producesse il fabbisogno per un'alimentazione completa per un
numero ancora imprecisato di abbonati annuali e allo stesso tempo
riscoprire l'anima di questa porzione di un antico territorio, si
poteva giudicare coraggioso o stupido, a seconda del rapporto
che si ha con il rischio. Era necessario costruire una fattoria terribilmente
complicata tutta in una volta, con investimenti in diversi
tipi di infrastrutture. L'esperienza di Mark nella coltivazione dei vegetali
era molto vasta, ma le nostre competenze zootecniche andavano
dallo scarso all'inesistente. Neofiti per quanto riguardava
i cavalli da tiro, ignoravamo completamente il mondo delle macchine
a trazione animale e ci eravamo ritrovati a dipendere da
queste. Per quanto ne sapevamo, non esistevano precedenti di un
modello simile al nostro, cio con la pretesa di offrire alimenti per
una dieta completa. Non avevamo idea del prezzo da applicare,
n della legittimit di questo business. Non avevamo pi niente cui
ricorrere, avevamo speso tutti i risparmi e i nostri conti si erano
cos assottigliati che potevamo fare il bilancio a mente. Quando la
terra cominci a scaldarsi di nuovo, il bilancio viaggiava verso le
due cifre. La fattoria per cui stavamo lavorando era di l da venire,
soltanto un fantasma, molto lontano, ma noi la amavamo gi,
come un padre e una madre amano il bambino prima ancora che
sia nato. Io ero la nuova arrivata, quella che non sapeva niente,
ma in vita mia non avevo mai tenuto cos tanto a qualcosa.
Amavo anche il lavoro, nonostante fosse esageratamente impegnativo.
Il mondo mi era sempre sembrato caotico in modo allarmante,
le mie scelte troppo disorientanti. Scoprii che, concentrata
sulla terra, ero sostanzialmente pi felice. Per la prima volta
riuscivo a vedere con chiarezza il legame fra Fazione e la conseguenza.
Sapevo perch facevo ci che stavo facendo e ci credevo.
Avevo l'impressione che lo scarto fra la persona che credevo di
essere e il modo in cui mi comportavo diventava sempre pi insignificante,
aumentando in me la sensazione di autenticit. Sentivo
i mutamenti del mio corpo, in accordo con ci che gli chiedevo
di fare. Riuscivo a sollevare la bardatura sulla groppa di Sam
senza correre il rischio di asfissiare. Portavo tranquillamente due
secchi da cinque galloni pieni fino all'orlo, barcollando per il sentierino
che conduceva al fienile come una contadina cinese. Mi
erano sempre piaciute le luci del gioco della pesca a sorpresa che
ti offre una gratificazione istantanea, ora stavo iniziando ad apprezzare
la pace che si annida nella sfida infinita.
Ma perch, oh, perch la passione genera sempre il conflitto?
Quando la fattoria inizi a prendere forma, Mark e io cominciammo
a litigare ferocemente per qualsiasi cosa. Scoprimmo di avere
diversi desideri, diversi timori e diversi modi di intendere la fattoria.
Eravamo entrambi decisamente testardi. Sprecammo lunghe e
preziose ore di luce a scannarci sul modo in cui costruire il recinto
dei maiali o a decidere se i cavalli dovessero passare la notte all'aperto
o al chiuso. Lavorare la terra  la mia arte diceva Mark alla
fine, quando non ci restava altro che la frustrazione ed eravamo
entrambi sull'orlo delle lacrime. All'inizio mi sembrava un'affermazione
ridicola e presuntuosa. Come potevamo essere pi lontani
dall'arte, perennemente sudati o a sguazzare nel fango come
eravamo? Dopo un po', dopo aver visto molte altre fattorie e conosciuto
molti altri contadini, dovetti ricredermi su questo punto.
Una fattoria  una forma di espressione, una manifestazione fisica
della vita interiore dei contadini che la abitano. La fattoria ti mette
a nudo, che ti piaccia oppure no. E arte. Come argomento vincente,
tuttavia, continuava a essere un'emerita scemenza. Se la fattoria
era un'opera d'arte, allora sarebbe stata il frutto della collaborazione
alla pari di due persone.
Nelle liti sono una passiva-aggressiva, felice di evitare il confronto
diretto preferendo piuttosto coltivare teneramente rancore.
Mark  un autentico e pervicace attaccabrighe. Si accanisce
sui litigi e li azzanna, scuotendoli avanti e indietro finch non si
arriva al punto cruciale. Ecco perch sapevo che le nostre discussioni
giravano sempre intorno alla pi grossa paura che ci tormentava,
che era diversa per me e per lui. Io avevo timore soprattutto
per i soldi, timore della povert e dei debiti. In apparenza,
se le cose fossero andate a gonfie vele avremmo avuto un ben magro
margine di profitto e pensavo che gli interessi da pagare sarebbero
stati una schiavit. E se questa impresa fosse fallita, non
volevo restare a spalare sepolta da un mucchio di conti da pagare.
Sapevo cosa significa avere un debito ed ero letteralmente terrorizzata
all'idea di ritrovarmi in quella condizione. Mark, al contrario,
aveva con il denaro un rapporto positivo e spensierato, in
parte dovuto al fatto che per lui faceva poca differenza averne o
non averne. Io gli dicevo che lui poteva vivere bene anche su una
panchina del parco. Lui ne conveniva. Ma nel passato aveva avuto
con il denaro un rapporto molto pi sano del mio. Per iniziare
l'attivit nella fattoria in Pennsylvania aveva chiesto un prestito e
lo aveva restituito molto in fretta. Aveva anche risparmiato abbastanza
dai miseri stipendi agricoli da saldare l'ultima tranche del
mio debito quando avevo lasciato New York per andare a New
Paltz. Il suo timore non riguardava il denaro, ma la nostra rovina
per eccesso di lavoro. Lo aveva visto negli altri: una fattoria cresce
in massa e velocit fino a passare sopra al contadino e a schiacciarlo.
Temeva che saremmo stati cos sopraffatti dal lavoro che
non ci saremmo pi divertiti, o che la libert di gestire la fattoria
a modo suo venisse in qualche modo limitata. Questa libert per
lui era molto pi importante della cosiddetta sicurezza. Gli piaceva
citare le parole di un contadino da cui aveva imparato il mestiere,
che diceva che le fattorie biologiche quasi sempre falliscono
non per bancarotta, ma per logoramento o per divorzio. Della
prima causa non ero sicura, ma se continuavamo a litigare in quel
modo eravamo sulla buona strada per la seconda, e senza nemmeno
essere sposati.
Una cosa su cui eravamo perfettamente d'accordo era che era
giunto il momento di procurarci degli abbonati. Stampammo un
volantino da appendere al tabellone della comunit, davanti al municipio.
Si offriva una quota che comprendeva un'alimentazione
completa, con manzo, maiale, pollo, uova, latte, verdure, farine,
cereali, fagioli e il nostro meraviglioso sciroppo d'acero, a partire
dalla prima settimana di agosto. Avevamo bisogno di quel tempo
per mettere insieme tutte le parti della fattoria e per cominciare a
raccogliere una grossa quantit di ortaggi. Gli abbonati che si iscrivevano
prima di agosto potevano venire ogni settimana alla fattoria
a ritirare latte e carne, pi le verdure e le altre cose via via disponibili.
Nel breve intervallo fra lo sciroppo d'acero e l'inizio
del lavoro nei campi ci concentrammo sul marketing.
Su questo fronte avevamo alcune forze contro di noi. Eravamo
forestieri in questa cittadina piccola e conservatrice che aveva
assistito al declino di ottime fattorie nei decenni precedenti. Stavamo
proponendo un modello radicale tutto-o-niente, della durata
di un anno, mai provato prima nemmeno nelle sacche agricole
pi progredite del paese. Stavamo chiedendo alla gente di sborsare
migliaia di dollari con la promessa di un ritorno che non era
garantito in nessun modo. Con il prezzo che avevamo stabilito, la
maggior parte della gente nella nostra comunit non si poteva
permettere di servirsi del nostro cibo come complementare alla solita
spesa nei negozi. Dovevano interrompere, come avevo fatto io,
la ben nota e rassicurante esperienza di spingere un carrello per
le corsie del minimarket. La domanda base in cucina sarebbe dovuta
cambiare da Cosa faccio da mangiare? a Cosa c' da mangiare?.
Il tempo da passare in cucina - fra pensare, preparare e
cucinare - sarebbe aumentato in modo esponenziale. Inoltre, la
nostra stagione di crescita senza gelate dura un centinaio di giorni.
Per mangiare cibo deperibile fuori stagione si deve avere il tempo
per fare conserve o congelarlo mentre  ancora fresco e abbondante.
Sono progetti divertenti e convincenti se te li puoi permettere,
ma se hai un lavoro a tempo pieno e dei figli con le loro
esigenze a cui tu cerchi di rispondere, diventano troppo faticosi e
noiosi. E poi, la cosa forse pi importante, il cibo biologico in s
 completamente diverso da ci che la maggior parte delle persone
abitualmente considera cibo. Non sono prodotti in confezioni
colorate e plasticose, precotti, parboiled, pronti da mettere in tavola
e studiati a tavolino per soddisfare i nostri pi bassi desideri.
Noi vendevamo esattamente l'opposto: cibo allo stato puro, non
lavorato, poco pi che ripulito dalla terra.
Con l'esperienza acquisita nella nostra cucina, sapevo che, se
la gente avesse assaggiato i nostri prodotti, questi si sarebbero venduti
da soli. Non si pu mangiare una braciola dei maiali allevati
nei nostri pascoli e ritornare a quella industriale. Idem con le nostre
uova, dallo squillante tuorlo arancione, sull'attenti nel tegamino.
Ma altre cose erano pi difficili da vendere. Il nostro manzo
cresciuto mangiando erba era pi saporito ma molto pi duro
del manzo ingrassato con il mais a cui sono abituati gli americani.
Per esperimento lasciammo appesi nel frigorifero i quarti di bue
per tre, quattro o anche cinque settimane prima di preparare i tagli
da cucinare. La carne acquistava cos una consistenza tenera come
burro per anche un sapore forte che a me piaceva, ma che
altri trovavano decisamente sgradevole. Inoltre, stiamo parlando
di animali interi, che per ragioni sia etiche sia economiche noi
usavamo in ogni parte dalla lingua ai testicoli. Stavamo chiedendo
alla gente di mangiare cose che non era in grado di identificare
e che non sapeva come cucinare. Regalando dei campioni di
latte, scoprimmo che il prodotto grasso e profumato delle Jersey
che io adoravo era troppo diverso dal latte che si compra al negozio
per essere accettato da alcuni palati, soprattutto da chi era
abituato a bere latte parzialmente o del tutto scremato. Inoltre,
non potevamo offrire il tipo di consistenza a cui i consumatori
erano abituati dal cibo acquistato nei negozi. Eravamo davvero cos
sicuri che la gente avrebbe cambiato radicalmente abitudini, e
che per questo avrebbe pagato una bella cifra?
Dalla nostra avevamo Mark che, in fin dei conti, mi aveva convinto
a lasciare tutto per seguirlo, usando solo le armi della sua stessa
convinzione. Credeva nella fattoria come minimo con la stessa
forza con cui aveva creduto nel nostro rapporto e quando Mark
crede in qualcosa  contagioso, ha il dono di ogni bravo venditore.
Nella fattoria in Pennsylvania aveva sviluppato una tattica che
avevamo battezzato il metodo del pusher, cio regalare moltissimo
per far s che la gente assaggiasse un boccone di qualcosa, qualsiasi
cosa, con la certezza che, trovandola cos buona, sarebbe tornata
a cercarla. Quando inizi la stagione del raccolto, Mark si piazz
in mezzo al crocevia del paese con una cassetta di verdure, spacciando
cespi di lattuga agli automobilisti di passaggio.
La scelta dei tempi fu felice. Arrivammo in Essex quando l'ondata
del localismo si stava concretizzando e si iniziavano a sentire
per la prima volta parole come foodshed. Gli chef e i giornalisti
specializzati prestavano attenzione alla qualit delle materie prime
prodotte da piccole aziende agricole. Il biologico era gi un patrimonio
culturale comune, anche all'interno del paese. Offrimmo
la risposta a un piccolo ma costante stillicidio di richieste da parte
di persone che volevano sapere da dove veniva quello che mangiavano,
che volevano cibo senza ormoni e antibiotici, cibo le cui
origini potevano vedere con i propri occhi. Un'altra parte della nostra
comunit - persone originarie della zona, e di una certa et -
dava molta meno importanza alle parole alla moda, ma conosceva
molto bene il gusto del cibo di campagna, i sapori di quelle
parti, perch era il mangiare con cui era cresciuta e ne aveva nostalgia.
Le cose funzionarono grazie alla gente del paese. Ci accolsero
con affetto. Avevo la sensazione che ci avessero tenuto d'occhio durante
l'autunno e l'inverno per vedere se facevamo sul serio. Erano
stati gentili ma si erano riservati di esprimere un giudizio. In
quella primavera ci videro mettercela tutta, sforzarci al massimo,
e capirono che non stavamo scherzando. Si vedevano come perdenti,
troppo lontani dai luoghi brulicanti di attivit in cui stava il
potere, cos piccoli da venire spesso dimenticati. Quando diventammo
parte del loro mondo, probabilmente si sentirono in dovere
di sostenerci, da perdente a perdente. Alcuni si abbonarono,
altri ci aiutarono in modi diversi, con attrezzi o consigli, o venendo
a darci una mano per qualche ora al giorno. Per un gruppetto
divent un'abitudine. Liz Wilson cominci a venire ogni venerd
per lavare i bidoni del latte e prepararci il pranzo. I nostri vicini,
John e Katharine, venivano una volta la settimana per sistemare il
fienile, spostare le balle di fieno o qualsiasi altro lavoro pesante ci
fosse da fare urgentemente. Thomas LaFountain ci aiutava a preparare
la carne quando rimanevamo indietro, anche se la sua cella
frigorifera era piena di carcasse in attesa del coltello e della sega.
Gli Owens venivano quando una bestia era malata o ferita. Don
Hollingsworth, una delle persone con i capelli bianchi che ci avevano
accolto alla cena in chiesa in autunno, era un genio della
falegnameria e veniva a prendere le nostre cose di legno ridotte in
pezzi, le portava nel suo laboratorio e ce le restituiva tutte intere,
meglio di quando erano nuove. Shane Sharpe veniva da solo o
con Luke per aiutarci a superare i problemi che ci bloccavano in
officina. Tutto quello che voleva come ricompensa, una volta finito
di riparare ci che c'era da riparare e quando ogni cosa funzionava
senza intoppi, era una birra e qualcuno con cui berla.
Lars acquist le prime due quote. Viveva a quattro ore di distanza
a sud da noi e sapevamo tutti che le aveva comperate perch
gli facevamo pena e che non avrebbe mai avuto indietro il valore
del denaro. Poi buss alla nostra porta Barbara Kunzi. Aveva
avuto una fattoria a poche miglia da noi per sedici anni, fino a
quando una serie di anni di siccit non le aveva prosciugato il pozzo
costringendola a vendere e a trasferirsi in citt. Sapeva il fatto
suo e aveva tutte le ragioni per dubitare della solidit della nostra
avventura, per si mise seduta in cucina e ci stacc un assegno. Al
momento del disgelo avevamo sette abbonati e quando facemmo
il deposito il conto in banca non fu pi completamente a secco.
Quel gruzzoletto, per quanto modesto, riusc a smorzare la tensione
fra Mark e me. Gli abbonati che dovevamo rifornire di cibo
ci diedero un nuovo slancio e un chiaro obiettivo comune. Ogni
venerd pomeriggio dalle sedici alle diciannove i nostri abbonati
sarebbero venuti a ritirare le loro quote di cibo. Qualunque cosa
succedesse durante la settimana - incidenti, animali in fuga, disastri
- dovevamo riprenderci entro il venerd e tirare fuori il cibo
degli abbonati.
La prima settimana creammo una specie di spaccio con il minimo
indispensabile davanti alla fattoria, in una delle strutture
pi recenti, un padiglione a tre pareti con un pavimento di cemento
in buono stato. Tutto ci che avevamo da offrire era latte,
carne e uova, boccali da un quarto di gallone del nostro primo
sciroppo d'acero, che and per la maggiore, e candidi barattoli di
lardo, che furono ignorati. Mark dedusse che se ne doveva rinnovare
l'immagine, e si fece predicatore di lardo. La settimana seguente
si esib in un elogio delle virt salutari e culinarie di questo
grasso, poi inizi a distribuire assaggi di verdure saltate e torte
rustiche preparate con esso. Prima che finisse la primavera ci
fu una grossa richiesta di lardo.
Non voglio nemmeno pensare la quantit di leggi che violammo
in quelle prime distribuzioni. Non avevamo ancora una latteria
o una licenza per la produzione di latte e nemmeno un frigorifero
esclusivamente dedicato ai prodotti caseari. Non avevamo ancora
nemmeno una macelleria. Mark faceva a pezzi le mezzene di
manzo o di maiale secondo le ordinazioni, l all'aperto, buttando
rapidamente un occhio alle illustrazioni della nostra copia consumata
di Basic Butchering of Livestock and Game. Anche all'epoca,
per, gli abbonati portavano una ventata di allegria e di buonumore,
con tutti quei canestri, le borse e gli scatoloni vuoti che venivano
a riempire da noi. Molti erano gi amici fra loro e chi non
lo era lo divent ben presto, stabilendo un legame concreto sulla
base del cibo della settimana appena trascorsa, sulle ricette e sui
consigli di conservazione. Era divertente, era come dare ogni settimana
un cocktail in un mercato del Terzo Mondo.
I primi miglioramenti avvennero grazie ai vicini pi prossimi
che avevamo: John e Dot Everhart, agricoltori in pensione sposati
da sessant'anni. Avevano avuto una latteria per decenni in un
bellissimo ranch sulle rive del lago, finch non l'avevano venduta
come casa di vacanze. Avevamo sentito dire in citt che i nuovi
proprietari avevano offerto agli Everhart di rimanere alla fattoria,
una forma di rispetto per i tanti anni vissuti l. L'unica cosa che
chiedevano era che John smettesse di usare le armi da fuoco. Gli
Everhart se ne andarono senza una parola e si trasferirono in una
nuova e linda casetta prefabbricata di l della strada, davanti a noi.
John veniva a trovarci ogni due o tre giorni, arrivando dal vialetto
che partiva dalla strada o direttamente dai campi sul suo
trattore ATV, con Dot seduta dietro. Era una miniera di informazioni,
soprattutto di cose che si possono sapere solo dopo una vita
intera vissuta in uno stesso territorio. Mark lo tempestava di
domande sul periodo migliore per piantare e per arare, sulle condizioni
atmosferiche tipiche della zona, sulle caratteristiche del
suolo e del foraggio, sui predatori da temere. Anche John, come
Shep Shields, da piccolo aveva lavorato con i cavalli, ma al contrario
di Shep non li amava per niente, e lo innervosiva vedere
una donna alla guida. Temeva che potessi farmi male.  una pariglia
focosa commentava con disapprovazione. In particolare
non gli piaceva Sam. Guarda, la cosa migliore da fare con quel cavallo
con quella testa enorme  sparargli.
John lavorava nella discarica che stava sulla strada poco oltre casa
nostra. Tutti in paese ci andavano una volta la settimana, era la
cosa pi simile a un ritrovo mondano che avevamo da quelle parti.
John teneva gli occhi aperti per noi e metteva da parte le cose che
a suo parere potevano esserci utili. Ci port un grosso freezer a pozzetto
e un frigorifero capiente, entrambi leggermente ammaccati
ma non troppo vecchi e perfettamente funzionanti. Ci riemp di
tavole e scaffali finch a un certo punto Mark e io decidemmo che
il nostro padiglione non doveva pi somigliare a un mercato del
Terzo Mondo. Almeno a uno del Secondo Mondo.
Alla fine di aprile i primi semi erano cresciuti molto bene nelle
cassette in file ordinate dietro i vetri dell'assolato portico di casa.
Avevamo piantato le cipolle in marzo, all'epoca della raccolta
della linfa per lo sciroppo, e ora avevamo diecimila piccoli germogli
verdi a forma di lama che si sforzavano di crescere. Dopo arrivarono
i porri, poi le erbe aromatiche, i broccoli, i peperoni, i pomodori,
i fiori, cinque variet di lattuga, il cavolfiore e il cavolo
nero. Iniziavo a capire cosa si intendeva con l'espressione su scala
di un'azienda agricola. Seminare era come avere una fattoria fangosa
in miniatura. Il terriccio che avevamo usato era arrivato in
un sacco da una tonnellata (Se pesa una tonnellata aveva detto
la mia amica Alexis si pu ancora definire sacco?). Mescolammo
l'acqua a parti di terriccio fino a quando una manciata di terra
strizzata in mano non gocciolava una o due volte. Da agricoltori
vicino a noi prendemmo in prestito una pressatrice, un ingegnoso
stampo di metallo con un bastone e lo usammo per ridurre
il terriccio umido in cubetti. Disponemmo delicatamente qualche
seme al centro di ogni cubetto, alcuni erano talmente piccoli
che si riuscivano a vedere solo strizzando gli occhi. Poi cospargemmo
le cassette con altro terriccio e innaffiammo. Adoravo lavorare
con dimensioni cos piccole nella pallida luce primaverile.
Mi piaceva immaginare cosa sarebbero diventati i semi, e mi piaceva
il contrasto con i normali lavori della fattoria, che sembrava
dovessero per forza comprendere il sollevamento di grossi pesi.
Le nottate erano ancora pericolosamente fredde per i giovani
e teneri semenzai. Quando il meteo prevedeva gelate, noi aprivamo
le finestre fra la casa e il portico e riempivamo di legna la stufa
fino all'orlo. Comprammo dei ventilatori per distribuire l'aria
calda dappertutto. Il portico era cos pieno di cassette che innaffiare
era come giocare a Twister. Poi lo spazio fin completamente.
I pomodori messi negli angoli del portico non avevano abbastanza
luce e stavano crescendo troppo in altezza e troppo fragili.
Ammucchiammo balle di fieno a pianta rettangolare sul prato davanti
casa e per tetto mettemmo delle finestre che John ci aveva
rimediato alla discarica: una serra dei poveri. Spostammo i nostri
pomodori con i trampoli e incrociammo le dita.
Mark non aveva mai usato sistemi ad hoc come questi. Per la fattoria
in Pennsylvania aveva ottenuto un prestito di ventiduemila
dollari, con cui si era comprato tutte le attrezzature necessarie e si
era anche costruito una serra. A causa del mio terrore dei debiti e
poich questa avventura di una fattoria che producesse cibo di ogni
genere era nuova e perci non sperimentata, di comune accordo
decidemmo che per l'anno di prova non avremmo usato altro denaro
che non fossero i nostri risparmi. Dal momento che li avevamo
consumati tutti nel periodo della semina, ce la dovevamo cavare
da soli e qualche volta esageravamo. Non comprammo una carriola
che costava duecentocinquanta dollari - un oggetto cos basilare
ed essenziale nel lavoro quotidiano in una fattoria dove ci
sono sempre da trasportare cose pesantissime, e oggi non capisco
come abbiamo fatto senza - fino a met della nostra seconda stagione.
Non avevamo abbastanza tubi di plastica per innaffiare, il
che voleva dire investire del tempo prezioso per sganciare e trascinare
tubi da una parte all'altra, o in alternativa trasportare secchi
pieni d'acqua. E con le serre che avevamo costruito alla meglio
avevamo fatto male i conti. Quando le piante avevano gi raggiunto
dimensioni discrete, una notte la temperatura croll inaspettatamente
e al mattino le trovammo tutte afflosciate, con le foglioline
e gli steli verde scuro come succede alle piante distrutte dal gelo.A quel punto era troppo tardi per ricominciare e comprare
piantine gi cresciute non rientrava nel nostro budget.
Ci salv Beth Spaugh, una contadina amica nostra. Beth era stata
impiegata negli uffici della Contea, ma da alcuni anni aveva lasciato
il lavoro perch, secondo lei, Dio le aveva detto di dedicarsi
alla campagna. Aveva trasformato la modesta superficie in acri
intorno a casa sua in un vivaio e pollaio e, grazie alla fede, al duro
lavoro e alla pura e semplice testardaggine si era ritagliata una
nicchia nel mercato di ortaggi e uova al farmers' market di zona.
Quando le arriv la voce dei nostri pomodori morti di freddo
venne da noi con il pianale posteriore del suo camioncino carico
di piantine di pomodori non troppo alte e piene di vita. Disse che
ne aveva piantate troppe e che ci aveva portato quelle che le avanzavano.
Sapeva che non avevamo un soldo e ce le regal.
In quel primo anno fummo pi e pi volte destinatari di gesti
generosi di questo tipo. Senza, credo che la fattoria non ce l'avrebbe
fatta. I doni ci arrivavano senza troppe spiegazioni in modo
da non imbarazzarci. Quando Billy Shields ci ingravid la nostra
Raye con l'inseminazione artificiale rifiut l'assegno. Alla nostra
insistenza, volt il capo dall'altra parte. Do volentieri una
mano ai giovani agricoltori che iniziano a lavorare disse e chiuse
l il discorso. Sapevo che Thomas LaFountain ci conservava la
carne nel suo refrigeratore a tariffa ridotta e sospettavo che il dottor
Goldwasser, il veterinario, ci applicasse un prezzo speciale
per le visite a domicilio. La primavera successiva, quando ancora
non avevamo una serra, i vicini a nord, Mike e Laurie Davis, ci
fecero usare le loro, nonostante avessero iniziato una CSA proprio
quell'anno, e perci fossimo diretti concorrenti.
Le piantine di pomodori di Beth Spaugh crebbero rigogliose
nelle nostre serre fredde e quando la minaccia di gelate fin si ricoprirono
di fiorellini gialli. Nel trasporto da fattoria a fattoria si
erano perse le targhette con il nome, perci le trapiantammo nel
campo a caso, senza distinguere le variet, sicch i pomodori da insalata
si mischiarono ai ciliegino e i tomate  farcir crescevano accanto
alla variet gialla che somiglia sfacciatamente a una pesca.
Non abbiamo mai pi avuto un orto di pomodori di folle bellezza
e straordinaria produttivit paragonabile a questo, sembrava
che anche le piante fossero disposte a darci una mano come potevano.
Non permettete a nessuno di venirvi a raccontare che coltivare
verdure  un'attivit non-violenta. Il rumore sordo di un aratro
che strappa le radici  quasi osceno, come il suono del pugno
sulla carne. Prima di piantare dovemmo spianare il terreno.
L'aratura  la fondamentale operazione di dissodamento, il
primo passo, il pi rozzo, per preparare il suolo al seme. Richiede
un'energia spaventosa. Immaginate di scavare un fosso largo venti
centimetri e profondo quindici, lungo diciotto chilometri. Questo
significa arare un solo acro. Il compito dell'aratro  squarciare
la terra e rivoltarla cos che la superficie finisca sotto. Esistono
aratri per rompere terreni vergini e aratri per le stoppie, aratri
per terreni in pendio, per l'argilla, per lo sterco e per la sabbia.
Il tipo pi semplice trainato dai cavalli  l'aratro monovomere, un
pezzo di acciaio fortemente acuminato, con due stegole sul retro
e un gancio d'attacco davanti. Se l'aratro a trazione animale  ben
costruito e regolato nella maniera giusta e se i cavalli sono in buona
forma e ben addestrati, allora arare  piacere puro. L'aratro
scorre nel terreno e dietro di te si apre un solco come una lunga
onda scura. Il nostro primo aratro fu un reperto archeologico
prestato da Shep Shields, che lo aveva disseppellito dal suo fienile.
Era tutto arrugginito, aveva le stegole rotte e il vomere, il pezzo
curvo di metallo che rivolta il terreno, era tutto consumato.
Mancava il coltro, la lama affilata posta davanti al vomere che
squarcia la zolla di terra. Il primo tentativo di usare il mostro fu
un totale fallimento.
Sam e Silver non lavoravano cos tanto da tre settimane, cio
da quando era finita la raccolta di linfa degli aceri da zucchero. Nel
frattempo avevano mangiato granaglie e i primi teneri germogli del
nuovo prato, alimentazione che gli dava l'energia di bambini dell'asilo
dopo una scorpacciata di torta. Caricammo sulla lizza questo
aratro penoso e ci avviammo sul retro della fattoria. C'era un
appezzamento di dieci acri che l'anno prima era stato affittato a un
altro agricoltore per piantarci il mais e il terreno era tutto sconnesso.
Non avevamo previsto di utilizzarlo per quell'anno, perci
pensammo che era adatto per fare pratica, prima di cimentarci a
dissodare la terra compatta nei campi in cui volevamo piantare le
nostre verdure.
Nelle rappresentazioni pittoriche, il contadino che ara  solo.
Impugna le stegole dell'aratro, una per mano, e pilota i cavalli con
le redini avvolte sulle spalle. Noi sapevamo a malapena guidare i cavalli
con le mani, figuriamoci con le spalle; perci decidemmo di dividerci
il lavoro in due. Io guidavo i cavalli, Mark manovrava l'aratro.
A me tocc la parte un po' meglio perch almeno stavo lontana
dalle stegole dell'aratro, mentre Mark continuava a prendersi
bastonate in pancia. Sam era attaccato a destra, il cosiddetto cavallo
del solco, incaricato di camminare sulla terra soffice del fosso appena
scavato, mantenendo la linea dritta. Aveva capito il suo compito
e stava in posizione corretta, ma era l'aratro a non funzionare.
Affondava troppo profondamente nel terreno sconnesso e costringeva
i cavalli a sforzarsi al massimo, e poi saltava in alto di colpo e
usciva completamente fuori dalla terra, facendo vacillare in avanti
i cavalli che non incontravano pi alcuna resistenza. Era un campo
quasi privo di sassi, ma quando sfortunatamente ne trovavamo
uno l'aratro si bloccava di colpo. Allora dovevamo fare marcia indietro
con i cavalli, trascinare a mano il pesantissimo aratro fino al
primo pezzo di solco privo di sassi, oppure uscire completamente
dal solco, fare il giro, e ricominciare da capo.
Mark era convinto che qualunque cosa andasse di traverso fosse
colpa mia. I cavalli andavano troppo veloci, lui voleva che li
rallentassi, ma erano pieni di granaglie e non volevano lavorare a
quel passo lento. Tiravano e io dovevo allungare le braccia come
una scimmia. Quando Mark voleva i cavalli di una frazione di
centimetro a destra, diceva Destra!, ma non mi dava il tempo
di reazione necessario prima di dire ancora Destra!, e a quel
punto ero andata troppo a destra e lui sbraitava Sinistra!. Prima
di aver finito un solco volevo ucciderlo. (Se avessi potuto dare
un'occhiatina al futuro avrei visto un'altra scena. E un pomeriggio
assolato di fine primavera e io, incinta di sette mesi di nostra
figlia, guido la pariglia per Mark che sta arando, ma questa
volta non perch c' ancora bisogno di due persone per fare quel
lavoro, ma per il puro piacere di farlo insieme, perch i cavalli
sanno perfettamente come lavorare e l'aratro procede senza intoppi
nel terreno, e noi due umani ci divertiamo come altre coppie
si divertono a ballare il valzer. Ma era un futuro molto lontano,
e in mezzo ci furono molti momenti difficili).
Continuammo caparbiamente a provarci per mezza mattinata
prima di ammettere che era un'impresa senza speranza. Avevamo
solo un breve periodo utile di tempo secco di inizio primavera e alla
media con cui procedevamo ci avremmo messo circa un anno
per arare i cinque acri di cui avevamo bisogno.
Assoldammo il nostro vicino Paul e il suo grosso trattore con
un aratro a cinque vomeri e in un paio d'ore ci apr il terreno per
piantare le nostre verdure, cinque acri divisi in cinque campi sul
terreno fertile parallelo alla strada. Io camminavo dietro, nel solco,
ammirando le gargantuesche ruote del trattore e la profonda
vibrazione del motore, incantata dal potere distruttivo dell'aratro
attaccato dietro. In fondo a ogni solco Paul sollevava l'aratro e i
cinque vomeri, lucidati dall'attrito con la terra, brillavano come
spade. Faceva la curva e i vomeri si tuffavano di nuovo e la morbida,
erbosa superficie della terra, il variegato cuscinetto di flora
e fauna, lasciava il posto, onda dopo onda, alla terra viva. I gabbiani
si riunivano in stormo riconoscendo il rumore del trattore.
In fondo ai solchi i vermi sconvolti si contorcevano e si immergevano
per sparire sottoterra.
Battezzammo i nuovi appezzamenti con nomi carini: il Campo
Domestico, vicino casa. Il Campo del Pino, infilato fra due boschetti.
Il Campo della Posta, alla fine del lungo vialetto che portava
a casa. Il Campo del Monumento, che aveva il terreno migliore
di tutti, ricevette il nome da una pietra a forma di obelisco che
stava piantata l vicino. Il Campo dei Piccoli Piaceri, ritagliato in un
campo di fieno e fiancheggiato da un ruscello. Ogni campo misurava
pi o meno un acro. Dalle finestre del primo piano di casa
vedevo i solchi freschi rosseggiare nell'ultima luce della sera.
Il mattino dopo, Mark e io passeggiammo sulle strisce di terra
non arate, contando i passi e prendendo le misure. Il terreno era
conquistato ma non ancora completamente domato. L'aratura libera
lo strato superficiale del terreno e seppellisce le zolle erbose,
ma lascia una superficie accidentata. Nei nostri campi appena
arati, le zolle e il suolo conservavano le vecchie forme, ritti in mezzo
a quelle onde scure, appoggiati l'uno sull'altro a formare una
minuscola catena montuosa. Ciuffi d'erba qua e l spuntavano
fra un solco e l'altro. Per spianare un terreno in cui seminare 
necessario un attrezzo che si chiama erpice. Parola dal sapore antico,
con una connotazione di dolore.
Alla fattoria c'era un erpice a dischi, ma era del tipo nuovo, gigantesco,
di quelli da attaccare a un potente trattore. Fortunatamente
Shane Sharpe ci prest il suo erpice a dischi a trazione animale.
Il giorno dopo l'aratura, Mark e io lo facemmo rotolare fino
al vialetto e ci attaccammo Sam e Silver. Era una macchina
semplice: un telaio di metallo lungo un metro e ottanta centimetri
che avanzava rotolando su una dozzina di dischi metallici leggermente
concavi. I dischi erano divisi in due gruppi e il rapporto
fra loro era regolabile in modo che sulle strade della fattoria
rotolassero tutti in linea retta, ma nei campi si potevano angolare
uno verso l'altro a forma di V. I dischi sminuzzano la superficie
del terreno, allentandolo ancora di pi e frantumando le zolle.
Ogni disco rovescia verso l'interno un po' di terra, per spianare i
cumuli e i solchi e distruggere le erbacce. In cima al telaio era imbullonato
un duro seggiolino di ferro e dietro c'era una rozza rete
metallica, in cui mettere dei sassi per aggiungere peso.
Mi misi immediatamente al lavoro con l'erpice: era un compito
molto pi ragionevole rispetto all'aratura per una persona come me,
cos inesperta nel lavoro con macchine a trazione animale. Se i cavalli
e io non riuscivamo a seguire una traiettoria perfettamente dritta,
ci lasciavamo alle spalle una scia dall'aria interessante, ma non
mettevamo a rischio l'intera operazione. Mi rilassai, e con me i cavalli,
che sembravano pi calmi grazie al traino costante. Nel Campo
dei Piccoli Piaceri c'era silenzio, a parte il folle richiamo a colpi
secchi del bobolink e il fievole, lontano canto di un gallo. Nico,
che ci aveva seguito fin l, teneva il ritmo dei cavalli con il passo felpato
da cane pastore. Drizzava le orecchie al richiamo del corriere
americano che tentava disperatamente di farsi inseguire, girandole
intorno con le ali spiegate, vicinissimo a terra. Pensai che gli avessimo
distrutto il nido con l'aratro il giorno prima. Per un minuto
cercai di immaginare un modo per mangiare che non contemplasse
la sofferenza e mi ritrovai a pensare a Thoreau sulla riva del lago
con il suo fazzoletto di terra coltivato a fagioli. Poi mi ricordai che
tutti i giorni andava a piedi a casa della mamma per il pranzo.
I solchi si lisciavano e si spianavano dietro di noi. Quando mi
fermai per togliere un bastone che era finito in mezzo ai dischi,
sentii sotto i piedi il terreno completamente elastico, come un
enorme trampolino. Per i cavalli, che erano fuori forma dopo il periodo
di riposo, si trattava di un buon esercizio. Ci fermavamo alla
fine di ogni passaggio per una breve tappa, i cavalli restavano immobili
e soffiavano e il sudore gli scivolava gi dal ventre sulla
nuda terra, come un balsamo o una benedizione.
In maggio mi sembr che la primavera subisse un'accelerazione
sotto l'influenza del sole sempre pi forte. Ora nessuno aveva
pi tempo per la vita sociale; non si rispondeva al telefono. Eravamo
completamente concentrati sulla terra, sul cambio di ritmo.
La sera andavo a cavallo di Sam all'altro capo della fattoria per
controllare la mandria di bovini e per contare i capi. A ogni tragitto,
vedevo nuove specie in boccio, o in fiore, o appena nate.
Nel bosco, prima il trillium, poi l'eritronio e infine le fragoline e
le violette. Nel giro di una notte sbocciarono tutti i susini del frutteto
del vicino e sembrava che fosse nevicato. Poi fu la volta dei
vecchi meli nodosi nel boschetto di aceri - antiche tracce dei progetti
di altri agricoltori - che tirarono fuori tenere foglioline.
Appena finito il lavoro con l'erpice arriv un banco di nuvole
color ardesia e inizi a cadere una pioggia fredda e uniforme. Mark
e io passeggiavamo lungo il bordo dei campi e guardavamo i rivoletti
d'acqua scorrere sulla superficie del terreno, che inghiottiva
ogni minimo rilievo, e formare delta in miniatura. Era giunto il
momento della semina e del trapianto delle piantine, ma non potevamo
andare nei campi finch erano cos fradici. Avevamo
estratto la vita dal suolo, arieggiato la terra come piace alle piante,
trasformato un semenzaio in qualcosa di reale. Mentre preparavo
la colazione guardavo nervosamente fuori dalla finestra in
attesa che il tempo cambiasse.
Il mio vecchio amico James chiama le ragazze carine foxy, cio
volpi ma in slang anche sexy. Una ragazza molto carina  foxy factor
five, volpe fattore cinque. Questo  quanto mi pass per la
mente quando dalla finestra della cucina vidi sotto la pioggia di
maggio la volpe che correva in mezzo al pascolo. Non riuscii a
non ammirarla. Si muoveva leggera sul terreno, ballando il foxtrot,
la coda portata come una bandiera. Sembrava uscita dal parrucchiere:
la pelliccia appena lavata, con un'applicazione di balsamo
e una leggera passata di fon. Corsi all'altra finestra per continuare
a guardarla e solo allora mi ricordai che i nostri polli vagavano
per il pascolo, scavando nella terra umida in cerca di vermi. E la
volpe stava certamente strattonando qualcosa in mezzo all'erba,
qualcosa che pesava circa la met di lei: una grassa gallina nera, una
delle ovaiole migliori che avevamo. Probabilmente la volpe doveva
dar da mangiare ai piccoli. Un vero contadino avrebbe preso il
fucile. Lo sapevo bene, ma non sopportavo l'idea di farla a brandelli.
Chiamai il cane e uscii correndo in pantofole fuori di casa,
lanciando un grido di guerra che fece rizzare il pelo sulla schiena
di Nico, lanciata al di l del campo nell'andatura pi simile alla
corsa che pu avere un cane di tredici anni con problemi alle anche.
La volpe fu inghiottita dal paesaggio e io rimasi sotto la pioggia
con i piedi fradici e una gallina morta.
Passammo un'intera giornata piovosa al tavolo della cucina con
la mappa dei nostri campi da una parte e la lista dei prodotti che
volevamo coltivare dall'altra. Avevamo ordinato semi in pi, per
piantare il triplo o il quadruplo della quantit che avevamo stimato
necessaria. Era una forma di assicurazione, in caso di stagione
brutta, di cattivo raccolto, di aumento degli abbonati o di
tutte e tre le cose insieme. Avevamo deciso di abbondare con i prodotti
sicuri, quelli che la maggior parte delle persone mangia regolarmente,
e di non fare troppo i raffinati. E dovevamo sfamare
la gente durante il lungo inverno del North Country, perci avevamo
bisogno di tante radici. Se venivano bene e ne avevamo troppe
potevamo sempre darle da mangiare alle mucche o ai maiali.
Sulla mappa, riempimmo il Campo del Monumento di solchi
di patate, cavolfiori, cavolo nero, cipolle e porri, cavolo da foraggio,
carote e barbabietole. I fagioli, le zucche e il mais sarebbero
cresciuti fianco a fianco nel Campo del Pino, accanto a meloni e
pomodori. Nel Campo dei Piccoli Piaceri avevamo messo le piante
che maturano prima: piselli, spinaci, le prime piantine di radicchio
e lattuga messe a dimora. Dopo il raccolto di questi prodotti
vi avremmo seminato la variet invernale di grano. Il Campo Domestico
lo destinammo ai fiori e alle piante officinali.
Cos sembrava una vera fattoria, almeno sulla carta. Fuori, nella
realt, era ancora troppo bagnato per piantare. Almeno la pioggia
rinvigoriva i verdi pascoli. Le mucche da latte gradivano molto
l'abbondanza di tenero trifoglio. Delia era arrivata gi gravida, inseminata
artificialmente alla fattoria degli Shields, e doveva partorire
a fine maggio. Smettemmo di mungerla otto settimane prima,
per darle un periodo di riposo. Poco prima di interrompere la mungitura
era terribilmente magra, le spuntavano vistosamente in fuori
le ossa dell'anca e le si contavano le costole. Il vitellino le cresceva
dentro. L'ultima volta che poggiai al suo fianco la guancia per
mungerla, lo sentii che si muoveva. Delia metteva tutta la sua energia
nel vitello e nel latte, pi di quanta ne prendesse dal cibo che
mangiava. Si sta mungendo il cuore sentenzi Neal Owens quando
la vide. Ci sono mucche fatte cos, troppo generose per pensare
a se stesse. I due mesi di riposo e l'erba fresca del prato le avevano
giovato molto. Aveva messo su un po' di carne e quando arriv
il momento del parto aveva una cera abbastanza buona per
quanto possa averla una mucca senza orecchie. Avevo scritto in rosso
sul calendario la data prevista e mi ero letta e riletta il capitolo
del parto in The Family Cow, perci controllavo i segni che indicavano
l'imminenza dell'evento: la mammella come un pallone, la
vulva gonfia e gli avvallamenti nella carne sui lati alla radice della
coda, che erano il segno che il vitellino si stava posizionando nel
canale del parto. Naturalmente la notte in cui partor pioveva.
Quando la sera andai a mungere Raye, Delia era uscita da sola,
non stava mangiando e aveva la mammella cos tirata che i capezzoli
sporgevano tutti rigidi, come quattro dita di un guanto di gomma
gonfiato al massimo. Era troppo pesante per spostarla, perci
la lasciai da sola e feci rientrare Raye nel suo stallo.
Controllai Delia a mezzanotte, stava tranquillamente in attesa
al bordo del pascolo. Misi la sveglia alle tre, ma mi svegliai prima e
diedi di gomito a Mark, che si alz e si mise qualcosa addosso.
(Oggi non saremmo tanto attenti. Il sonno  troppo prezioso, le nostre
mucche non hanno mai avuto problemi di parto e sembra preferiscano
sgravare in solitudine. Ma si trattava della nostra prima
nascita ed eravamo emozionati e un tantino ansiosi). Fuori, la pioggia
scendeva compatta ma l'aria era immobile e non faceva freddo.
Due gatti ci seguirono al fienile, saltellandoci davanti come
folletti.
Al pascolo udimmo il brontolio profondo e pressante - che
oggi mi  cos familiare - emesso da ogni mucca neomamma, il
suono della tenerezza bovina. Alla luce della torcia gli occhi dei
gatti brillarono. Scrutai il campo cercando l'origine del suono.
Vidi un altro paio di occhi, Raye, e poi un altro ancora, Delia, e
infine, per terra, un terzo paio. Avvicinandoci riuscimmo a vedere
chiaramente Delia con il capo chino che leccava il suo tesoro
con apprensione, intensamente. Il vitellino si sforzava di alzarsi
in piedi e Delia faceva dei versi incoraggianti. Anche Raye muggiva,
forse al ricordo, perso nella lenta mente bovina, del suo ultimo
nato. Il piccoletto barcoll sugli zoccoli, con le idee chiare sul
luogo in cui era diretto ma incapace di farsi obbedire dalle zampe
ancora incerte. Delia aveva l'aria di sapere perfettamente che era
previsto anche un suo intervento, ma sperava che per l'amor di
Dio non avesse niente a che vedere con il dolente, gonfio palloncino
che stava sotto di lei. Ogni volta che il vitello si avvicinava
traballando alla mammella, Delia lo respingeva, perci si muovevano
in cerchio come ubriachi. Raye guardava, molto interessata,
ma teneva una distanza di cortesia. Mi avvicinai, sbirciai sotto la
coda del vitellino e vidi la piccola fessura verticale della vulva.
Una vitella. Mark e io ci sorridemmo nel buio.
L'aia capovolge il crudele calcolo delle culture umane che apprezzano
i figli maschi e disprezzano le figlie femmine. In una fattoria
il patrimonio di sperma di un unico maschio  sufficiente a
montare venti o pi femmine. Il testosterone extra  un inconveniente.
Genera solo problemi: lotte, ferite ad altri animali, ferite
agli umani, staccionate spaccate, gravidanze indesiderate. Nelle
mandrie di bovini da latte la legge  inflessibile. La maggior parte
dei maschi viene macellata giovane, per la carne di vitello. I tori
in una mandria sono imprevedibili, pericolosi come un fucile carico.
I manzi si allevano per la carne fibrosa e magra, non muscolosa,
comunque nella maggior parte delle fattorie non conviene far
crescere un maschio per la carne. La nascita di un vitello maschio
in una mandria bovina da latte  spesso intrisa di tristezza.
Una vitellina  una cosa completamente diversa: la scusa per festeggiare.
Se tutto va bene, questa vitellina star con noi per anni
e anni, sar un'amica, praticamente un membro della famiglia.
Avr il fieno migliore, il prato pi tenero, gli alloggi invernali pi
confortevoli. La contropartita  che quando sar al posto della madre,
leccando teneramente il suo vitellino per lavarlo, non sar
pi quella di prima.
La vitella aveva bisogno di un solo gallone di latte al giorno e Delia
ne produceva molto di pi. Se li avessimo lasciati insieme, il vitello
avrebbe preso troppo latte e noi ne avremmo avuto troppo poco.
In alcune fattorie lasciano mamma e figlio insieme qualche ora
al giorno, separandoli per un lungo periodo di tempo prima della
mungitura, ma noi non avevamo n il tempo n le strutture necessarie
per fare cos. Decidemmo di riportare Delia all'aperto insieme
a Raye e dare il biberon alla vitellina. Dal momento che avevamo
deciso di separarle, prima era meglio era, in modo che non
stabilissero un legame forte.
Mark avvolse un asciugamano intorno alla vitellina, la sollev
e se la mise sulle spalle con le zampe anteriori nella mano sinistra
e le zampe posteriori nella destra, e la port al fienile. Credevamo
che Delia l'avrebbe seguita, ma non riusc a capire dov'era andata.
Fiut il prato nel punto in cui era nata, domandandosi se fosse
ancora l, invisibile. Url con insistenza e non ci fu modo di
spostarla da l. Raye, per, sembr rendersi conto che era ora della
mungitura e fu lieta di rientrare nel fienile. Poi rientr anche Delia,
e io la seguii, in una piccola e comica processione nella notte
piovosa. Delia camminava dondolando sulle zampe posteriori spalancate
ai lati della mammella gonfia e lasciava una piccola scia di
sangue pesto.
Appena si mosse, Delia smise di urlare per la figlia scomparsa.
Da quel momento in poi fu come se non fosse mai esistita una vitellina,
o come se avesse deciso di dimenticarla.
Le mucche andarono a mettersi al loro posto fra le sbarre. Mark
aveva messo del fieno fresco e tenero davanti a entrambe e un
secchio d'acqua tiepida con un po' di sale per Delia, che se lo succhi
tutto d'un fiato. Con la luce riuscii a vedere meglio la mammella.
Il latte le imperlava la punta dei capezzoli. Si sentiva l'odore
del parto, di carne e di ferro, pi forte dell'odore del sangue. I
gatti si precipitarono allo stallo di Delia pieni di speranze, poi
scapparono via. Delia sbocconcell un po' di fieno e poi fece una
pausa, si volt e i grumi di sangue rappreso che le pendevano da
dietro uscirono un po' e poi si ritirarono. Era l'espulsione della
placenta, che Neal Owens aveva chiamato la pulizia. Doveva avvenire
entro un'ora o due dal parto.
Mark sistem la vitella nella nursery che avevamo allestito nella
rimessa vicino casa e riempito con uno spesso strato di paglia, e
la piccola si addorment immediatamente. Lavai la mammella di
Delia e le afferrai i capezzoli. Era cos gonfia che riuscivo a metterle
intorno solo due dita. Le scendeva ancora il colostro, del colore
e della consistenza dell'eggnog. E il primo latte dopo il parto,
ricco di anticorpi materni. Avrebbe donato alla vitellina l'immunit
passiva alle malattie fin quando il suo personale sistema immunitario
non fosse entrato in funzione. Curiosa, lo assaggiai. Era salato
e un po' amaro, niente a che vedere con il latte, e non lo assagger
una seconda volta. Quando ne ebbi un quarto di gallone nel
secchio, Mark riemp un biberon da vitelli e and a dar da mangiare
alla piccola. Lo stomaco del vitello riesce ad assorbire questi fondamentali
anticorpi solo nelle prime ventiquattro ore dopo la nascita.
Pi colostro prendeva e pi forte sarebbe stata la sua resistenza
alle malattie finch era piccola e indifesa. Se non lo avesse
preso per niente sarebbe morta.
Durante la mungitura, l'enorme e tesa mammella si ammorbid
un po' e mi sembr che Delia me ne fosse grata. Mi guard con
occhi pazienti, come se fossi la sua vitellina perduta. Sentii le spinte,
e usc un bel po' di placenta che rimase l penzolante. Vidi i
carnosi cotiledoni nei punti in cui la placenta si era attaccata all'utero
di Delia e gli strati di cellofan del sacco vitellino. Un'altra
spinta e la espulse completamente. Sette chili circa. Delia si torceva
fra le sbarre, cercando di raggiungerla con la lingua. Io le avvicinai
la massa gocciolante vicino alla testa e lei ci arriv: la mastic
e la trangugi rumorosamente, mastic e trangugi finch non la
fin del tutto, lasciando la sua bocca vegetariana piena di sangue
in modo sconcertante. Non so perch l'istinto profondo delle neomamme
gli suggerisca di farlo, se sia per tenere alla larga i lupi o per
riempire una pancia nuovamente vuota, quello che so  che qualcuno
dovrebbe girarci sopra un film horror.
Quando fin la mungitura di Delia ed entrambe le mucche tornarono
al pascolo, il sole era gi sorto. Mark and a letto per riposarsi
un po' prima che la giornata cominciasse di nuovo. Io mi
fermai a esaminare la piccola, che stava rannicchiata sulla paglia.
Era color fulvo chiaro con una punta di bianco sopra uno zoccolo
posteriore, cos fresca del lungo bagno che era perfettamente
pulita e soffice, la parte inferiore del corpo ancora ruvida, come
una scarpa nuova di zecca con la suola di para. Aveva macchie
bianche sui fianchi, come la madre, ma con i continenti in un altro
ordine: l'Australia a destra, la Groenlandia a sinistra. Sulla
deliziosa testa da cerbiatta c'erano orecchie semitrasparenti. Stiracchi
le zampe posteriori, poi le poggi, mostrandomi le cinque
piccole protuberanze che sarebbero diventate i suoi capezzoli.
Srotol con circospezione le zampe anteriori, una per volta,
e oscill. Sembrava che spostasse l'attenzione da questo mondo
nuovo al silenzio da cui veniva. Per il momento, era connessa al nostro
versante solo da un filo sottile, che la portava verso la luce e
il tempo, l'aria e la forza di gravit. Io penso che sia pi questo processo
che non lo scivolare e lo sguazzare del parto in s che ci permette
di immaginare vagamente il mistero della nascita. Le creature
appena nate portano con s l'immensa calma del Prima, che
dura minuti o ore, e quando ci si trova vicino a loro, si riesce a
sentirla.
La chiamai June, come il mese di giugno. Erano settimane che
quando mi buttavo a letto sfinita Mark mi diceva: Pensi che questo
sia avere tanto da fare? Vedrai a giugno. Quando ero troppo
stanca per finire la cena, lui mi avvicinava dolcemente il piatto,
dicendo: Mangia, ti servir per giugno. Arrivai alla conclusione
che in un diagramma di Venn del lavoro nel corso di un anno giugno
era lo spazio in cui si interseca tutto. Ci sarebbe stato ancora
da piantare qualcosa e il raccolto sarebbe stato impegnativo, per
non dire che le molte ore di luce avrebbero fatto impazzare le erbacce.
Avremmo dovuto pensare anche al fieno e i pascoli sarebbero
cresciuti rigogliosi. Forse chiamai la vitellina June per addomesticare
l'idea di quel mese nella mia mente e renderlo meno
minaccioso, o forse per infondere a lei il vigore di giugno, l'energia vitale del solstizio estivo.
Alla mungitura del mattino Delia era intontita. Mi consultai
con Mark e pensammo che probabilmente era sfinita dal travaglio
e che avremmo dovuto tenerla d'occhio. Ma quando pi tardi
andai al pascolo per spostare la recinzione delle mucche la vidi
molto peggiorata. La presi per la cavezza e cercai di riportarla nel
fienile, ma lei incespic, cadde e non riusc a rialzarsi. Era orribilmente
gelata, come se fosse gi morta. Corsi a casa e telefonai al
dottor Goldwasser. Era fuori per una visita domiciliare in un'altra
fattoria, e sarebbe venuto appena possibile.
Tornai al pascolo e mi sedetti accanto a Delia. Era rannicchiata
come la figlia, le zampe anteriori piegate, la testa reclinata verso
il fianco e il naso appiccicato al terreno. Sembrava pronta per
il viaggio che l'avrebbe riportata al buio eterno. Controllai il respiro
che si percepiva a malapena, leggerissimo e lento. Avevo
una lista di cose da fare lunga un chilometro, ma non sopportavo
l'idea di lasciarla. Andai a casa, presi l'ultimo numero del Neiv
Yorker e le lessi ad alta voce qualche articolo.
Il dottor Goldwasser arriv dopo un'ora, attraversando il pascolo
con la borsa piena dei trucchi del mestiere. Febbre puerperale
sentenzi. Le tocc gli occhi e la palpebra ebbe un minimo
fremito. E quasi andata. La febbre puerperale non  per
niente una febbre, ma uno squilibrio metabolico mortale che colpisce
a volte le mucche da latte dopo il parto. Le Jersey ne sono
particolarmente soggette. Il latte scende copiosamente estraendo
il calcio dal sangue pi in fretta di quanto il sangue non riesca a
reperirne altro nella riserva naturale di calcio, le ossa. Il livello
di calcio nel sangue crolla. Con una quantit di calcio insufficiente
nel sangue i muscoli non funzionano. Insorge la paralisi degli arti, polmonare e cardiaca.
Con i suoi modi calmi e tranquilli il dottor Goldwasser spost
Delia di peso sulle ginocchia piegate in modo da sollevarle la testa
e metterle una cavezza. Individu la grossa vena sul collo dove il sangue
ancora scorreva, lento e pigro, e penetr con l'ago. Colleg il
tubo di plastica a un flacone di calcio e lo fece andare lentamente.
Non troppo in fretta mi spieg. Se si manda troppo in fretta le
viene l'infarto. Sentii Delia tremare e pensai che stesse morendo.
No,  un buon segno disse il dottor Goldwasser. Significa che sta
funzionando. Quando la bottiglia fu svuotata, il tremore era diventato
un profondo e forte brivido. Attacc un secondo flacone e
lo lasci scendere goccia a goccia dentro di lei. Quando termin
anche il secondo flacone, la mucca tent di alzarsi con l'aria intronata
che doveva avere Lazzaro. Trem per un'altra ora, mentre i muscoli
si muovevano per riportare in lei il calore della vita, ma molto
prima che smettesse di tremare stava brucando di nuovo, con ritrovato
equilibrio bovino. Se aveva percepito di trovarsi sull'orlo dell'abisso,
questo non l'aveva spaventata tanto da toglierle l'appetito.
Per tutta la notte soffi il vento da sud e il giorno dopo il sole sorse
in un cielo senza nuvole, color blu uovo di pettirosso. Man mano
che il sole saliva diventava sempre pi forte, succhiava l'acqua
dalle scure superfici dei campi, li rassodava, li riscaldava. Il tempo
si mantenne buono e due giorni dopo Mark e io ci facemmo un giro
per i nostri cinque acri di terra arata. Le zone pi alte erano
asciutte, ma in basso c'erano ancora pozzanghere d'acqua e nella
terra affondavano i piedi. Le previsioni del tempo alla radio davano
altra pioggia verso la fine della settimana e le piante che stavano
nel portico e nelle nostre serre fredde si stavano ingiallendo e premevano
contro le pareti delle piccole celle polverose. Decidemmo
di rischiare la spianatura del letto di semina con l'erpice a molle, l'ultima
fase prima di marcare i solchi e mettere a dimora le piante.
La sensazione che si prova uscendo dal fienile con una pariglia
di cavalli in una mattinata come quella  cos peculiare e cos
splendida che dovrebbe avere un nome tutto suo. Attaccai Sam e
Silver all'erpice a molle, un semplice telaio con denti a C che si
conficcano nel suolo per allentare lo strato superiore, livellarlo
ed eliminare le zolle. L'erpice a molle  sprovvisto di seggiolino.
Si deve camminare dietro.
Scendemmo per la stradina, oltrepassando il Campo Domestico
e il Campo della Posta. I campi stavano gi mostrando la loro
personalit, che conservavano sin dal primo momento in cui erano
stati creati. Il Campo Domestico aveva un ottimo drenaggio e un
bel terreno ricco, ma la posizione era scomoda, perch era accanto
a un boschetto e quindi era difficile girare con i cavalli alla fine
di ogni solco. Nel Campo della Posta era pi facile fare le manovre,
ma c'era un grosso strato argilloso. Dopo le piogge, l'argilla si
attaccava agli zoccoli dei cavalli, ed era troppo pesante e inzuppata
per lavorare, poi, all'improvviso, si spaccava in superficie come
porcellana antica, e diventava troppo secca e troppo dura.
Andammo avanti fino al Campo del Monumento, dove dovevamo
piantare le patate. Ron, uno dei nostri vicini, ci aveva raccontato
che un tempo sul confine di questo campo sorgeva una casa.
L'aratro aveva tirato fuori alcuni mattoni spezzati. Questa terra
era stata coltivata ancor prima della Rivoluzione Americana. Il
bestiame, i raccolti, i recinti, le costruzioni e i contadini erano andati
e venuti passando sui campi come ombre nel corso del giorno.
Non si  mai davvero padroni di una fattoria, checch ne dicano
gli atti notarili. Ha una sua vita. La si pu amare spassionatamente,
e se ne  responsabili, ma il massimo che si pu fare 
sposarla. Puntai le molle nella superficie del suolo e feci leva. I
cavalli spinsero nei collari e si spostarono in avanti con grande
energia. Era bello camminargli dietro annusando i profumi della
primavera, la terra buona e umida, il tepore dei loro corpi.
Eravamo a met del campo quando udii le molle sbattere contro
qualcosa di metallico. Feci un Oh! ai cavalli e mi chinai a
raccoglierlo. Era un ferro di cavallo, incrostato di ruggine e fango.
Un chiodo storto era fuso nel ferro, forgiato a mano. Era grande come
la mia mano aperta. Se Sam e Silver avessero avuto dei ferri
sotto gli zoccoli, sarebbero dovuti essere grossi come piatti da portata.
Nei tempi antichi i cavalli che lavoravano nella fattoria erano
pi piccoli, resistenti e compatti, e pesavano sui quattrocentocinquanta
chili mentre i nostri sono giganti da novecento chili. Mi
misi a fantasticare pensando a cosa stesse facendo quel cavallo il
giorno in cui perse il suo ferro. Forse era una giornata come questa,
e la parte pi bassa del campo era ancora troppo bagnata, ma
il cavallo era uscito lo stesso a lavorare perch si dovevano mettere
a dimora le piante, o perch le erbacce minacciavano di invadere
i campi. Pensai al contadino che guidava il cavallo, l'uomo o il ragazzo
che apprezzava il terreno senza sassi, docile, come lo apprezzavo
io, il terreno che la maggior parte dei contadini si pu solo
sognare. Me lo immaginai mentre si guardava intorno cercando il
ferro che aveva perso il suo cavallo e vidi il nastro di metallo nero
mischiarsi alla terra. E poi lo vidi rinunciare, tornarsene a casa a
mangiare, e lasciare l il ferro di cavallo, ad aspettare sepolto tutti
questi anni, un oggetto di nessuna importanza per tutti i contadini
che ci sono stati fra lui e me, finch non l'ho trovato io, e mi sono
messa a pensare a lui.
Mark mi corteggiava ancora. Il suo amore e il suo coinvolgimento
non vacillarono mai, ma io andavo su e gi come un ECG. I
regali che mi port quella primavera erano molto semplici e bellissimi.
Il contrasto fra la durezza della vita che facevamo e la tenerezza
di quei piccoli gesti era scioccante. Un mazzolino di fiori
di campo poggiato sul cuscino il pomeriggio. Un disegno del falco
che avevamo visto volare basso sulla palude dietro casa. Dopo
aver messo a dimora le piante mi venne la febbre e lui mi port
un piatto di fragoline di bosco circondate da fiori e foglie, si sedette
sul bordo del letto a chiacchierare e scherzare mentre le mangiavo
e non ne prese nemmeno una per s.
Quando fin la febbre mi venne una gran fame. Nei campi coltivati
ancora non c'erano verdure, ma il mio corpo le richiedeva.
All'inizio era una richiesta educata, poi non pi tanto sommessa.
Nella nostra fattoria non  magro il rigido inverno, ma la splendente
primavera. Camminavamo per i pascoli con un canestro e un
paio di forbici da cucina in mano. Le verdure selvatiche erano in
anticipo. Mark tagli le ortiche dal fertile terreno al confine dell'aia
e raccolse grandi quantit di tarassaco, dalle foglie amare e stimolanti,
di cui io ero avida.
Ogni stagione ha le sue prelibatezze, anche la pi avara. Il burro
che produciamo a fine primavera  il migliore dell'anno. I pascoli
sono al meglio e le mucche, al settimo cielo, fanno scorpacciate di
erba sempre fresca, non ancora infastidite dalle mosche, godendosi
la brezza frizzantina. Il burro che producono, perci,  soffice,
voluttuoso e ha la profonda e vivace tonalit dell'oro antico.
Mark butt un bel pezzo di burro lucente in una pentola gi
calda, aggiunse un trito di cipolla e, quando si appass, aggiunse un
grosso fascio di ortiche verde scuro. Si afflosciarono all'istante,
perdendo cos la peluria urticante, e avevano un profumo caratteristico
delle verdure, tipo spinaci, ma senza asprezza e con un
tocco di selvatico in pi. Aggiunse un po' d'aglio e del brodo di
pollo, qualche manciata di riso e lo lasci andare fin quando le verdure
e il riso non diventarono morbidi. Sale, pepe, un pizzico di
noce moscata, ed ecco un mix delicato di aromi da servire con
una cucchiaiata di panna acida e un pezzo del delizioso pane di
Mark a lato. Le foglie di tarassaco andarono a finire nella pentola
ancora bollente per pochi istanti. Condite con un filo d'olio e una
spruzzatina di aceto balsamico facevano da spalla asprigna alla nutriente
zuppa di ortiche.
I nostri abbonati avevano altrettanta voglia di verdure, anche se
erano solo erbacce. Trovammo i prati in cui crescevano le ortiche
e il farinello bianco migliori della fattoria e ne riempimmo grossi
bushel.
Nel frattempo io stavo promuovendo la cultura dello scrapple,
una specie di coppa con farina di mais, a cui Mark mi aveva iniziato
attraverso i suoi amici Amish in Pennsylvania. Per me era
fra le colazioni pi ingegnose e squisite che avessi mai mangiato.
L'ultima volta che avevamo macellato un maiale, ne avevo preparati
quarantacinque chili circa, ma non era un prodotto molto facile.
Pensai che forse i nostri abbonati semplicemente non lo conoscessero
o non avessero idea del modo in cui era preparato,
perci scrissi questo biglietto, un mio personale tentativo di rinnovarne
l'immagine.
Non dategli addosso solo perch sembra un incrocio fra scrap (scarti)
e off al (frattaglie). Lo scrapple  buono da mangiare. Prendete le ossa
di un maiale e tutta la carne che non  stata usata per i tagli classici
e per le salsicce e lasciate sobbollire finch la carne non si stacca dalle
ossa. Togliete le ossa. Passate il brodo e la carne in un tritacarne.
Portate a ebollizione e aggiungete una farina a grana sottile (mais, grano
o grano saraceno), pepe nero, sale e salvia. Versate in stampi rettangolari
e lasciate raffreddare fin quando non avrete degli squisiti
mattoncini gelatinosi color marrone.
Per preparare lo scrapple, tagliateli in fette sottili. Mettete in una padella
un po' di burro o lardo e scaldatela al massimo. Infarinate le
fette di scrapple e buttatele in padella. Abbassate il fuoco a moderato
e cuocete pi a lungo di quanto riteniate necessario. Girate una sola
volta e cuocete l'altra parte. Deve essere croccante e marrone. Mangiatelo
a colazione con le uova, o fate come fanno gli Amish in Pennsylvania:
fatevi un bel panino con lo scrapple!
Infervorata e presa da un delirio primaverile pensavo che squisiti
mattoncini gelatinosi color marrone avesse un suono allettante,
il che spiega perch Mark era il responsabile delle vendite.
Imparavamo lentamente, ma tutto ci che bisognava fare bisognava
farlo in fretta. Ci fu un momento di trionfo nella settimana
della semina della patata. Le patate, quattrocentocinquanta chili
di patate, erano gi state tagliate in pezzi grandi come una pallina
da golf. Ogni pezzo aveva almeno un occhio, un punto in
cui cominciavano a spuntare le gemme bianche. Era un venerd,
avevamo passato la mattinata e le ore intorno a mezzogiorno a
raccogliere molte ortiche, a mettere il latte nel frigorifero per la
distribuzione e a preparare tagli di manzo. Nel pomeriggio, mentre
io finivo di preparare le quote per gli abbonati, Mark attacc
ai cavalli il coltivatore con una grossa lama nel mezzo. Lo usava per
scavare i solchi, facendo attenzione a scavarli ben dritti, perfettamente
paralleli, distanti pi o meno un metro l'uno dall'altro. Se
avesse sbandato, lo avremmo pagato pi in l perch la crescita e
la colmatura sarebbero diventate impossibili senza mettere a rischio
proprio le patate. Mark  sempre stato bravo a fare le righe
dritte, fin dall'inizio, cosa che io ho interpretato come un segno
di personalit retta.
Quando scese la sera, presi i cavalli e li portai negli stalli ancora
bardati, per poi tornare di corsa ad aiutare Mark a seminare i pezzi
di patate nei solchi, uno ogni venticinque centimetri. Non avevamo
ancora finito che il sole era gi tramontato, e occorreva ricoprire
le patate. Era previsto un periodo di piogge a partire dal giorno
dopo ed eravamo vicini alla fine del momento ideale per la semina
delle patate. Anche distrutti come eravamo, se volevamo patate
per l'anno successivo quello era ci che dovevamo fare.
Mark continu a far cadere patate quasi correndo in mezzo ai
solchi mentre io tornai al fienile. Seguendo le istruzioni che mi aveva
dato in fretta e furia, staccai la lama dal coltivatore e ci attaccai
un paio di dischi, uno di fronte all'altro in modo che formassero una
V e che ammucchiassero la terra ai lati dei solchi sopra la buca in cui
stavano le patate. Poi andai a prendere i cavalli mezzi addormentati
e li riattaccai alla macchina. Come noi, avevano gi lavorato troppo
per quel giorno e probabilmente si aspettavano di passare la notte
al pascolo. Detestavo chiedergli di lavorare ancora, ma non avevamo
altra scelta. Stavo iniziando a diffidare dei sentimenti umani,
iniziavo a sospettare che attribuire emozioni umane agli animali fosse
una specie di svalutazione delle bestie, ma certamente Sam quella
sera si mosse con intenzioni ben precise, si pieg sul morso e and
avanti sollevando gli zoccoli uno dopo l'altro verso il campo, praticamente
trascinandosi dietro quel caro pigrone di Silver.
Non avevo mai usato prima il coltivatore, ma Mark era il pi veloce
seminatore di patate della storia e cos ora toccava a me, e mi
misi alla guida della pariglia. Le ruote e i dischi si regolano con
un pedale, quindi il trucco  cercare di intuire dove vanno i cavalli
e contemporaneamente guardare la terra sotto il seggiolino
in cui sei seduta. Per seppellire bene le patate scoperte, il solco
deve rimanere esattamente al centro in mezzo ai cavalli. Scoprii
che non ero tanto brava con le righe dritte, e cercai di capire cosa
significasse rispetto al mio carattere.
Per Sam era il cocco della maestra nella nostra miniclasse di
due alunni, e delle due l'una: o aveva gi lavorato con un coltivatore
in precedenza, oppure imparava a una velocit strabiliante.
Alla fine di un solco lanciavo un Oh! alla pariglia per liberare i
cavalli dei pesanti dischi e un orecchio di Sam scattava all'indietro
in attesa del segnale per girare. Al pascolo era Silver il re indiscusso,
ma quando erano bardati, quando sapeva cosa fare, Sam
non aveva paura di farsi valere. Nelle curve, dava una piccola spinta
a Silver, a volte a orecchie basse ma con tutto il peso del corpo
in avanti, con grinta.
Sorse la luna, ma non fu di grande aiuto: una pallida scheggia
vicino alla grassa Venere di primavera. A tre quarti del lavoro era
ormai decisamente buio. Mark stava ancora andando avanti con lo
stesso sprint di prima a far cadere pezzi di patata negli ultimi solchi.
Io non riuscivo pi a vedere dove iniziavano i solchi da ricoprire.
Stavo per urlare a Mark che dovevamo smettere e andarcene
quando mi accorsi che Sam sapeva esattamente cosa stavamo
facendo e riusciva a vedere nel buio molto meglio di me. Non appena
fatta la curva, gli lasciavo la briglia sciolta e lui trovava il
punto esatto in cui iniziava il solco e si fermava. Silver arrancava
dietro di lui. Quando gli dicevo di andare avanti, le patate erano
esattamente dove dovevano essere, mi scorrevano sotto i piedi,
vaghe sfere biancastre nel buio fitto, e io non avevo fatto niente.
Finimmo in quel modo tutto il campo, le groppe dei cavalli fumavano
nell'aria fredda della notte. Ancora oggi mi domando come
mai lavorarono per noi con tanta dedizione. Erano abbastanza
grandi per dire no, ma continuarono a dire s, anche alla fine di una lunga giornata, anche al buio.
...
.
...
QUARTA PARTE.
...
.
...
ESTATE.
...
.
...
Arrivarono i primi giorni di gran caldo, e anche le mosche. Grossi
tafani dalla testa verde che tormentavano i cavalli, mosche comuni
e mosche del cervo che tormentavano noi; mosche che si
affollavano agli angoli degli occhi delle mucche e mosconi della
carne che erano sempre in agguato, pronti a buttarsi sul sangue
versato. Macellammo la mucca che si chiamava Kathleen subito
dopo i lavori di routine, prima che ci fossero troppe mosche. Avevamo
controllato le gravidanze della mandria, e Kathleen non era
gravida, nonostante tutti gli sforzi del toro. Il dottor Goldwasser
si accorse che c'era qualcosa che non andava nelle ovaie di Kathleen,
perci l'avevamo selezionata per sopprimerla. Era una mucca
dall'aspetto interessante: marrone scuro con una bella frezza
bianca di pelo in mezzo alla fronte che mi ricordava Susan Sontag.
Ormai Mark e io formavamo una squadra affiatata e sbrigavamo
con disinvoltura le fasi della macellazione. La mucca brucava
tranquilla. Mark le spar un colpo nella X fra gli occhi e le
orecchie, e lei cadde a terra. I bovini crollano in un tempo stabilito,
pi veloce e in un certo senso anche pi potente della forza di
gravit. Lo stesso vale per gli ovini. I polli, al contrario, si avviano
svolazzando verso la morte, in modo disordinato e nervoso. I maiali
non cadono con delicatezza, ma con frenesia. Per un certo periodo
pensai che i diversi modi di vivere gli ultimi attimi avessero
a che fare con l'essenza della natura degli animali - il maiale 
grintoso, la mucca  docile, la gallina  irrequieta - ma ora so che
sono soltanto caratteristiche anatomiche, come lo spessore delle
ossa del cranio o la mappa dei nervi.
Mark mi pass la pistola, io gli passai il coltello. Lui le tagli
velocemente la gola, e il sangue caldo si vers sul prato. Sanguin
e scalci in una parodia di volo, gli occhi vuoti, oltre l'incoscienza.
Quando i riflessi si allentarono, le avvolsi una catena intorno a
una zampa posteriore, e lei scalci ancora una volta, con poca
energia ma molta determinazione, come se la zampa sapesse cosa
stavo facendo e volesse esprimere un'ultima protesta, nonostante
non fosse pi connessa al cervello. Mantenni la presa per un istante
e nei suoi muscoli sentii l'energia svanire. Ci vuole del tempo
perch la vita scivoli via da un essere vivente, come se la vita fosse
una sostanza, un liquido lento pi viscoso del sangue, o la sabbia
nella clessidra della strega cattiva del mago di Oz.
Non si pu assistere alla morte di una creatura senza pensare alla
propria morte. Chiesi ad alta voce a Mark se aveva idea della sensazione
che si provasse. Secondo te ha provato dolore? Pensi che
abbia sofferto? Disse che secondo lui non aveva avuto paura. E
non era sicuro che la domanda fosse corretta. Il momento del trapasso
 solo una minuscola parte del tutto. Per quanto lo riguardava,
mi disse, rispetto al grande ed eterno nulla avrebbe preferito
provare una qualche sensazione, una qualsiasi. Gli dissi che se
fossi morta mentre eravamo insieme avrei voluto che lui mi riducesse
in concime. E spero che qualcuno mangi il mio cuore e il
mio fegato aggiunsi. Dopo aver mangiato cos tanti cuori e fegati
di altre creature,  il minimo che possa fare. Stavamo lavorando
in un campo vicino alla strada, e ci si avvicin una coppia che faceva
una passeggiata prima di colazione. La donna portava un
top da jogging blu elettrico e pantaloni attillati neri, un abbigliamento
che la qualificava come una persona che era l per le vacanze
estive, gente di citt. Sollevammo la carcassa per una zampa e la caricammo
sul vagoncino del trattore. La testa, gravemente ferita nel
mezzo, penzolava avanti e indietro nell'aria. La coppia guard dalla
nostra parte, prima con curiosit e poi con orrore. Faresti meglio
a metterlo per iscritto mi disse Mark.
Ormai conoscevo cos bene le interiora degli animali che mi ero
quasi del tutto lasciata alle spalle l'atteggiamento schifiltoso di
chi si rifiuta di mangiare parti che non siano i pi comuni tagli
del muscolo. Ci che uno scarta per un altro  una prelibatezza.
All'inizio Mark e io mangiammo una quantit di carni insolite superiore
a quella che ci spettava, perch non erano pietanze molto
amate dai nostri abbonati. Ora le cose sono molto cambiate, e ci
dice bene se riusciamo a mettere le mani su un pezzo di fegato,
ma all'epoca la nostra cucina era un parco dei divertimenti per
cuochi sperimentali. Mark speriment e cucin, speriment e cucin
finch non ottenne uno stupendo, speziatissimo, pasticcio di
rognone, esaltato da panna e bacon. La mia specialit divent il
cuore, grasso e carnoso simbolo d'amore. Nei giorni frenetici della
stagione del raccolto, mi limitavo a tagliarlo a fettine sottilissime,
saltarlo in padella e servirlo con una cucchiaiata di fondo di
cottura. D'inverno, quando il ritmo di lavoro  pi lento e nessuno
si lamenta per il calore se il forno rimane acceso a bassa temperatura
per tutto il giorno, farcivo i cuori interi con erbe aromatiche
disidratate, funghi e briciole di pane saltate nel burro, e li
facevo brasare. Mi innamorai nuovamente e completamente del
fegato, sperimentando vari tipi di pt e terrine. Scoprii libri di cucina
che davano ottimi consigli su questa specialit: il classico
Charcuterie and French Pork Cookery di Jane Grigson, molto letterario,
e cos utile per i pezzi pi bizzarri, come gli zampetti e le
orecchie. Mi gettai nella lettura di Charcuterie di Michael Ruhlman
e Brian Polcyn, asciutto, preciso e attentissimo ai dettagli, che mi
faceva sentire una chimica. E poi scoprii il libro che divent e rimase
per sempre il mio preferito, The River Cottage Meat Book
di Hugh Fearnley-Whittingstall, un libro che fa sembrare possibile
cucinare tutto dal naso alla coda, ed  anche divertente.
Hugh fu l'autore cui mi rivolsi la prima volta che macellammo
un toro e nel mio frigorifero si materializzarono un paio di testicoli
grandi come oblunghe palle da softball, appiccicaticci e ricoperti
da pelle biancastra percorsa da ghirigori di vasi sanguigni violacei.
Da crudi non hanno un'aria molto appetitosa scriveva Hugh con
tono rassicurante ma, una volta cucinati, perdono quell'aspetto
terrificante e, come per il cervello, io penso che la maggior parte delle
persone ne troverebbe il gusto assolutamente delizioso a patto
di non saperne la provenienza. Seguendo le istruzioni di Hugh, li
sbollentai in acqua per due minuti, li spellai e li misi in una marinata
di olio di oliva, aceto, cipollotto ed erbe aromatiche. Mi trovai in
difficolt nella fase di spellatura perch non riuscivo a capire cosa
fosse considerato pelle in un testicolo e cosa, beh, diciamo altro. Tolsi
uno strato di membrana ma ne trovai un altro. Forse un testicolo  come una cipolla, pensai, e se continuo a spellare finir con
niente in mano. Perci lasciai parte di quella roba bianca con i suoi
ghirigori violacei fin quando non li dovetti tagliare a fettine tonde
e scoprii che la parte pi interna di un testicolo  color marrone
chiaro, e ha una bella consistenza granulosa. Passai le fettine nella
farina aromatizzata e le misi in una padella con del burro, le mangiammo
a colazione con uova strapazzate e pane tostato. Il sapore
era interessante, non troppo diverso da una freschissima capasanta,
a cui le fettine somigliavano anche per forma e dimensione. Mi
piacquero, e Mark le ador. In Spagna scrive Hugh i testicoli
di toro sono considerati una gran prelibatezza e un cibo che esalta
la virilit. Gli scrissi un biglietto da ammiratrice.
Poi c'era il sangue. Le parti solide erano una cosa. Con i fluidi non
credevo di riuscire a cavarmela. Si trattava di una sorta di ultima frontiera.
Controllai cosa ne pensava Hugh e trovai la sua ricetta per il
sanguinaccio, che lui definiva la migliore prova possibile delle vostre
intenzioni di fare buon uso di ogni minima parte del maiale.
Quando Mark e io andammo nel campo a macellare il maiale
mi portai dietro una pentola e raccolsi circa un gallone di sangue. Seguendo
la ricetta, lo mescolai quando era ancora tiepido, tirando
fuori i pezzi fibrosi che si coagulavano intorno al cucchiaio. Il liquido
rimasto era fortemente rosso, il rosso pi rosso di qualsiasi cosa
avessi definito cibo fino a quel momento. Imbrunii una cipolla,
aggiunsi sherry, panna, erbe aromatiche, briciole di pane e grasso
di maiale a dadini, poi mischiai tutto ci al sangue. Mark mi tenne
il budello bitorzoluto mentre io ci versavo dentro la mistura con
un imbuto. Ora avevo una serie di palloncini pieni di acqua rossa,
ma ancora non era cibo. Misi sul fornello un tegame basso e vi affogai
dentro i palloni lasciandoli a sobbollire. Alcuni esplosero, ma
quelli che rimasero interi cambiarono subito consistenza, da molli
a sodi, e colore, da rosso a lavanda. Avevano un aspetto teoricamente
commestibile. Una volta raffreddati si potevano affettare, ed erano
punteggiati di bianco, i gustosi pezzettini di grasso. Erano molto
calorici e si dovevano centellinare, ma avevano un sapore inarrivabile,
abbastanza delicato da lasciar spazio al gusto dello sherry e
degli aromi presenti. La consistenza era delicata e attraente come una mousse.
L'estate avanzava e i campi iniziavano a tirar fuori verdure a
caterve. Il venerd mattina Mark e io ci alzavamo quando era ancora
buio e freddo per raccogliere quintali di lattuga, spinaci, bieta,
rucola, e poi taccole, barbabietole e carote mignon, piselli. Non
mi era mai capitato prima di mangiare i piselli direttamente nel
campo e non riuscivo a smettere di sgranocchiarli, affascinata da
quel sapore dolce. Thomas LaFountain mi insegn un nuovo modo
di cucinarli alla maniera del North Country. Si devono far sobbollire
dolcemente nel latte i piselli appena sgranati finch non
diventano lucidi, ma senza ridurli in poltiglia; aggiungere sale e pepe,
un po' di burro e, alla fine, un rametto o due di menta. Una scodella
di pisellini primavera al latte vale tutto il tempo impiegato a
togliere le erbacce e a raccogliere baccelli.
Raccogliemmo le prime patate novelle, grosse come uova, con
la buccia di un brillante rosa-rossastro. Per un'intera settimana
Mark e io pranzammo di lusso con le patate novelle bollite, condite
con burro e sale, ed enormi insalatiere di verdure fresche. Seduti
a mangiare sulla panchina di pietra di fronte casa, guardando i nostri
campi, riuscivo a vedere la fattoria che si stava riconciliando con
il mondo. Le costruzioni in muratura erano ancora pericolanti, la
finestra di casa era sempre rotta, ma ora c'era un progetto visibile,
una scintilla di vitalit. Ha ritrovato la sua anima, pensai.
Gli abbonati, che erano stati abbastanza contenti di carne, latte
e ortiche, quando iniziarono a ricevere le verdure erano addirittura
in estasi. La fama della nostra fattoria si diffuse e man mano che andava
avanti l'estate gli abbonati raddoppiarono, poi triplicarono.
La mia vita, dall'alba al tramonto, si concentr esclusivamente
sullo sterminio delle erbacce. Fino a quel primo anno di fattoria, nel
mio catalogo mentale avevo inserito il concetto di agricoltura
allo stesso posto di natura. Come in molte altre cose, mi sbagliavo
di grosso. Scoprii che coltivare la terra vuol dire combattere
una guerra lunga e continua. Gli agricoltori sono costantemente
impegnati a combattere la natura, a tenerla nei loro confini, e la
natura combatte costantemente per invadere i campi. Dentro i bastioni
ci stanno le piante che si possono coltivare, deboli e delicate,
troppo raffinate e incivilite per poter combattere. Schierate
dalla parte della natura ci sono le erbacce, rudi soldatacci, specie
che si sono evolute per combattere. Man mano che ci avvicinavamo
al solstizio, gli schieramenti erano pompati al massimo, eccitati
dalla pioggia e dall'abbondanza di sole. Ogni mattina, Mark e io
andavamo nei campi alle prime luci dell'alba e trovavamo un nuovo
tappetino verde. Per ognuno di noi, ce n'erano centinaia, migliaia,
decine di migliaia, solco dopo solco, all'infinito.
Se vi siete mai chiesti come mai la verdura biologica costi di pi,
prendetevela con le erbacce. Il lavoro che in una fattoria tradizionale
si pu fare con un'unica passata di irroratore, in una fattoria
biologica va fatto in continuazione, dal primo germoglio al raccolto,
estirpando fisicamente le erbacce. Quando sono appena
spuntate - nello stadio iniziale detto filo bianco, per la presenza
della prima sottilissima radice principale - ucciderle  abbastanza
semplice perch basta dargli una tiratina, esponendo la
delicata radichetta a seccarsi all'aria o seppellendo le nuove foglie
in modo che non gli arrivi la luce del sole. Se gli si permette
di crescere un po' - e allora la radice principale si espande come
una bellissima ragnatela bianca e compaiono le foglie su uno stelo
sempre pi robusto - per debellarle richiedono via via uno
sforzo sempre maggiore. Superata la fase del filo bianco, il nostro
attrezzo  la zappa. Se si concede alle erbacce di crescere ancora
di pi, anche la zappa diventa inutile, e il solco si deve ripulire
strappandole a una a una con le mani.
Per nostra fortuna, un tempo tutti gli agricoltori erano del tipo
che oggi chiamiamo biologico, e gli attrezzi a trazione animale
che inventarono per combattere le erbacce sono precisi ed efficienti.
Nel nostro arsenale, il migliore in assoluto era il vecchio
rugginoso International, il coltivatore a molle trainato dalla pariglia
che avevamo comprato all'asta degli Amish. Mark tagli da un
giovane frassino un nuovo timone e sostitu alcuni pezzi rotti. Come
molte altre cose di quell'anno non era proprio perfetto - le
bronzine erano in cattivo stato perci le ruote si inclinavano e
sbatacchiavano in salita e nelle curve - ma si poteva usare. Sembrava
uno di quei sulky su due ruote delle corse al trotto, ma con
un'infinit di leve, manopole e ingranaggi attaccati dappertutto.
Era il tipo di aggeggio che avrebbe usato Willy Wonka se fosse
stato un contadino invece che un fabbricante di cioccolato.
Io e questa splendida macchina diventammo tutt'uno. Mi arrampicavo
a bordo non appena riuscivo a liberarmi dagli impegni
quotidiani e dopo aver strigliato e bardato i cavalli. A quel punto il
sole era gi alto, la rugiada si era asciugata. Nel campo, regolavo le
numerose leve che controllavano la profondit e l'angolo dei rebbi
che spazzavano il terreno. L'obiettivo era dissestare il terreno andando
il pi vicino possibile alle piante ma senza ucciderle. I cavalli
camminavano ai lati del solco, e io ci stavo sopra, muovendo con
il piede i rebbi da una parte all'altra. Allo stadio filo bianco era
magico, si sterminavano centinaia di migliaia di piantine di senape
gialla e di farinello a ogni passaggio nel campo. Era una soddisfazione
enorme quando finivo un solco e guardavo indietro tutte quelle
erbacce sottosopra, che si stavano appassendo nell'aria secca.
Da quella prospettiva iniziai a conoscere i nostri nemici, i loro
punti di forza e i punti deboli. C'era l'erbaccia pi furba e intelligente,
l'intellettuale capace di macchinazioni ingegnose; la porcellana,
il cavallo di Troia che cavalca nei campi sugli attrezzi e cresce
come un nemico acerrimo. Poi c'era il cardo, il brutale fiore con la
mazza, lento e vistoso ma pesantemente corazzato, che aveva un tempismo
geniale da momento che produceva i semi al culmine della stagione,
quando eravamo troppo impegnati su altri fronti e quindi non
potevamo far altro che osservare impotenti i fiori violacei che si tramutavano
in lanugine bianca e si disperdevano nel vento. Infine
c'era il delizioso convolvolo, lo strangolatore, cugino della campanella
dei giardini, la Mata Hari della natura. La mia nemesi.
Il convolvolo aveva all'inizio un'aria abbastanza innocua. Pallido,
carnoso, con i viticci apparentemente vulnerabili che ben presto
producevano minuscole foglie a forma di cuore. Cresceva lentamente
e poi sembrava esplodere, aumentando di vari centimetri
al giorno e avvinghiandosi sulle piantine ancora giovani, con l'intento
di soffocarle. Era in larga misura immune ai rebbi del coltivatore,
che erano cos efficaci contro le giovani erbacce annuali. Il
convolvolo non si poteva eliminare sradicandolo o seppellendolo.
Qualche propaggine rimaneva ingarbugliata nei rebbi e si doveva
strappare dal terreno e nel caso avesse gi raggiunto una piantina
si doveva sradicare anche quella. Cos la piantina sarebbe appassita
e morta sotto il sole mentre il convolvolo, ricorrendo alla polpa
carnosa, avrebbe piantato nuove radici, e sarebbe cresciuto di nuovo.
Man mano che guadagnava terreno, il convolvolo rampicante
copriva il terreno di un lussureggiante tappeto che si avvinghiava
intorno alle parti in movimento del coltivatore dai primi metri di un
solco, trasformando i rebbi in oggetti inutili che scavavano rozzi
fossati nel terreno e facevano sudare i cavalli per lo sforzo. L'unica
cosa da fare contro il convolvolo era mettersi l solco per solco con
un secchio e strappare ogni piantina a mano, poi portarla lontano
dal campo e buttarla in un cassonetto. E dimenticarlo. Capitava di
passare un giorno intero a ripulire il Campo dei Piccoli Piaceri e
alla fine accorgerci che una nuova ondata di germogli succulenti
stava spuntando dal suolo.
Inizi la fienagione. Orecchie aperte al meteo radio, occhi puntati
sul prato. Quell'anno per raccogliere il fieno avevamo assunto
la famiglia Owens, il vecchio signor Owens e i suoi due figli grandi,
Neal e Donald. La sera, sentivamo i bisticci di famiglia che ci giungevano
dall'officina dove gli uomini stavano lavorando con la pressa
per balle. Aveva il meccanismo per l'annodatura che non funzionava
bene e aveva fatto impazzire i migliori meccanici della zona.
Per andare avanti tutto l'inverno con i nostri animali avevamo
bisogno di cinquemila balle di fieno. Una buona fienagione dipende
dal tempo che fa. E necessario avere una finestra di giorni
secchi, cos che l'erba si possa falciare, asciugare, arieggiare, seccare
un altro po', formare le andane con il rastrello e mettere il
fieno in balle. Se piove sul fieno, questo sar di qualit inferiore.
Se si mette in un magazzino il fieno ancora troppo bagnato, si riscalda
e ammuffisce. Nello scenario peggiore, si riscalda fino all'autocombustione,
e brucia tutto il fienile.
Nelle finestre di tempo buono, gli Owens si scapicollavano a
fare pi fieno possibile e Mark e io lasciavamo ogni altro lavoro
per dare una mano. Fui costretta a imparare a portare il trattore,
una competenza che fino a quel momento ero riuscita a evitare.
Non lo odiai cos tanto come pensavo. Mi era presa la paranoia di
scivolare con il piede dal pedale della frizione e di mettere sotto
qualcuno con quelle ruote assassine. Ma la fienagione non  il momento
adatto per indulgere alle paure. A fine giornata, mi arrampicai
sulla cabina del gigante arancione marca Same, una macchina
italiana con una quantit di cavalli vapore sufficiente a radere
al suolo una citt intera, e lo portai mentre gli uomini ammassavano
le balle sul vagoncino dietro di me. Quando mi ci abituai, mi
sentii bene in modo malsano, come ci si pu sentire imbracciando
un fucile. Neal, il pi grosso degli Owens, riusciva a prendere con
le dita robuste una balla da venti chili abbondanti per i legacci e a
farla volare descrivendo un grazioso arco in aria fino al vagoncino.
Lo faceva sembrare un gesto privo di sforzo, perfino delicato, come
una fanciulla che lancia petali di rosa. La luce del pomeriggio
tinse i campi d'oro e si pos sulla pelle abbronzata di tutti noi.
A volte la fienagione continuava fino a notte inoltrata. Gli
Owens portavano le balle dai campi e Mark e io le accatastavamo
nel fienile. Una notte rimasi sola nel fienile. C'era la luna piena e il
cielo era chiaro ma l dentro era buio fitto, perch l'unica lampadina
mandava una luce fioca in un misero circoletto polveroso. Mark
era fuori accanto alla montagna di balle accumulate, le estraeva
una a una e le caricava sul nastro trasportatore che le introduceva
nel fienile dalla finestra. Io le sentivo cadere sul pavimento del solaio,
le sollevavo e le alzavo per metterle ognuna al suo posto. Il
solaio era pieno a met e per tutta la sera erano svolazzati sotto al
nastro trasportatore ciuffetti di fieno sfuggiti dalle balle e i rumori
erano molto attutiti, come durante una forte nevicata. All'improvviso
vicino a me sentii un respiro affannoso, un fruscio e un raspare.
Il mio cervello assonnato si mise a correre.  Un orso! strillai con
la voce che uso solo per le emergenze, e l'urlo attravers l'aria smorzata
e polverosa del solaio, sal verso l'alto e, superando il rumore
metallico, arriv alle orecchie di Mark, che spense il nastro trasportatore.
Poi udii un leggero e profondo Uh, uh, uh. Era Neal,
che con grande sforzo si era issato sulla scala a pioli per aiutarmi a
sistemare le balle nel solaio, e stava ridendo nel buio.
Questa storia and avanti per un pezzo. Per settimane e settimane
quando qualcuno passava dalla fattoria tirava gi il finestrino
del camion per dire Ho sentito che hai scambiato quel poveraccio
di Neal per un orso, con lo stesso tono con cui si chiede il prezzo del latte.
Il picco dell'estate fu la folle corsa di cui Mark mi aveva avvertito,
un'angosciosa sequenza di urgenze. Fienagione! Recinti! Mietitura!
Erbacce! Sfrecciavamo in mezzo alle ultime cose da piantare,
carote e barbabietole. La messa a dimora del cavolfiore fu fatta
malamente: una corsa lungo i solchi con i vassoi di piantine in mano
scaraventate gi una via l'altra e poi lo stesso percorso a ritroso
in ginocchio, per ricoprire alla meglio di terra ogni piantina con
un gesto per niente amorevole, anzi sbrigativo, per passare subito
alla successiva. La giornata iniziava alle tre e quarantacinque. La
routine sbrigata prima dell'alba, non appena sorto il sole, fuori nei
campi con i cavalli, poi lavoro, lavoro e lavoro, in gara contro il
brutto tempo, le erbacce, la stagione che avanza. Un pomeriggio mi
addormentai sul coltivatore alla fine di un campo e sognai di essere
su una barca. La mungitura serale iniziava alle sedici e trenta e
la pulizia completa terminava alle diciannove, ma le galline non
andavano a letto prima delle ventuno e si dovevano chiudere nei
pollai perch altrimenti ce le avrebbero mangiate i gufi. Poche ore
dopo, troppo poche, ricominciava tutto da capo.
Mark sembrava che attingesse energia da qualche fonte segreta
e probabilmente diabolica. Non l'ho mai visto pi vivace, cos
esageratamente allegro. Lavando i piatti o raccogliendo piselli cantava
in spagnolo. Mentre lavoravamo nei campi si interessava di argomenti
che non aveva mai trattato in precedenza, chiedendomi
di parlargli della cultura pop o della vita sentimentale di star che
non avrebbe mai riconosciuto, nemmeno se fossero arrivate l nel
campo e gli avessero dato una botta in testa con la zappa. Mi chiese
con insistenza cosa fosse esattamente un tipo alla moda e se
io lo fossi stata quando ci eravamo conosciuti. Anche per me quelle
furono settimane di intensa felicit. Nella mia nota settimanale
agli abbonati scrivevo travolta dell'entusiasmo Avete visto l'alba
questa settimana? e Le zinnie nel Campo Domestico stanno francamente esagerando.
La sera tornavamo di nuovo nei campi per vedere come germogliavano
i semi, dove c'era maggiore necessit di intervenire
nella lotta alle erbacce. Facevamo liste di cose da fare, stabilendo
le priorit. Lo scarabeo a strisce del cetriolo aveva attaccato seriamente
le cucurbitacee nel Campo della Posta, si era mangiato i fiori
delle zucche appena trapiantate e li aveva bucherellati. Una sera
camminando sottovento ne sentimmo l'odore, una puzza acida
di insetto, un misto di solvente per le unghie e ascella non lavata.
Mettemmo questa voce in cima alla lista e la mattina dopo, mentre
gli insetti erano ancora intorpiditi e non volavano, andammo
per tutto il campo e li facemmo scendere dalle piante con secchiate
di acqua saponata, arrivarono cos a mucchi nel vialetto di casa, e li spiaccicammo sotto i tacchi.
I contadini sgobbano. La natura ride. I contadini piangono. Ecco,
in breve, la storia dell'agricoltura. Al culmine della stagione,
quando avevamo bisogno di lui in modo disperato, Silver si fece male.
Me ne accorsi un mattino quando con la pariglia bardata stavo
scendendo per il vialetto con l'erpice a molle. La grossa testa di Silver
scattava un po' troppo in alto ogni volta che con lo zoccolo anteriore
sinistro toccava il terreno e ballonzolava un po' troppo in
basso ogni volta che abbassava la destra. Li riportai al fienile, misi
Sam nel suo stallo e riportai fuori Silver sul vialetto di fango compatto.
Tenendolo per la briglia, lo convinsi a trottare, correndogli
al fianco per sicurezza. E la zoppia si manifest con un lieve disturbo
del ritmo. Nel pomeriggio, quando arriv il dottor Goldwasser,
il povero Silver se ne stava zoppicando in giro come un soldato ferito,
riuscendo a malapena a poggiare lo zoccolo per terra. Aveva
nella pianta un buco profondo, un taglio di due centimetri e mezzo.
Lo avevo portato nell'aia vicino a un punto in cui avevamo abbattuto
uno dei vecchi edifici, e probabilmente era successo l, con
un vecchio chiodo o un pezzo di metallo appuntito oppure un pezzo
di vetro. Almeno non gli aveva ferito il tendine flessore dello
zoccolo. Forse sarebbe guarito. Ma aveva bisogno di riposo, di un
ciclo di antibiotici, di fasciature e di pediluvi quotidiani in un secchio
di acqua calda e sali di Epsom. Il pediluvio e la fasciatura erano
molto stancanti, perch a Silver piaceva moltissimo calpestare il
secchio, non metterci dentro la zampa e quando si era stufato di
divertirsi piantava il suo grosso zoccolo a terra e si rifiutava
decisamente di sollevarlo. E il riposo? Se fosse stato un cavallo da
sella il riposo forzato sarebbe stata una seccatura.
Ma dal momento che era
la nostra fonte di trazione nel momento pi impegnativo dell'intera
stagione, si trattava di una catastrofe.
Tutto ci che potevamo fare era continuare a provarci. Inventavamo
improvvisando man mano che si andava avanti. Ricordo di
aver provato una specie di nostalgia all'incontrario, la voglia di
un futuro in cui avremmo avuto un canone prestabilito da seguire,
per cui si sapeva cosa sarebbe successo e saremmo stati pronti
ad affrontarlo.
Il caldo ci croll addosso come un qualcosa di solido, quasi
per riequilibrare l'inverno rigido. Il ritmo di crescita raddoppi.
Nel North Country le piante devono cogliere l'occasione al volo.
Si riesce praticamente a sentire la crescita: io immaginavo le cellule
che si dividevano e si ridividevano follemente con piccolissimi
schiocchi, il ritmo del metabolismo attizzato dall'abbondanza di
luce, calore e pioggia.
La gramigna butt fuori i germogli filiformi, che minacciavano
di strangolare le carote neonate, le giovani barbabietole. Tirammo
fuori dal fienile il coltivatore a un cavallo. Vicino al coltivatore a
molle trainato dalla pariglia c'era questo attrezzo spuntato e fragile,
una semplice V regolabile che scorre lungo i solchi, munita di
denti verso il basso, un gancio d'attacco al cavallo all'estremit appuntita
e dietro le stegole per l'uomo. Simile in questo all'aratro, 
concepito come un attrezzo per una persona, con le redini allacciate
intorno alle spalle e le mani sulle stegole. Attaccai Sam e feci
del mio meglio, ma al primo passaggio distrussi pi carote che erbacce.
Prov Mark, ma ottenne lo stesso risultato. In momenti di
crisi si deve ricorrere a ci che si conosce. Sganciai le lunghe redini
dalla briglia di Sam, Mark mi aiut a saltare in groppa al cavallo e lo cavalcai usando a mo' di redini la lunghina. Mark camminava
dietro, guidando il coltivatore. Ci cost due passaggi per ogni solco,
mentre il coltivatore guidato dalla pariglia avrebbe fatto il lavoro
in una volta, e ci vollero due persone e il quadruplo della fatica,
ma sradicare la gramigna fu bellissimo. Dovevo sembrare piccola
davvero in groppa a Sam. Un vicino si ferm per chiedere chi
fosse quel bambino in groppa al cavallo attaccato al coltivatore.
Quando ero piccolo quello era il mio compito disse.
Senza Silver al fronte, gli eventi bellici virarono contro di noi.
Arriv la pioggia nel momento peggiore, tenendoci lontano dai
campi e avvantaggiando le erbacce. Intere porzioni dei campi andarono
perdute quando le erbacce crebbero molto pi della fase
filo bianco e avrebbero dovuto essere strappate a mano. Camminammo
nei campi sotto la pioggia per un triage di pronto soccorso
e decidemmo di sacrificare le giovani piantine di pastinaca
e l'ultima mandata di cavolfiori. Erano ormai infestate e ci sarebbe
voluto troppo tempo per salvarle, e le erbacce stavano per far
seme. Un unico amaranto pu produrre fino a duecentomila semi,
che possono aspettare sottoterra per decenni il momento opportuno
per germogliare. Se li avessimo lasciati fare avremmo seminato
i nostri futuri problemi. Quando smise di piovere passai
con l'erpice sui solchi, le erbacce e le nostre piantine si trovavano
dalla stessa parte e alla fine mi sentii sollevata, la sensazione della
traditrice che ha finito il lavoro sporco.
Ci aiutarono amici e vicini. Ci salvarono. Mike e Laurie Davis
vennero con i tre figli a stare tutto un sabato da noi per strappare
a mano le erbacce dalle cipolle, in un momento in cui anche la loro
fattoria aveva necessit altrettanto urgenti. Lars venne a vedere
cosa succedeva nelle sue terre e fu immediatamente arruolato a ripulire
il granaio dagli ultimi rimasugli di grano vecchio e dai ratti
defunti, operazione necessaria per immagazzinare il nuovo grano.
Ritorn,quasi ogni settimana per tutta la stagione, lanciandosi in
qualsiasi lavoro fosse pi urgente con il suo tipico entusiasmo. Il
migliore amico di Mark, Matt, arriv dal New Jersey, dove aveva
una fattoria, portandosi dietro un bambino piccolo di nome Jack.
Matt e Mark avevano lavorato insieme alla Genesis, un'azienda di
coltivazione biologica fondata da suore eccezionali. Vederli raccogliere
piselli insieme era per me umiliante, perch ognuno di loro
ripuliva due solchi nel tempo che a me serviva per farne uno. Mentre
io tuffavo i piselli in acqua fredda per togliergli il calore del campo,
Matt aiut Mark a macellare un cervo. (Temevo che avrebbe
turbato Jack, che aveva solo sei anni, ma lui era abituato a vedere
le interiora degli animali. Sembra un pallone da basket disse
con la sua vocina, dando un colpetto al rumine del cervo, teso e
immenso). Linda Brook, la sorella di Mark, aveva una fattoria prima
che nascesse il suo primo figlio e venne a trovarci insieme alla
famiglia: furono immediatamente messi al lavoro nel campo di patate,
a strappare le alte piante gialle di senape selvatica che minacciavano
di spargere semi. Venne mio padre per due o tre giorni e
prese il posto di Mark alla guida del coltivatore mentre io cavalcavo
Sam. Ancora racconta come se ne and con il cuore spezzato dopo
averci visto lavorare cos duramente per un'impresa chiaramente
destinata a fallire. Un pomeriggio arriv un gruppo di giovani
turisti dal Maine, che si ferm per fotografare il cavallo e il
coltivatore. Mark se li port nel campo, li rimbamb di chiacchiere
e, prima che riuscissero a rendersene conto, si ritrovarono tutti
con una zappa in mano nel campo di carote.
Durante le passeggiate serali, la lista degli ortaggi da raccogliere
diventava sempre pi lunga. Al tramonto, facevamo un giretto
fra le piante di piselli mettendoci a brucare manate di baccelli, cos
pieni che sembravano ammaccati. L vicino, il cervo era arrivato
alla lattuga e aveva morso il cuore di ogni pianta, assaggiandone
un centinaio senza finirne nemmeno una. Anche Mark amava
smangiucchiare lattughe in quel modo. Tagliava la lattuga alla base
con il coltello, e ci affondava dentro il viso, strappandone con i
denti il cuore dolce e buttando via il resto.  un privilegio del contadino,
una forma di decadenza, e ci faceva sentire ricchi.
Domanda: Perch coltivare la terra  come una storia d'amore?
Risposta: Perch non raccogli ci che hai seminato. E una bugia.
Raccogli ci che hai seminato, ammucchiato, coltivato, concimato, mietuto e immagazzinato.
Silver guar. Ci snobb una grandinata. Il peggio della crisi pass.
I pomodori pendevano pesanti dai graticci. Il mais era quasi
all'apice della gloria, facendo coraggiosamente del suo meglio e arrivando
fino a tre metri di altezza. Mais! Ecco cosa dicevo quando
lo guardavo, e il punto esclamativo che mi veniva in mente era
verde come quelle foglie. Le cipolle si erano spaccate l'osso del collo e le foglie giacevano al suolo. Che gli  successo? chiesi a
Mark. Niente mi rispose.  la senescenza.  finita la crescita.
Il prato che avevamo lasciato fare di testa sua mi arrivava ormai
al petto. Quando la sera passeggiavamo lungo i bordi dei campi
falciati un banco di grilli neri saltava davanti a noi, come delfini
davanti a una nave. Lo stagno dietro casa si era ritirato della met,
ed era pieno di rane. Ogni pomeriggio arrivava l'airone azzurro
maggiore, la pazienza fatta uccello. Immobile, immobile, poi, all'improvviso,
un movimento troppo fulmineo per essere visto. L'airone
infilz una rana. Intrappolata in fondo al becco dell'airone la
rana lott, ma l'uccello sollev il capo triangolare verso il cielo, ingoi,
e riprese la perfetta immobilit di prima, con una scheletrica
zampa da ballerina di fila alzata e piegata all'altezza del ginocchio.
Cambi un po' il tempo, si caric di umidit, e la fattoria ci comunic
un senso di fertilit quasi opprimente. In una notte le zucchine
crebbero in modo mostruoso, le mosche ricoprirono completamente
di uova un osso di zampetto abbandonato sul prato caldo.
E un attimo: dopo il piacere  in agguato la decomposizione.
Ad annunciare la diminuzione del caldo giunse il verme del
pomodoro. Chi sapeva dell'esistenza di queste creature? Grasso
come il pollice di Mark e almeno altrettanto lungo, aveva una pelle
liscia e morbida color mela Granny Smith, a tratti impreziosita
da una filigrana bianca. Da un certo punto di vista, erano splendide
creature, opere d'arte viventi meticolosamente cesellate; da
un altro punto di vista, per, erano orribili, gommosi e voracissimi
alieni. Comunque, fui costretta ad ammirarne la capacit di
mimetizzazione, che era cos elevata che potevo rimanere a fissare
una pianta danneggiata per ore prima di riuscire a individuare
il verme, anche se la sua presenza era evidente: foglie mancanti, interi
steli consumati, grossi e umidi accumuli di escrementi nerastri.
A volte, quando ero abbastanza vicina ma ancora non riuscivo a
vederlo, il verme si costituiva spontaneamente con un debole ma
minaccioso clickclickclickclick. Mark mi aveva detto che mordevano,
perci li strappavo uno per uno con i miei Leatherman addosso
e li spiaccicavo a terra con gli stivali. Dentro avevano una gelatina
verde acceso; il cuore a sette cavit continuava a pulsare in
mezzo alla terra. Io non osavo voltare la schiena fino a quando non
li vedevo perfettamente immobili.
Luglio incalzava e i raccolti si avvicinarono sempre pi. Ad agosto
sarebbe arrivata la brina a porre un blocco alle erbacce, e cos
non ci avrebbero pi preoccupato. La brina le avrebbe annientate
al posto nostro prima che potessero spargere i semi in giro. Restammo
in piedi met nottata per mettere la parola fine alle partecipazioni
di matrimonio e quando le feci scivolare nell'apertura
della cassetta postale provai autentico terrore.
Quest'uomo che si presumeva dovessi sposare stava impazzendo.
E io con lui. Insieme generavamo un'energia violenta. Mi
ricordo che a vent'anni parlavo della natura del matrimonio con
mia sorella, che ha dieci anni pi di me. Lei era appena uscita da
un matrimonio ed era molto saggia. Ce ne sono due tipi, mi disse.
Il tipo tranquillo e il tipo appassionato. Mark e io formavamo una
miccia, ci mancava solo la scintilla.
Le cose che in astratto ammiravo di pi in lui erano proprio le
stesse che mi facevano impazzire nello specifico. Era un credente.
Un giorno, aveva quindici anni, Mark era a casa da solo e bussarono
alla porta i Testimoni di Geova. Lui apr e li invit a entrare.
Quando qualche ora pi tardi i suoi genitori tornarono a casa,
lo trovarono a fare un'esegesi della sua fede personale, spiegata
in cinque pagine battute a macchina. I Testimoni di Geova stavano
seduti in silenzio all'estremit opposta del divano. Quando lo
conobbi io, la sua fede si era arricchita con gli studi e molti viaggi
nei paesi in via di sviluppo. Aveva visitato villaggi in Kenya,
Ecuador e Messico insieme alla sua famiglia, poi dopo il college aveva
vissuto e lavorato per alcuni periodi in Venezuela e in India. A
suo parere, le vite impoverite, la perdita della cultura rurale e il degrado
ambientale di questi luoghi erano legati all'accelerazione subita
dal ciclo produttivo e di consumo nel resto del mondo. Vide
come i prodotti a buon mercato hanno un costo elevato per qualcuno,
da qualche parte, ma quando arrivano alla grande distribuzione
a migliaia di miglia di distanza, questi costi sono invisibili.
Inizi ad avere remore rispetto ai procedimenti che non poteva
controllare, all'impatto che non poteva calcolare.
Non che fossero conclusioni originali, molte altre persone in tutto
il mondo le avevano individuate e riconosciute per poi tornare a
vivere all'incirca nello stesso modo in cui erano sempre vissute.
Mark non era cos. Cercava il pi possibile di vivere al di fuori della
corrente di consumismo che in America rappresenta la normale
vita quotidiana. Preferiva acquistare di seconda mano qualsiasi
cosa, dalla biancheria intima agli elettrodomestici. Ancor meglio
che di seconda mano era fatto a mano. Mi raccont che aveva il
sogno di riuscire un giorno a fabbricarsi gli spazzolini da denti con
le setole di cinghiale. Odiava la plastica, non poteva sopportare l'idea
di aggiungerne ancora sul pianeta. Odiava lo spreco. Quando
lo conobbi conservava una grossa palla formata dal suo filo interdentale
usato, che teneva, disse in modo vago, perch poteva sempre
essere utile. Se gli chiedevi di essere pi preciso rispondeva
che un giorno ci avrebbe potuto rammendare i pantaloni.
Pensava alle conseguenze di ogni gesto quotidiano. Una volta,
quando eravamo ancora a New Paltz, facemmo una discussione
mentre andavamo allo spaccio; il tema era se fosse meglio comprare
cibo biologico ma non locale, oppure cibo a chilometro zero ma
non biologico. Fu una discussione a una voce sola, praticamente un
monologo, e fu lunga perch, essendo la mia vecchia auto infine
deceduta, e avendo Mark fatto resistenza, non l'avevamo rimpiazzata,
e avendo io, per breve tempo, finto di essere d'accordo con
lui, stavamo andando al negozio pedalando un tandem rimasto in
eredit a Mark dalla sua ultima relazione. Arrivati al negozio io presi
una scatola di un surrogato di caff che volevo provare, per cercare
di disintossicarmi dall'assurda quantit di caff che prendevo in quel
periodo, e lui mi fece notare che non era n un prodotto a chilometro
zero n un prodotto biologico e mi consigli di lasciarlo l. Lo trovai
un atteggiamento scioccante e ridicolo e lo comprai lo stesso.
I miei amici e io non eravamo dei gran credenti. Avevamo pi
o meno concluso l'epoca dell'ironia. Se credevamo in qualcosa, era
nel messicano del Lower East Side, un posto fico che ti vendeva
margaritas illegali in bicchieri da asporto. A mio parere, le regole
erano in un certo senso accessorie, era bello averle ma come cose
da cui ci si pu facilmente staccare. Ma qual  la tua etica? mi
chiedeva Mark quando rimanevamo impigliati nelle discussioni
sul modo migliore di fare qualcosa alla fattoria. Io non ho un'etica
rispondevo. Sono di New York. Sono un'edonista.
La sua fede non era severa e pia. Era in continuo fermento. Credeva
fermamente nella bont e generosit del mondo e delle persone.
E il mondo, in genere, gli rispondeva con bont e generosit.
Quando non accadeva, lui lo ignorava e continuava imperturbabile.
La mia fede nella bont e nella generosit del mondo era
condizionata da un costante feedback positivo, il che presumo la
rendesse un'ipotesi pi che una fede.
Tutta questa fede dava a Mark una forza indomita, senza la quale
non saremmo mai arrivati alla fine della nostra prima stagione.
Non saremmo mai riusciti a capire, attraverso innumerevoli difficolt,
come usare i cavalli per la trazione animale. Era ci che gli
permetteva di convincere gli altri a seguirci. Per una persona come
me, libera dalle pastoie dei valori in cui ero stata educata e
non fermamente in possesso di valori miei, era un qualcosa di fortemente
attraente. Ma nelle settimane precedenti le nozze, ero
profondamente cosciente del fatto che la forza indomita  quasi
la stessa cosa della rigidit, e che avrebbe potuto mettere i paraocchi
a Mark, rendendolo particolarmente inclemente con persone
come me, che non ero sicura n tenace come lui.
E quel coraggio testardo a volte gli dava una grande temerariet,
ma a volte lo faceva scivolare nel ridicolo. Pochi anni dopo
gli inizi, assumemmo dei dipendenti e Mark mand due di loro, James
e Paige, nel campo di cinquanta acri dove mangiava la mandria
di bovini durante l'inverno, per castrare un vitellino nato da
poco. Tornarono molto pallidi, con il vitello ancora in possesso dei
suoi testicoli. Mamma mucca si era agitata quando aveva visto James
che afferrava la zampa del suo cucciolo, perci avevano deciso
che il lavoro sarebbe venuto meglio fatto in tre. Mah disse
Mark. Aveva castrato moltissimi vitelli da solo, con la mamma
che gli muggiva e gli scuoteva la testa l vicino. Occorre solo essere
veloci e decisi e non farsi vedere impauriti, li consigli. James e
Paige lavoravano con noi gi da abbastanza tempo per non arrendersi
al capo. Allora vacci tu' gli disse James.
La madre in questione si chiamava Sinestra, una giovane mucca
nera con il corno sinistro spuntato. Aveva perso il suo primo vitello
l'anno precedente in un periodo molto freddo e umido. Mark
e io lo avevamo individuato in mezzo al campo, con Sinestra che
lo teneva d'occhio muggendo in modo pietoso. I primi giorni ogni
volta che vedevo da lontano una qualche creatura che dormiva nel
campo mi preoccupavo pensando, senza alcuna ragione, che fosse
morta, e facevo molto rumore finch non la facevo trasalire e non
si alzava in piedi. Ma gli animali privi di vita sono piatti e immobili,e c' anche un altro dettaglio pi preciso: l'assenza di flessibilit.
Quando l'hai vista una volta, la morte  evidente, anche da
lontano, e quel vitello era molto ma molto morto, un mucchietto
di foglie marroni bagnate.
Per Sinestra non aveva capito. Tutto ci che sapeva era che le
faceva male la mammella e il suo cucciolo non si muoveva. Quando
fummo pi vicini ci rendemmo conto del tempo che aveva
passato a leccarlo perch il pelo del piccolo era tutto arruffato.
Eravamo andati al campo per dare da mangiare il fieno alla mandria
e quando il cassone fu vuoto ci recammo a prendere il corpo
del vitello che altrimenti avrebbe scatenato la voracit degli animali
selvatici e attirato i predatori. Caricammo il vitello sul cassone
e lo portammo via, ma Sinestra indugi intorno a quel fazzoletto
di campo per giorni e giorni, cercandolo, muggendo. Penso
che nel suo linguaggio senza parole ci accusasse in qualche modo
della sua perdita, e penso che avesse in testa questo quando vide
Mark attraversare il campo in direzione del suo piccolo con una
pinza burdizzo in mano.
Normalmente, la parte pi difficile nella castrazione di un vitello
 riuscire ad acchiapparlo. Sono molto veloci gi appena nati
e sanno scansare le persone e girare su loro stessi, ma se devi
prenderne uno che non ha ancora una settimana, non  impossibile;
un buono scatto, o due, ed  catturato. Dopodich si deve voltare
e mettere di schiena l'animale, assicurarsi che ci siano entrambi
i testicoli e usare una pinza burdizzo a quattro punte per
far scivolare alla base un anello di gomma stretto e forte. Poi si lascia
andare. Mamma mucca in genere gironzola l intorno guardandoti
con il suo occhio peloso, ma finisce tutto cos in fretta
che non ha il tempo materiale per organizzare la confusa melassa
di cui  fatto il suo pensiero in azione.
Per Sinestra probabilmente lo aveva gi pensato. Io non ero
presente, ma James e Paige s. Mark se li era portati dietro per
mostrargli come si fa. Non appena Mark tocc il vitello, mi raccontarono,
Sinestra part alla carica. Mark non credeva che facesse
sul serio, per cui continu a lavorare e Sinestra lo fece cadere e
poi cerc di trascinarlo con le grosse corna. James e Paige erano rimasti
a guardare a distanza di sicurezza, ma quando la cosa si fece
seria intervennero agitando le mani, la infastidirono e riuscirono
ad allontanarla. Sinestra con il vitellino nero al seguito scapp
verso il fienile aperto dove il resto della mandria stava tranquillamente
mangiando il fieno.
A questo punto la maggior parte delle persone si sarebbe considerata
fortunata per aver vissuto un'esperienza del genere senza
gravi conseguenze e se ne sarebbe tornata a casa a pensare qualche
altro sistema. Mark, essendo Mark, si spolver la terra di dosso e
decise di tentare una seconda volta. Questa volta non aveva nemmeno
toccato il vitello che Sinestra lo caric. Aveva corretto i difetti
della prima carica. E questa volta fu pericoloso. Mark sfrecci
cercando un riparo dietro uno dei pali di metallo che sostenevano
il fienile e Sinestra ci si avvent contro prendendolo in pieno
con una forza spettacolare, tanto che l'intero fienile trem. Solo allora
Mark decise che il figlio di Sinestra per il momento si poteva
tenere i suoi testicoli.
Esiste una piccola coda di questa storia e, per giustizia verso
Mark e il suo dannato cerchio magico, sono costretta a raccontarla.
Pochi giorni dopo l'incidente di Sinestra, quando ancora ci stavamo
tutti divertendo alle spalle di Mark, ricevemmo una telefonata
da una coppia che cercava espressamente un vitellino Highland
nero da allevare come toro da monta della mandria. Il nero  un
manto relativamente raro e il piccolo di Sinestra era l'unico di quel
colore della nostra mandria. Volevano pagarlo, e cos il vitellino
nero e i suoi testicoli intatti furono venduti con notevole profitto.
Il matrimonio avrebbe avuto luogo alla fattoria e le persone
che conoscevo nel mio passato sarebbero arrivate e avrebbero visto
la mia nuova vita. I numerosi amici dei miei genitori erano tutti invitati.
Persone della mia citt natale che mi avevano visto entrare
nel mondo con grandi speranze per il futuro. Avevo avuto l'enorme
fortuna di frequentare un'universit della Ivy League e da l mi
ero lanciata nella citt luccicante e misteriosa, e ora questo. Avevo
la sensazione che avessero precise aspettative su di me, che ne
avessero diritto, e che tali aspettative si sarebbero probabilmente
infrante davanti ai ratti che scorrazzavano per l'aia o all'odore di
sterco di maiale. Ero piena di ansie rispetto al mio matrimonio.
Scegliemmo il punto per la cerimonia, un campo pianeggiante
di trenta acri in mezzo alla fattoria, un po' pi alto rispetto al terreno
circostante. Era uno dei nostri campi migliori, con un buon
drenaggio e pieno di trifoglio. Lo tenemmo a pascolo, lo lasciammo
riposare, e tagliammo il fieno a fine stagione, in modo che a
mano a mano che declinava l'estate e arrivava l'autunno prendesse
l'aspetto di un grande prato perfettamente curato. La siepe sui
tre lati del campo era antica e c'erano grossi alberi e tratti di muretti
di pietra, segni eleganti del passato operoso di altri contadini.
Il quarto lato di confine del campo era pi recente e gli alberi
poco pi che sterpaglia e giovani virgulti, a parte una vecchia quercia
nodosa piantata al centro, che troneggiava su tutto il resto. Nessun
regista avrebbe trovato una location pi dolce, o migliore,
per un matrimonio bucolico e la quercia - creatura antica e vigorosa
- sembrava di buon auspicio, simbolo di permanenza e stabilit.
Distava ottocento metri circa dal fienile, troppo per alcuni
dei nostri ospiti, perci pensammo a una navetta trainata dai cavalli,
un lungo cassone verde dove sedersi sulle panche prese in
affitto da Shane Sharpe. Il ricevimento e il ballo avrebbero avuto
luogo nel solaio del fienile ovest. Ci sarebbe stato un po' da lavorare
perch il fienile ovest era senza fieno ma con molti piccioni,
non aveva luce e si poteva guadagnare solo salendo per una scala
a pioli appoggiata a una parete laterale.
Provai a guardare la casa nel modo in cui l'avrebbero vista i
nostri ospiti. Aveva le sue qualit. Era squadrata e solida, robusta
come uno stivatore. Nelle fondamenta era inciso l'anno, 1902, e
aveva resistito tutti quegli inverni e quelle estati; il padre di Mark,
che si era guadagnato da vivere costruendo case, disse che era
stata edificata molto bene e con cura. Aveva grosse finestre a colonnine
e due camini. Il vecchio camino della cucina era fatto di
mattoni, e dentro era in rovina. Eravamo penetrati attraverso la parete
sopra ai fornelli per indagare e il buco era rimasto, coperto
alla meglio da una teglia di alluminio usa e getta. Il camino pi
recente, sul lato est della casa, era fatto di blocchi di masonite:
era brutto ma funzionante.
Avevo visto delle vecchie fotografie della casa, come era in origine,
ed era molto bella, con un elegante vialetto di pietra che conduceva
a un portico con colonne, che faceva ombra al portoncino
principale. Quando arrivammo noi, il portico era stato chiuso
malamente e le colonne non si vedevano pi, avevano abbassato leggermente
la copertura del portico con una diversa angolazione, e
le grandi finestre del secondo piano erano state sostituite con piccole,
ermetiche, dozzinali porcherie che davano alla facciata un
effetto strabico. Una era ancora rotta, era rimasta cos dal nostro arrivo.
Il grazioso portoncino non veniva utilizzato, era rimasto vittima
della bieca ristrutturazione del portico. Noi usavamo l'entrata
di servizio, dove le perdite del tetto avevano creato grosse macchie
e buchi nel cartongesso che rivestiva il muro e c'era una
perenne puzza di umidit. Le perdite rimasero perch il problema
era il modo in cui era costruito il tetto. I buchi nei pannelli c'erano
ancora, ma il colpo di grazia alla decenza fu quando decidemmo
di rifilare i bordi sbrindellati, in modo che il cartongesso sfrangiato
non sfiorasse la testa della gente che entrava in casa.
Dentro, la casa era una specie di parodia della cultura locale,
con pareti di graticcio intonacato e pavimenti di legno di quercia,
ma ricoperti di linoleum, moquette verde, carta da parati che cadeva
a pezzi, pannelli di compensato (al piano inferiore marrone
standard; di sopra di un bianco e verde introvabili in natura) e, in
cucina, un parato di finti mattoni anticati che non aveva mai ingannato
nessuno, anche quando era nuovo. Questi elementi derivavano,
a quanto ne sapevamo noi, dall'ultima ristrutturazione che
risaliva a trent'anni prima, e da allora in poi la casa era stata intensamente
abitata. In paese avevamo sentito dire che a un certo
punto ci vivevano sedici persone, tutti ragazzi appena usciti dalle
superiori. Avevano lasciato buchi grossi come pugni sui pannelli
di rivestimento, adesivi delle gare automobilistiche NASCAR attaccati
dietro le porte e numeri di telefono scribacchiati a matita sul
compensato bianco e verde.
Sognavo dei lavori per la casa. Credevo nella buona struttura di
base. Ma nel caos dell'anno d'esordio della fattoria la trattai malissimo,
anche peggio dei precedenti inquilini, che perlomeno spazzavano
i pavimenti e passavano l'aspirapolvere. Il piano terra era perennemente
infangato dal passaggio degli stivali che arrivavano dritti
dritti dai campi. Quell'estate, un pomeriggio la povera vecchia Nico
si ritrov chiusa a chiave nell'ingresso di servizio durante una
tempesta. Terrorizzata dai tuoni, presa dal panico, cerc di aprirsi
un varco a morsi nella porta. Nico se la cav bene, ma la porta risult
completamente maciullata, incurvata e squarciata nella parte
inferiore, e noi non avevamo trovato il tempo per ripararla.
In cucina avevamo installato un lavello di acciaio inossidabile
di tipo industriale, a tre vasche, e sopra avevamo inchiodato un
rozzo scolatoio fatto di tubi di acciaio e rete metallica, dove appoggiavamo
i bidoni del latte e i secchi di acciaio in attesa di una
latteria. Avevamo conficcato un pesante gancio al soffitto della
cucina per appendere i quarti di bue da dividere in pezzi, in attesa
di un locale da adibire a macelleria. Davano alla cucina un tocco
di violenza, e un'aria industriale, molto sadomaso. Niente tendine
alle finestre e mobili minimalisti, roba usata di famiglia, pi
qualche raro pezzo salvato dalla mia casa newyorkese. Non possedevamo
un divano, ma solo le sedie per mangiare, scomode e
rigide, intorno al grande tavolo di legno di pino. Il messaggio era
chiaro: in questa casa non si sta seduti. C' solo lavoro e sonno.
Eravamo gli unici in tutto il circondario a non tenere il prato
perfettamente falciato. Nell'Essex anche i delinquenti e gli ubriachi,
quelli che picchiano le mogli e i disoccupati cronici falciano
il prato. In periferia si vedono magari automobili abbandonate
nei cortili come arredi permanenti, ma il prato tutt'attorno viene
falciato ogni settimana. I nostri anziani vicini, gli Everhart, tenevano
il prato oltre che perfettamente tagliato anche abbellito con
piccole sculture, vaschette per uccellini circondate da viole del
pensiero e una specie di proiettore impermeabile per diapositive
che, nei giorni di festa, quando scendeva il buio proiettava sul
muro della casa un'immagine appropriata, dalla bandiera per il 4
luglio al pupazzo di neve per Natale.
Nel nostro prato, intanto, cresceva la sterpaglia. La osservavo
correndo avanti e indietro con cassette, attrezzi o bastoni in mano,
sentendo nascere dentro di me un senso di ripugnanza, sapendo che
nella mentalit della nostra comunit era un marchio di infamia,
un fallimento. Una sera di inizio estate afferrai il piccolo tosaerba
elettrico che ci avevano dato i miei genitori e feci un tentativo di
rasarlo, ma ormai l'erba era cos lussureggiante che era come tentare
di tosare una pecora con un paio di forbicine da unghie. Ottenni
una striscia di erba schiacciata e malconcia al limite del prato,
poi mi arresi. Ad agosto era cresciuto troppo, al punto che poteva
inghiottire cani e bambini piccoli. La nostra comunit ha una
discreta quota di persone eccentriche ed  tollerante, ma ero sicura
che il prato infastidisse i vicini per il semplice fatto che non ci
prendevano in giro su questo argomento. Altre stranezze, come il
paio di corna di una Highland che Mark e Shane Sharpe montarono
sul cofano dell'Honda, come fosse un'auto che sfoggia un paio
di baffi a manubrio, scatenavano continuamente ilarit alle nostre
spalle. Sul prato gravava un minaccioso e sinistro silenzio.
Mark  impermeabile a questo genere di pressione sociale e in
generale disprezza i prati. Per lui l'erba serve a pascolare. Ed ecco
trovata la soluzione. Forse non avremmo mai trovato il tempo
per falciare il prato, ma se fosse stato abbastanza fertile e la mandria
sufficientemente affamata avremmo potuto trovare il tempo
di costruire una recinzione. Qualche settimana prima del nostro
matrimonio, circondammo il prato con una recinzione elettrificata
e ci trasferimmo la mandria. Le mucche da latte furono dirottate
nell'appezzamento pi piccolo, di l del vialetto.
La mandria bruc il prato per tre giorni. Ci addormentavamo con
Rupert che richiamava le mucche da latte: una serie discendente di
funeree note basse, il suono di un desiderio monumentale. Poi un
allarme irascibile, una nota sempre pi alta fino a ci che per un toro
si pu definire tenorile, il suono di un desiderio bloccato da una
recinzione elettrificata. Ci svegliavamo con il delicato rip-rip delle
mucche che pascolavano proprio sotto la finestra della nostra camera
da letto e facevamo colazione, nell'alba nebbiosa, con i muggiti delle
mamme che chiamavano nelle brume i piccoli ancora addormentati.
Mentre mi lavavo i denti, le osservavo dalla finestra del bagno
al piano di sopra. Avevano disturbato il germano reale che stava nidificando
vicino allo stagno, ma le rondini arboricole bicolori erano
elettrizzate dall'aumento di popolazione dei volatili. Aprivo la finestra
e salutavo la mandria, che mi rispondeva, in coro, e tutte alzavano
la testa per guardarmi, con le mandibole al lavoro. Quando tornarono
a un pascolo fresco, il prato era di nuovo un prato, completamente
distrutto all'altezza di qualche centimetro da terra. I vicini
annuirono in segno di approvazione, e io cancellai la voce falciare
il prato dalla lista delle cose da fare prima del matrimonio.
La mia amica Alexis venne a trovarmi di nuovo alla fine dell'estate,
di passaggio mentre stava andando in Grecia. Quando eravamo
entrambe studentesse, un'estate avevamo visitato insieme
Roma per scrivere saggi di letteratura di viaggio, e andavamo al
Pantheon a mangiare il gelato sedute all'aperto e a guardare i ragazzi
con i capelli neri che sfrecciavano in Vespa.
Era l'ultimo giorno della fiera della contea. Il grasso nelle immense
friggitrici era irrancidito, il grido dei venditori ormai rauco
ed esausto. I rimorchi trainati da cavalli e i pick-up raggiungevano
i depositi per caricare i progetti 4-H: oche, conigli, galline, vitelli,
pony, pecore, insieme a lettini per bambini, sacchi a pelo,
borse termiche, striglie, cera per zoccoli e tosasiepi elettrici. Gli
animali avevano l'aria stanca. I bambini avevano l'aria stanca. I
genitori avevano l'aria stanca. Nel fienile, i ragazzi pi grandi avevano
decorato gli stalli dei cavalli con fiori di plastica e bandiere,
fotografie, nastri della fiera, preghiere scritte a pennarello in bella
calligrafia (Grazie, Signore, per averci dato i cavalli e per averci
dato Ges, che ci salva dall'inferno) e, su un altro cartellone,
un messaggio in memoria dello zio di qualcuno, appena caduto
in Russia, affogato, veniva espressamente specificato, in un incidente
sul mar Nero. Uscimmo dal fienile nel pomeriggio luminoso.
La ruota panoramica girava contro un cielo senza nuvole. L accanto,
nella Fioral Hall, gli antiabortisti avevano appeso al bordo
del tavolo tanti feti di plastica rosa. I Repubblicani avevano un
banchetto e io salutai il nostro vicino Ron che stava distribuendo
opuscoli rossi, bianchi e blu. Dall'altra parte della stanza affollata,
un uomo con la barba vendeva oggetti di cuoio martellato, sulla
bancarella pendevano borse e cinture, con le fibbie a sbalzo in
cui cervi dall'aria stupita esibivano enormi palchi di corna.
Tornate fuori, superammo lo stagno delle anatre, il sentiero per
i pony e l'uomo degli animali esotici, che stava riponendo i suoi serpenti.
Alexis e io ci mettemmo in fila davanti a un camioncino per
comprare salsicce ricoperte di farina di mais e fritte, e un gelato.
Pubblicizzavano un bicchiere di bibita gasata grande come un barilotto.
Mi stavo domandando chi mai si sarebbe comprato una
cosa del genere quando lo chiesero ben tre persone in fila davanti
a noi e il tizio dietro di noi. La folla sciamava verso la tribuna centrale,
i polsi incurvati dai barilotti, per mettersi in fila per comprare
i biglietti per il Demolition Derby, una gara in cui si tenta di sfasciare
le auto degli avversari. L'entrata per il derby costava cinque
dollari, l'ingresso alla fiera costava dieci dollari, compresi i bambini,
perci una famiglia di quattro persone aveva sganciato sessanta
dollari prima ancora di avvicinarsi a un hot dog o a un gallone
di bibita gassata e vedere qualcosa.
Negli stand c'erano prendisole e canottiere, tatuaggi, ragazze
magre e donne grasse, tasche che spiccavano sulle natiche nei jeans
sfrangiati. Magliette con i marchi di compagnie petrolifere e di fabbriche
automobilistiche. Molti bambini piccoli si buttavano rimbalzando
come palline di un flipper contro le gambe pazienti di famiglie allargate.
Sul circuito delle corse dei cavalli avevano piazzato pesanti blocchi
di cemento per costruire delle barriere, e avevano formato cos
un rettangolo lungo quarantacinque metri circa. Un'autocisterna del
Dipartimento dei Trasporti spruzz dell'acqua sul terreno polveroso
finch non si cre uno strato di fango spesso alcuni centimetri.
Fuori dalle barriere si stavano allineando le auto in gara. Nelle settimane
precedenti gli uomini avevano lavorato su queste auto nei
giardini dietro casa, tutte le sere e i week-end, per una tradizione
che si tramanda di generazione in generazione, sacra come il Natale.
Avevano truccato i motori e tolto il vetro dai parabrezza, chiuso ermeticamente
portiere e portelloni, sostituito i normali serbatoi di
carburante con piccoli contenitori da un gallone. Alcuni avevano
imbottito di gommapiuma il telaio delle portiere e l'avevano fissata
con nastro isolante. Le auto erano decorate a scacchi e a strisce, su
alcune erano dipinte frasi bellicose (Ti far male), o umoristiche
(Vado a birra) o con nomi di famiglia e delle persone amate
(Pap & Samantha, Ciao Foxy e Jessica, il nostro angoletto,
con quel disgraziato errore di ortografia scritto con tanta cura a
stampatello su una Olds anni Ottanta verde prato). C'erano dodici
auto per ogni batteria. Ruggivano nelle corsie come leoni a motore,
pieni di testosterone meccanico, in una corrida americana.
Nella prima batteria si sfidavano le quattro cilindri, auto di piccole
dimensioni. Si schierarono in quattro file di tre auto ciascuna,
una davanti all'altra. Chiesi alla famiglia che ci stava seduta accanto
di spiegarci come funzionava e mi dissero che vinceva l'ultima
auto che riusciva ancora a muoversi quando le altre erano KO, che
i piloti esperti tamponano le altre auto con la parte posteriore, non
con il davanti, per salvare il motore, e non troppo forte se vogliono
arrivare a fine gara vincendo un po' di soldi. Gli altri, quelli
con meno esperienza, o quelli che non possono resistere alla tentazione,
vanno sparati con l'acceleratore a tavoletta contro gli avversari,
sfasciando nell'attacco anche le loro auto.
Sventol la bandiera verde e le auto si avviarono stridendo una
contro l'altra. Da un momento all'altro il volume si alz fortissimo,
tanto che non si riusciva a sentire le proprie grida, un muro di rumore
universale. Quando una lamiera colpiva un'altra lamiera non
si sentiva nessun rumore, si percepiva l'impatto nelle ossa. I piloti
venivano sballottati da un lato all'altro delle auto, sbattendo
con i caschi contro i telai delle portiere senza finestrino. Nel giro
di pochi secondi dal cofano di un'auto uscirono lingue di fuoco e
un fumo oleoso si alz verso le tribune, perci il segnalatore ferm
l'azione per permettere ai pompieri di arrivare con gli estintori.
La batteria dur dieci minuti. Si esaur lentamente, a mano a
mano che le auto si spegnevano o si inceppavano. Alla fine rimase
solo un'auto che si muoveva a malapena, e questa zoppicante sopravvissuta
fu dichiarata la vincitrice. La pista era ingombra di carcasse
di auto, che emanavano fumo e vapore, e perdevano liquidi.
Arrivarono due camion a quattro ruote motrici per trainare
via le perdenti. Gli autisti dei camion erano ragazzi delle superiori,
vestiti con jeans e cappellini da baseball e nessuna maglietta a
coprire il petto glabro, e facendo manovra fra le auto emanavano
l'abilit e la competenza del proprietario. Alcune belle ragazze con
i capelli lunghi e le spalle abbronzate gli sedevano accanto nei posti
centrali delle tribune e sul pianale dei camion, dove erano stati
appoggiati sedili imbottiti vicino alle cabine di guida. Le ragazze
portavano top con le bretelline e mini-shorts, grandi cerchi alle
orecchie e occhialoni da sole, non sorridevano e fingevano che
nessuno le stesse guardando.
Dopo arrivarono le auto pi grandi, poi le muscle car e da ultimo
ci sarebbero state le mamme nella categoria minivan, ma ormai
non ne potevamo pi. Il fumo, il rumore, la tensione. In aggiunta
al clamore della fiera era davvero troppo e noi eravamo sfinite.
Le batterie andavano avanti per ore e i vincitori si sfidavano a
vicenda, fino al vincitore finale che avrebbe ricevuto un assegno
di mille dollari. Alexis e io scavalcammo gambe e piedi e passammo
sfiorando la folla inchiodata a guardare, uscimmo dalle tribune
e tornammo fra schiere di bancarelle da cui pendevano alveari
rosa di zucchero filato e animali di peluche sovradimensionati. Si
accesero le luci e sotto il bagliore pacchiano, con il tramonto alle
spalle, camminavano avvinghiate coppie di ragazzi e ragazze giovanissimi
che si erano incontrati alla fiera, si chiamavano l'un l'altra
ad alta voce per mascherare l'intimo gesto del toccarsi, come
se il volume della voce potesse rendere invisibile il desiderio.
...
.
...
QUINTA PARTE.
...
.
...
AUTUNNO.
...
.
...
I campi sono un calendario a colori. Finiti gli ultimi scampoli di
estate, la tavolozza del nostro mondo vir dal verde brillante al verde
scuro, poi all'ocra, al grigio spento e a tutte le sfumature dell'oro.
I giorni diventavano sempre pi corti, la luce prese una tonalit
dorata. Macchie di colore spuntavano qua e l sugli alberi:
rosso, arancio e giallo. Le zucche diventarono delle boe nei campi
di terra smorta. Fiorirono i girasoli piantati per ultimi, e in cima
agli steli, a tre metri dal terreno, i fiori erano pieni di api. La
verga d'oro in fiore nella siepe era perfettamente intonata al colore
delle fedi nuziali che da pi di un anno conservavo in una scatolina.
Le avevo comprate da un orafo in Birmania quando mi
trovavo l per lavoro, appena fidanzata. Le comprai senza sapere
la misura del dito di Mark. Tirai a indovinare supponendo che
avesse un dito pi grande della media dei birmani, perci perlustrai
le bancarelle del mercato per prendere la fede pi grande
che riuscissi a trovare. La trovai, con la compagna, in una bottega
tappezzata di seta rossa e profumata di legno di sandalo. Ventiquattro
carati, giallo scuro, molto semplici, pesanti, opache, deliziosamente
sobrie e austere, come solo l'oro pu essere. La mia era
troppo grande e pensai che quella di Mark fosse troppo piccola,
ma contai di farle regolare a casa. Quando lo dissi alla proprietaria
del negozio, mi parl con tono grave. Non tagliare disse rigirandosi
le fedi fra due dita. Porta male. Non rompere amore.
Era settembre, in piena stagione del raccolto, giorni in cui si
cavano carote, si cavano barbabietole, si ammucchiano sacchi da
cento libbre in cantina. Mark falci i solchi di fagioli neri e di fagioli
rossi, secchi e duri nei baccelli friabili e io li raccolsi con il forcone,
gambi compresi, e li caricai sul carro, che i cavalli trainarono
lentamente lungo il solco. Trasportammo a casa una catasta traballante
alta quasi due metri in bilico sul pianale del carro, la spargemmo
sul pavimento di cemento del magazzino e ci mettemmo a
liberare i fagioli dai baccelli percuotendoli con le verghe che ci
eravamo costruiti con manici di scopa legati con lo spago che usavamo
per le balle.
Quando avevamo terminato il raccolto in un'intera zona di un
campo, ci spargevamo il compost, per reintegrare la terra con sostanze
nutritive e prepararla ai raccolti dell'anno venturo. Avevamo
il nostro compost, un cumulo alto due metri e largo tre metri
e mezzo, che serpeggiava a venti metri di distanza dall'altra parte
dell'aia. Il nucleo centrale erano le undici tonnellate di mais andato
a male che quell'inverno, appena arrivati, ci aveva dato un vicino
che coltivava cereali. Sopra al mais, avevamo ammucchiato tutto
il materiale organico che non potevamo pi utilizzare in altro modo:
letame, erbacce strappate nei campi, paglia di stalla intrisa di
urina, fieno malsano, interi bushel di verdure sfiorite che non facevano
gola nemmeno ai maiali o ai polli, pi le parti degli animali
macellati che non mangiavamo, la pelle, gli intestini, lo stomaco,
la milza, il pancreas, i polmoni, gli zoccoli, le corna.
Con un buon equilibrio di carbonio e azoto, il corretto quantitativo
di acqua e una massa adeguata, un cumulo di compost pu
digerire qualsiasi cosa che un tempo era viva. Durante l'inverno
precedente, il cumulo rilasciava delicate nuvolette di vapore, come
il fumo in una discoteca. Aveva un suo odore, non sgradevole,
come di focaccia leggermente ammuffita messa sulla piastra infuocata.
In superficie era tiepido al punto giusto da far depositare
le uova alle mosche. Trenta centimetri sotto la superficie, era
tanto bollente da bruciare i semi delle erbacce, tanto bollente da
ustionare una mano curiosa. Fra tutte le sconcertanti novit di quel
primo anno, il calore generato dalla decomposizione, l'intensit e
la durata di questo calore, fu la pi sorprendente, quella che mi
faceva sbattere la mano sul ginocchio commentando: Chi lo
avrebbe mai detto che il calore  generato dall'azione di orde di
microorganismi, qualche miliardo dei quali vive in un unico cucchiaio
da cucina di terra. Sono l dentro, ci mangiano, si riproducono
e muoiono, autoalimentandosi e rilasciando l'energia che
gli organismi pi grandi - le piante e gli animali - avevano immagazzinato
quando erano vivi, energia che arriva, in origine, dal sole.
Secondo me vale la pena di infilare una mano in un cumulo di
compost in inverno, perch ha del miracoloso, e ci si ustiona con
una serie di soli, tutti quelli che sono sorti e tramontati l'estate
prima.
Per tutto l'inverno e in primavera avevamo smosso il cumulo
di compost con la pala meccanica del trattore, spostando nel centro
bollente il materiale pi freddo che stava in cima e ai bordi
del cumulo. Dopo il rimescolio la temperatura risaliva nuovamente,
ma non a livelli altissimi. Mescola, scalda, raffredda, ricomincia.
Il volume del cumulo si ritirava sempre pi e alla fine dell'estate
era ridotto della met, i singoli materiali organici si erano
fusi in un'unica sostanza ricca di azoto, nera e friabile, pronta da
spargere sui campi.
Quella settimana Mark era rimasto qualche volta fino a tarda
sera in officina a riparare lo spargiletame a trazione animale che
avevamo comprato per il compost. Lo riempimmo di compost a
palate per un quarto della sua capacit e lo portammo nei campi
per testarlo. Era un vecchio e ottimo attrezzo. In pratica si tratta
di un carretto con una piccola cassa di legno con le pareti alte.
Sotto la cassa scorrono due catene, che collegano un set di tre
fruste sul retro. L'ingranaggio delle catene e delle fruste  azionato
dalle ruote del carretto. Quando misi in moto l'ingranaggio, i
cavalli avanzarono, la catena si mosse e fece ruotare vorticosamente
le fruste, e il compost venne lanciato in un arco ampio e alto
dietro al carretto in movimento. Mark e io esultammo. Poi, a
met di un solco, le fruste colpirono una zolla di compost scagliandola
in avanti invece che indietro. Veleggi sopra la mia testa
e piomb sulla groppa di Silver. Allarmato, il cavallo abbass
le orecchie e aument l'andatura. Anche la catena e le fruste si
mossero pi in fretta, e fecero molto pi rumore. I cavalli, innervositi,
provarono a correre e mi ci volle tutta la forza che avevo
per tenerli. Dopo questo episodio, Silver non si fid pi dello
spargiletame. Quando azionavo il meccanismo, lui irrigidiva il collo e
muoveva la testa a scatti verso l'alto.
I cavalli e io riuscivamo a spargere una tonnellata di compost
nel tempo necessario ad attraversare il nostro campo longitudinalmente,
cio in meno di tre minuti. La parte noiosa del lavoro
era caricare la tonnellata di compost sullo spargiletame. Mark mi
aiutava a spalarlo con un forcone, a mano, e ogni carico durava
venti minuti. Con l'avanzare delle ore eravamo sempre pi stanchi
e a ogni carico ci mettevamo sempre di pi. Nel pomeriggio il
trattore e la sua pala meccanica iniziarono ad avere un'aria molto
invitante. Si sarebbe fatto lo stesso lavoro con due cucchiaiate
che non richiedevano il minimo sforzo. L'unico problema era che
Silver odiava quel trattore. Quando gli passavamo davanti dentro
al fienile dove era parcheggiato gli lanciava delle occhiate come
se fosse stato un lupo acquattato nell'ombra. Avevo paura che il
rombo del trattore, che lui non poteva vedere, lo avrebbe spaventato
troppo. Ma eravamo stanchi e si stava facendo tardi. Mark
mise in moto il trattore promettendo che si sarebbe fermato e lo
avrebbe spento se Silver si fosse eccitato. Io scesi dal mio seggiolino
sullo spargiletame e mi avvicinai alla testa dei cavalli, perch
con i cavalli da sella avevo sempre fatto cos per dargli fiducia.
Quello che accadde in seguito lo ricordo come fosse un film.
Campo lungo su di me vicino alle teste dei cavalli, una briglia in
ognuna delle due mani, sto guardando le orecchie di Silver. Primo
piano sulla pala blu del trattore, traboccante di compost. La colonna
sonora  un vibrante motore diesel acceso. Stacco su Silver
che fa una specie di balletto ma riesce ancora a resistere. Poi la
pala che scarica dentro lo spargiletame, Silver che inarca la schiena
e rimane immobile, la pala fa un rumore metallico urtando il
fianco dello spargiletame e Silver scoppia, sposta il peso sulle anche,
stacca la parte anteriore dal suolo, solleva la testa in aria a
due metri e mezzo d'altezza, la mia mano perde la briglia. Poi si
vedono i posteriori di due cavalli in una corsa sfrenata e lo spargi-
letame che sfreccia come un razzo sul vialetto raggiungendo la strada
principale, le inutili briglie fra le ruote che girano all'impazzata,
impossibili da raggiungere come la luna.
Da allora ho avuto pi di un'occasione per domandarmi cosa
si prova a essere un cavallo in fuga. So che si prova paura, ma so
anche che  una specie di gioia o, se non proprio gioia, almeno
euforia, un senso di abbandono. Un cavallo domato  sempre in
equilibrio fra istinto e addestramento, e correre vuol dire cedere
all'istinto, al potente impulso di usare le lunghe zampe per lo scopo
per cui si sono evolute, per mettere uno spazio fra se stesso e
la morte. Per questa ragione, di un cavallo che  fuggito una volta
non ci si pu pi fidare come prima. Ha sperimentato la possibilit
di fuga.
Non ricordo di aver fatto consapevolmente un salto per allontanarmi
da Silver quando lui si impenn, ma solo che da un momento
all'altro mi ero spostata e i cavalli stavano correndo. Il rumore
metallico dello spargiletame gi per il vialetto era come benzina
sul fuoco. Invece di scappare dal rumore del trattore, i cavalli
correvano via da quel fracasso infernale, che non potevano allontanare
perch lo avevano attaccato dietro di loro. Correvano con
il collo tutto in avanti, il morso allentato, al galoppo. In modo del
tutto ridicolo, io gli correvo dietro. Ricordo di essermi strappata
di dosso la giacca e di averla fatta cadere sul vialetto, come se questo
potesse farmi andare pi veloce. La distanza fra me e loro divent
incolmabile nel giro di qualche secondo, e aumentava, sempre
di pi, sempre di pi. Quando giunsero alla fine del vialetto
erano gi centinaia di metri lontani da me. Feci un tentativo incitandoli
a bloccarsi prima di arrivare alla strada. Non si fermarono.
Svoltarono. Adesso galoppavano paralleli alla strada, sul sentiero
che costeggiava il confine del campo. Mi allontanai dal vialetto
e attraversai correndo un campo, sperando contrariamente
a ogni logica di prendere una scorciatoia, raggiungerli e... cosa?
Bloccarli saltandogli davanti? Con la coda dell'occhio vidi Mark
sfrecciare come un razzo nel vialetto. Era saltato gi dal trattore e
aveva inforcato la bicicletta e stava inseguendo i cavalli a tutta velocit,
inclinato in avanti nella posizione del corridore, due pistoni
al posto delle gambe, muto, rapido.
Nel cervello mi pulsava adrenalina, passavo in rassegna le varie
possibilit, che andavano di male in peggio. Il campo seguiva
la strada a est per mezzo miglio prima di trasformarsi in bosco. Fra
il campo e la strada c'era un fosso. Una volta raggiunto il bosco,
si sarebbero fermati? O sarebbero finiti nel fosso, distruggendosi?
Oppure avrebbero svoltato continuando a correre intorno alla
fattoria finch qualcosa non li avesse ostacolati o buttati a terra?
La risposta non  nelle domande qui sopra. Verso la fine del
campo c'era una sezione del fosso profonda tre metri con un canale
sotterraneo che aveva una sua copertura. Con ordine, come
se avessero previsto ogni cosa, i cavalli rallentarono leggermente
l'andatura, girarono di novanta gradi sopra al canale sotterraneo
in direzione della strada, e svoltarono ancora, riprendendo a correre
verso est, ora sull'asfalto, verso il paese.
Avevano oltrepassato la linea gialla, perci almeno correvano
nella corsia giusta, come erano stati addestrati a fare, e non andavano
sparati contromano. Riuscii a sentirli pi a lungo di quanto
non riuscii a vederli, perch le ruote metalliche dello spargiletame
sferragliavano in modo infernale. Quando arrivai alla strada
non c'erano pi, li avevo persi di vista quando avevano superato
una collinetta, e avevo perso di vista anche Mark, che pompava come
un pazzo dietro di loro, guadagnando terreno. Pure Nico era
per strada, trascinata dall'eccitazione generale correva zoppicando
sulle zampe artritiche, chiudendo il corteo. Al mio ultimo avvistamento
erano a mezzo miglio dal paese. Se arrivavano in fondo
alla strada, che finiva a T, il peggiore degli scenari possibili sarebbe
ulteriormente peggiorato.
Mi misi in mezzo alla strada e fermai la prima auto che pass,
che aveva alla guida un signore di mezza et con la barba. Fu coraggioso
a fermarsi, ero ansimante, con i capelli dritti, imbrattata
di letame. Mi fece accomodare sul sedile passeggero della sua auto.
Cercai di controllare il respiro e gli dissi che i miei cavalli erano
fuggiti, poi gli chiesi se poteva portarmi verso il paese, lentamente.
Mi chiese da quanto tempo erano fuggiti e io risposi che
credevo fossero passati una quindicina di minuti, una cosa ridicola,
a ripensarci. Non potevano essere passati pi di tre minuti.
Lui non fece commenti e io non offrii ulteriori dettagli. Sapevo che
la fine della storia era molto vicina, e ne ero terrorizzata. Su quella
strada il traffico era scarso ma veloce. Il pensiero di uno scontro
mi era insopportabile, e poi Mark era orribilmente indifeso su
quella bicicletta. Pensavo che i cavalli non ce l'avrebbero fatta a tenere
quel passo ancora per molto prima che uno dei due inciampasse
e finisse a terra e non riuscivo assolutamente a immaginare
cosa sarebbe successo dopo. Ricordo di aver calcolato quanto
avrei impiegato per tornare alla fattoria a prendere il fucile, in caso
fosse servito.
Fu un miglio lunghissimo quello percorso nell'auto di questo
signore.
Non appena raggiungemmo la cima della piccola altura, vidi i
cavalli che venivano verso di noi nella corsia giusta, con passo misurato,
immersi nella luce dorata del tardo pomeriggio, come nell'inquadratura
finale di uno sdolcinato film hollywoodiano. Mark
era sul seggiolino dello spargiletame con le redini in mano, sorridente,
e Nico gli trotterellava dietro con la lingua di fuori. Nessuno
dei due cavalli sembrava azzoppato e non vidi tracce di sangue.
Tornai a casa nel cassone dello spargiletame e Mark mi raccont
com'era andata. Era riuscito a raggiungere i cavalli, li aveva
superati con la bici, aveva pian piano rallentato e gli aveva urlato
Oh!. I cavalli stavano correndo nella corsia di destra, ma quando
se lo videro di fronte cambiarono direzione e virarono a sinistra.
In quel momento giunse un'automobile da dietro, il conducente
vide cosa stava succedendo e - incredibilmente - li sorpass
con un buon margine a sinistra. La macchina super i cavalli e
inizi a frenare, e i cavalli rallentarono un po'. Chiunque fosse alla
guida dell'auto, per, cambi idea perch ripart a tutta velocit,
lasciandosi alle spalle Mark e i cavalli al galoppo. Mark cerc in
ogni modo di rimanere davanti e leggermente alla sinistra dei cavalli,
cos che questi scivolassero sempre pi verso destra finch
Sam, che era attaccato sulla destra, non fin sulla soffice banchina
erbosa della strada. Mark si sent male vedendo che stavano arrivando
in un punto in cui c'era un guardrail, un palo metallico da
cui partivano tre grossi cavi elettrici. In due falcate ci erano arrivati,
un cavallo per lato. Un'altra falcata e il palo sarebbe finito in
mezzo ai cavalli e avrebbe urtato lo spargiletame, e a quella velocit
lo spargiletame si sarebbe ribaltato o peggio, ed entrambi i
cavalli sarebbero rimasti storpi o uccisi.
Questo era ci che sarebbe potuto accadere. Ci che accadde
realmente fu che Sam corse da un lato del guardrail e Silver dall'altro,
ed entrambi passarono da una folle corsa a un arresto perfetto
nel giro di una falcata, e lo spargiletame si ferm a trenta
centimetri dal guardrail, ed entrambi i cavalli rimasero fermi immobili,
senza fiato, e poi Mark arriv alle loro teste. Mi raccont
che quando allung la mano per afferrare le briglie i cavalli non
sembravano presi dal panico, ma piuttosto imbarazzati. Prese in
mano le briglie, si sedette al suo posto, li fece tornare indietro per
uscire dal guardrail, e poi girarono e iniziarono il viaggio verso
casa.
Quando torn la pioggia venne il momento di mettere da parte
il cibo per l'inverno. Venne la mia vicina Beth per fare i pomodori,
e li mettemmo nei vasetti, ma con la minima fatica possibile,
senza prenderci il disturbo di togliere buccia e semi, solo tagliandoli
alla meglio a pezzi e buttandoli in una pentola a sobbollire per
una notte intera fino a ridursi a una pasta densa. Ne mettemmo
in vasetto quarantacinque chili, con l'intero immenso tavolo di
legno della cucina letteralmente ricoperto di pomodori e di succo.
Me li sognavo la notte.
Mark e io comprammo un congelatore a pozzetto e lo installammo
nel seminterrato riempiendolo di sacchetti di verdure pulite:
bieta, cavolo nero, broccoli, una fortunata ondata tardiva di
spinaci, gli ultimi fagiolini e fagioli di soia. Nel corso della stagione,
gli abbonati erano diventati pi di trenta e i campi rendevano
a sufficienza per mettere da parte per tutti in abbondanza.
Quando il freezer fu pieno e io non ne potei pi di mettere
pomodori in vasetto, iniziammo a fare le conserve in vasi di terracotta.
Indispensabile libro guida fu il bizzarro Wild Fermentation
di Sandor Katz. Seguendo le sue direttive, riempii vasi di coccio da
cinque galloni con uno strato di aglio e aneto, qualche manciata
di foglie di vite che aggiungeva il tannino, per dare la consistenza
croccante, e poi un intero bushel di cetrioli, e ricoprii il tutto con
salamoia. Sandor sosteneva che non servisse altro. Ero scettica, ma
aveva ragione lui. Due settimane dopo i cetrioli sottaceto erano
pronti: piccanti, agliosi e vivi, buoni come quelli di Guss' del
Lower East Side.
Poi fu la volta delle patate ed erano sconfortanti. Le piante rampicanti
erano sfiorite nella parte alta dei solchi, e sottoterra i tuberi
erano grandi come il pugno di Mark, e ce n'erano dieci per ogni
patata piantata, per un totale di quattro tonnellate e mezzo. Ero
stanca, e il pensiero di tutto quel peso mi gett nel panico. Mark
apr l'elenco del telefono e chiam tutte le persone che conoscevamo
nella nostra zona, abbonati, amici e conoscenti. Non avevamo
idea di quanti sarebbero venuti per il raccolto, ma ogni persona
in pi sarebbe stata di aiuto.
Arriv il sabato prestabilito e caricammo il carro con cassette
da un bushel, poi attaccammo Sam e Silver al cavapatate. Avevamo
comprato la macchina a un'asta e non l'avevamo
provata, perci
non eravamo perfettamente sicuri che funzionasse. Si aggancia
all'avantreno e ha un vomere che sprofonda sotto la colmatura del
solco, in modo che, quando i cavalli tirano, affiora in superficie uno
spesso strato di terreno insieme alle patate che contiene. C' un seggiolino
per una persona da cui regolare la profondit di penetrazione
nel terreno. La parte posteriore della macchina  un nastro
meccanico che riporta le patate al suolo, facendole sobbalzare eliminando
la terra in eccesso. Quando funziona, un cavapatate lascia
dietro di s una densa scia di patate, che aspettano in superficie
qualcuno che le vada a prendere. Mark si sedette sul cavapatate e
io guidai i cavalli dall'avantreno.
Al primo passaggio lo regolammo troppo in profondit, e la trazione
fu molto pesante. A fine stagione, i cavalli erano potentissimi
e tirarono cos forte che la cinghia di cuoio della bardatura di
Silver si spezz, facendo cadere il bilancino contro le sue zampe
posteriori. Mark torn di corsa al fienile a prendere dei pezzi di
ricambio della bardatura che avevamo per le emergenze mentre
io riempivo di attenzioni Silver, che si sentiva offeso ma non era
ferito. Aggiustammo la bardatura l per l, come si fa in campagna,
con un pezzo di filo elettrico e due o tre giri di nastro isolante,
e ricominciammo. Questa volta trovammo la giusta profondit
e le patate spuntavano fuori come per magia. Mark grid
Oh!. Io mi fermai alla fine del solco e mi voltai a contemplare
il fitto tappeto di patate, poi vidi le auto e i camion in arrivo, intere
famiglie venute a darci una mano. Quando avevamo finito con
i solchi c'erano trenta persone nel campo, amici ma anche persone
che non avevo mai visto prima, di tutte le et, dai bambini piccoli
agli anziani, piegati sui secchi di patate, che urlavano e ridevano
tra un solco e l'altro. Quelli pi forti si erano organizzati fra
loro e sollevavano le cassette piene per caricarle sul carro.
Riportai a mano i cavalli nei loro stalli e tornai al campo con una
pentola e una pinta di burro. Era autunno pieno, l'aria a mezzogiorno
era ancora freddina nonostante brillasse il sole, i campi di
mais avevano perso ogni traccia di vita e le foglie sbattevano nella
brezza come bandierine di carta marrone. Lessammo le patate con
tutta la buccia l nel campo e le mangiammo ancora fumanti avvolte
in tovaglioli. Prima ci riscaldammo le dita intirizzite, poi le
aprimmo in due e le inondammo di burro e sale in abbondanza. Se
esiste un modo pi perfetto di festeggiare l'essenza nutriente e
concreta della patata, io non l'ho ancora scoperto.
I biglietti RSVP cominciarono ad arrivare da nuovi amici e vicini,
da vecchi amici e dalla parte di famiglia che sarebbe venuta
dall'Europa, dalla California, da sopra e da sotto la East Coast.
Se Mark conosceva qualcuno gli dava subito una partecipazione,
e cos la lista degli ospiti si era gonfiata fino a quasi trecento persone.
Il matrimonio sembrava un'immensa onda che si stagliava all'orizzonte,
inesorabile e forse letale. Ma la fattoria reclamava a
gran voce tutt'altro. Sentimmo dal meteo che c'era minaccia di
gelate. La zucca doveva essere pronta prima che arrivasse l'ondata
di gelo, o sarebbe andata perduta insieme agli ultimi pomodori
rimasti. Raye sgrav in modo del tutto inaspettato. Una mattina
la trovammo con un grosso vitello al pascolo, per tre quarti Holstein,
un vitello smilzo a macchie bianche e nere. La difficile
mammella di Raye si gonfi del doppio del volume normale, e
mungerla fu come far scattare una serratura. Produceva quattro
galloni due volte al giorno, perci per portare a termine la mungitura
o Mark o io impiegavamo ogni volta due ore.
Uno dopo l'altro, abbandonai tutti i progetti che avevo per il
mio matrimonio. Non avremmo tinteggiato la casa, n riparato la
finestra. All'interno, i finti mattoni e il rivestimento a pannelli sarebbero
rimasti irrimediabilmente finti. Il prato sarebbe stato al
massimo brucato di fresco. A pranzo compilavamo men, e aggiungevamo
voci all'elenco delle cose da fare: ripulire il solaio dal
fieno, costruire una scala, installare un impianto elettrico. Trovare
tavoli e sedie. Macellare un capo per l'arrosto di manzo. Preparare
i polli per la cena dopo le prove del matrimonio. Scrivere
il testo delle promesse matrimoniali.
Nella stagione del raccolto il cibo  cos perfetto che meno si
tocca e meglio . I pasti domenicali erano esercizi di semplicit. Insalata
verde, nuda e cruda. Fagiolini al vapore con un po' di burro.
Barbabietole passate nel forno bollente, affettate e saltate in padella
con un filo d'olio, un sospetto di aceto e una punta di aneto.
Era la domenica precedente l'arrivo degli ospiti, e stavamo mangiando
questo genere di pietanze quando usc fuori il problema del
nome. Io non avevo mai preso in considerazione l'idea di cambiare
il mio nome. Nina quando si era sposata si era tenuto il suo,
come la maggior parte delle donne che conoscevo. Mi piaceva il
mio nome allitterante, mi piaceva la solidit delle quattro sillabe
trocaiche. Dissi che non avevo niente da ridire sul suo nome, solo
che il mio era mio, quello che indiscutibilmente significava me, come
la parola forchetta indicava l'oggetto che impugnavo in quel
momento. Non pensavo di essere costretta ad abbandonarlo. Probabilmente
diedi per scontato che Mark lo sapesse, anche se non
ne avevamo mai parlato. Rimasi scioccata quando mi disse che non
era d'accordo con me. Pensava ai figli e detestava la scomodit
dei trattini e le spiegazioni che implicava l'uso di nomi diversi,
soprattutto in una comunit in cui nomi diversi sono considerati
insoliti. Inoltre, aggiunse, cambiare il nome  un segno dell'impegno;
definisce dal punto di vista linguistico il fatto che si diventa
parte di una famiglia. Ascoltando questo discorso sentivo crescere
la rabbia dentro di me e mi preparavo a schierarmi ai posti di
combattimento. Quindi presumo che prender io il tuo disse
Mark scrollando le spalle, una soluzione apparentemente semplice
e generosa come il pasto che avevamo preparato.
I nostri genitori arrivarono una settimana prima delle nozze.
Tutti e quattro fecero del loro meglio per nascondere la sorpresa
nel constatare che c'era ancora il fieno nel solaio dove si sarebbe
dovuto ballare e che non avevamo ancora affrontato nessuno dei
preparativi scritti negli elenchi delle cose da fare. Distribuimmo i
compiti secondo le competenze e gli interessi di ognuno. La mia
mamma doveva pulire, pap fu spedito sull'altra sponda del lago,
nel Vermont, a comprare barilotti di birra e di sidro. Il pap di
Mark doveva costruire la scala per raggiungere il solaio e attivare
l'impianto elettrico, e la sua mamma doveva reperire carta da pacchi
per fare le tovaglie e trecento bandane rosse da usare come
tovaglioli. La sorella di Mark arriv con un bambinetto di nome
Olin con la testa piena di riccioli rossi come un cherubino, e si incaric
dei fiori.
Niente and per il verso giusto, naturale conseguenza della totale
mancanza di una tempestiva pianificazione. Il solaio in cui
avremmo dovuto servire la cena era imbrattato di guano di piccione
di varia stagionatura e consistenza, da quello di origine antica
di tipo polveroso al pi recente e umido. Quando mia madre
fin di strofinare il pavimento di legni deformati, i piccioni tubarono
dal tetto e produssero nuovi depositi. Mark e io volammo dal
ferramenta e ritornammo con rotoli di rete da pollaio, che usammo
per costruire barriere che non permettessero agli uccelli di
entrare. Gli uccelli di passaggio, per, erano solo met del problema.
Il nostro pollaio per galline ruspanti era molto vicino al
fienile, tanto che le pi avventurose di loro avevano scoperto il
solaio e continuavano a venirci, per deporre un uovo di straforo
o razzolare sul pavimento appena pulito. Mia madre odia le galline
pi di ogni altro essere vivente. Decidemmo di spostare il pollaio,
per la salute mentale di mia madre e anche perch gli ospiti rischiavano
di inciampare sulle galline mentre salivano gli scalini
dell'ancora fantomatica scala.
Tre giorni prima delle nozze rinchiusi le galline nella stia in cui
andavano a dormire la sera, la agganciai al trattore e la trasportai
in un campo l vicino, a una quarantina di metri di distanza. La
mattina dopo le galline ritrovarono tranquillamente la strada per il
fienile e il solaio e, peggio che mai, quando cal la sera, rinunciarono
al loro rifugio sicuro e si appollaiarono dalle parti in cui stavano
prima, un centinaio di galline addossate l'una all'altra sulle siepi
intorno all'aia o sulle travi del fienile, sopra al punto in cui gli
ospiti dovevano mangiare. Persino noi, per quanto pasticcioni fossimo,
ci rendemmo conto che cos non poteva andare. A parte il pericolo
costituito da animali zampettanti qua e l e la sporcizia prodotta,
non potevano dormire all'aperto in quel modo. Sarebbero
state sterminate da gufi e procioni. Tentammo di rinchiuderle nella
loro stia con reti e pezzi di recinzioni improvvisati, ma loro riuscivano
sempre a liberarsi con uno svolazzo. Vidi mia madre che, indossati
i guanti da lavoro, tendeva coraggiosamente un'estremit
della rete da pollaio e capii quanto ciecamente mi amasse. Alla fine
lasciammo perdere la rete e lo facemmo a mano, acchiappando
tutte e cento le galline dai posti in cui si erano appollaiate, scovandole
con le torce nella notte, e sbattendole a una o a due alla volta
nella stia, un'operazione che ci tenne svegli fino a mezzanotte.
Poi accadde tutto insieme. Arrivarono gli amici pi cari e i numerosi
cugini di Mark. Nina con suo marito David dalla California,
e mio fratello e Dani da Virginia Beach. L in fattoria sembravano
tutti stranieri, con quei bei vestiti puliti, mia cognata, rappresentante
di una casa farmaceutica, aveva un elegante completo di bei
colori intonati fra loro e scarpe basse nuove fiammanti. Solo la
mia amica Cydni e suo marito Steve non sembravano fuori posto.
Cyd era cresciuta in un ranch ai margini di un paese di quaranta anime
nell'Idaho e al suo matrimonio io ero una delle damigelle e insieme
alle altre avevamo raccolto le cipolle nell'orto per l'insalata di
patate ed eravamo andate in giro per tutta la vallata con il pick-up
a ritirare fiori e uova dai vicini. Steve addestra e ferra cavalli ed
 cresciuto con cavalli da tiro per cui fu destinato alla pariglia e al carro.
Per qualche ragione Nina fu assegnata alla macellazione dei polli
e ho una foto in cui sta con un coltello in una mano e una zampa
di gallina nell'altra. Ormai aveva smesso di farmi le domande che
l'anno prima mi lasciava in segreteria - Hai risolto con le sedie? Vi
potete permettere un tizio per il bar? Hai un piano di riserva in
caso di pioggia? - e, come faceva ai tempi del college, aveva accantonato
le sue idee per amor mio e andava avanti pronta a raccogliere
i pezzi che cadevano dal mio treno in corsa.
La mia amica Isabel arriv da Londra, non sapendo fino all'ultimo
minuto se sarebbe riuscita a venire. Le diedi il nome di un bed
e breakfast vicino a noi, l'unico che aveva ancora delle camere disponibili.
Era un posto perfetto per una sosta veloce durante un viaggio
in auto, in cui non ci si sofferma troppo a guardare i particolari.
La proprietaria era una signora molto simpatica, ma psichicamente
instabile. Quando Isabel si present alla porta, lei aveva dimenticato
che doveva arrivare. Isabel era l'unica cliente e la stanza in cui sarebbe
dovuta stare era piena di polvere e ragnatele e puzzava di sigarette.
Isabel disse che la signora le fece un'impressione da far accapponare
la pelle, tipo Miss Havisham, che peggior notevolmente
quando la sera, mentre lei faceva la doccia, la signora evidentemente
confusa entr nel bagno pieno di vapore chiamando sua madre e
poi si serv del water. Isabel  una donna abituata a tutto e adora le
avventure, ma questo era un po' troppo anche per lei perci le cambiammo
sistemazione e la dirottammo in una stanza vicino ai miei
genitori nei bungalow in affitto sulla sponda del lago.
Il giorno prima delle nozze stavamo ancora togliendo i calcinacci
dell'edificio che avevamo buttato gi all'ultimo minuto, bruciando
pezzi di legno e togliendo chiodi con una calamita. Il pap di
Mark martellava le ultime alzate della scala che aveva costruito per
raggiungere il solaio. La casa era sporca lercia delle impronte di
fango portate da fuori. Si dovevano raccogliere verdure, lavarle e
tagliarle a pezzi, c'erano quarti di manzo e di maiale da preparare e
da arrostire e i tavoli - alcuni noleggiati, altri presi in prestito in chiesa
- si dovevano apparecchiare e decorare. Mia madre si muoveva
velocemente, con la bocca chiusa in una linea sottile e dritta, in un'espressione
di terrore. Il fumetto sulla sua testa diceva Vi prego, non
mettetemi in imbarazzo pi del necessario.
Quella sera, alla cena dopo le prove della cerimonia, mi inizi
a bruciare la gola e mi sentii febbricitante. Avevamo scelto l'unico
ristorante aperto in paese all'inizio di ottobre, un posto sul lago
arredato con un dcor kitsch nautico. Lo chef, il nostro amico
Andy, aveva creato un men per trenta con le materie prime prodotte
da noi: pollastrelle arrosto con patate rosse e fagiolini ripassati.
Il vino scorreva a fiumi, e mi faceva bene alla gola. Tutti erano
in estasi per il cibo. Nella sala accanto sentivo i miei amici appena
arrivati da New York. Feci capolino e vidi tre miei ex, che tutti
insieme ordinavano da bere al bar. Mia madre fece un brindisi,
che fin cos: Se questo rende felice mia figlia, va bene cos. Ero
frastornata dalla febbre e me la squagliai non appena mi fu possibile,
per passare in solitudine una notte insonne in una camera
d'albergo minuscola e troppo riscaldata.
Non ero per nulla convinta di voler andare fino in fondo. E se tutto
quello che mia madre esprimeva con la sua mimica facciale fosse
stato vero? In che cosa mi stavo invischiando? Indigenza, lavori
pesanti garantiti e un uomo che, nonostante le molte buone qualit,
nessuno sano di mente descriverebbe come una persona semplice
con cui stare insieme... Obiettivamente, non era proprio ci
che si definisce una scommessa sicura. E c'era anche qualcos'altro
e non capisco perch nessuno ne parla mai. Il matrimonio ti impone
di perdere una grossa parte della te che eri prima, e questa perdita
va elaborata. Una scelta per qualcosa e qualcuno  una scelta decisa
contro qualsiasi altra cosa, cio un vero e proprio addio.
L'alba del giorno delle mie nozze fu capricciosa e fredda, con
minacce di pioggia. Nina e David erano andati verso sud a ritirare
i dolci che avremmo offerto al posto della torta nuziale. All'inizio
della settimana avevamo consegnato il nostro strutto per l'impasto
e un carico delle nostre zucche per il ripieno. Il pasticcere,
che avevamo preso anche come violinista per il ballo, era rimasto
indietro con gli ordini e non c'erano torte pronte, anzi, quando Nina
arriv al negozio, non c'era nemmeno il pasticcere. Fu un casino
completo, ma  una cosa che accade con una certa frequenza
nel North Country, una cosa che ci si aspetta, come ti aspetti e accetti
i ritardi perenni in Messico o gli incidenti auto-contro-mucca
a Mumbai. Tuttavia, Nina era agitatissima in vece mia e insieme
a David pass gran parte della giornata a correre come una pazza
nella sua auto a noleggio per tutta la zona, comprando fino all'ultima
torta in ogni sperduto ristorante, posto di ristoro, banchetto
sulla strada dell'intera regione.
A ripensarci'oggi, mi accorgo che il giorno delle nozze  stato
esattamente identico al nostro matrimonio e alla fattoria, tanto delizioso
quanto disordinato, tanto sublime quanto selvaggio. Ci che,
comunque, sapevo fin da allora, pur in pieno caos, era che l'amore
che era il cuore pulsante di tutto non era soltanto il semplice sentimento
che univa Mark e me. Era l'espressione di una bont smisurata
e, quando lo rammento, ho la sensazione di essere stata presa
per mano dagli amici, dalla famiglia, dalla comunit e da qualunque
forza misteriosa faccia maturare i raccolti nei campi e li trasformi
in cibo abbondante. Fu come cadere dall'alto avendo qualcuno
pronto a raccoglierti con dolcezza.
Come arrivava qualcuno veniva subito messo al lavoro, a cogliere
fiori, a tagliare verdure a pezzetti, a badare alla mezzena di
bue sul barbecue, al maiale dentro l'affumicatoio bollente. Nel
solaio, i migliori amici dei miei genitori issarono balle di fieno
formando una catasta esteticamente bella, un fondale scenografico
per i violinisti e un corridoio improvvisato, ricoperto di fiori.
Avvolsero le rozze travi del tetto con fili di luci bianche. Qualcuno
era andato nei campi e aveva raccolto decine e decine di girasoli,
in piena, gloriosa fioritura. La sorella di Mark  molto brava
con i fiori e aveva legato dei bouquet sui pali del solaio. Su ogni
tavolo aveva messo un vasetto di vetro pieno di fiordalisi, zinnie e
statice blu-violaceo. Lo spazio ampio e polveroso era diventato
magnifico, una cattedrale campagnola. Da sotto arrivava il buon
odore di paglia fresca e di cavallo, e il suono di sommessi nitriti, il
rumore di zoccoli pesanti.
Un'ora prima della cerimonia ero stesa sul letto in camera mia,
sola, con il vestito addosso, un panno freddo sulla fronte febbricitante.
Le mie amiche Nina, Cydni, Isabel e Brian si materializzarono
sulla porta. Avevano una bottiglia di vodka polacca gelata
appena uscita dal freezer. Il violinista non era arrivato in tempo
perci avrei costretto Brian, professoressa di francese e la migliore
cantante che conosca, a esibirsi in una versione a cappella di
Amazing Grace alla fine della cerimonia. Ci scolammo tutte un
goccetto, in nome dei vecchi tempi e anche per farci coraggio.
Mark e io ci sposammo nel fienile a causa della pioggia. Era il primo
pomeriggio e la luce grigia filtrava debolmente fra la polvere.
Mia sorella mi cacci in mano un bouquet di zinnie rosso sangue, e
qualcuno si era portato dietro un cane, un grosso labrador con le
orecchie pendule che circolava fra gli ospiti. Ci promettemmo di
rimanere insieme in ricchezza e in povert e infilammo le fedi d'oro
comprate in Birmania nelle dita rispettive. Il giudice ci dichiar
sposati. Mark mi sollev da terra e mi baci, e il solaio proruppe in
un applauso e in una risata. Brian cant Amazing Grace e uscimmo
fra ali di folla di amici come marito e moglie.
Nelle fotografie del matrimonio io ho l'abbronzatura da contadina,
scura sul viso, sul collo e sulle braccia e bianca sulle spalle
recentemente divenute muscolose e sul dcollet. Quel look rovinava
quasi del tutto l'effetto del vestito che avevo comprato a New
York spendendo un sacco di soldi. Mi aveva aiutato mia sorella a
sceglierlo da Dosa, un capo cucito a mano, di stoffa sottilissima
di cotone e seta, nella sfumatura di grigio lavanda pi chiara possibile.
Ai piedi portavo le scarpe di seta con cui si era sposata mia
nonna negli anni Venti. Sorrido in modo maniacale, oppure sto aggrappata
a una brocca di sidro; i capelli, che ho frettolosamente
pettinato con due trecce in un tentativo di ironia fuori tempo
massimo, sono sciolti in modo scomposto. Mark ha la stessa aria
di sempre,  solo un po' pi pulito, con una nuova camicia bianca
e un paio di pantaloni grigi, il suo maglione blu buttato sulle
spalle. Ha un sorriso non forzato, giubilante. Vicino a me, mentre
mi stringe la vita con un braccio,  talmente tanto pi alto che
sembriamo appartenere a specie animali diverse.
Arruolammo qualche ospite per la gestione del bar e per servire
birra, sidro e vino. Il padre di Mark aveva preparato un pt di
fegatini di pollo che colp profondamente i newyorkesi, e la sua
mamma aveva disposto con grazia sui vassoi fettine di pomodori
perfettamente maturi alternate a tranci del nostro formaggio di fattoria
e a foglioline di basilico. C'erano grandi piatti traboccanti di
roast beef tagliato a fette e maiale alla brace, pagnotte di pane
fresco con il nostro burro accanto, montagne di radici commestibili
alla griglia e insalate di fagiolini e rucola. Tutto questo lo avevamo
coltivato o allevato noi. C'era un tavolo pieno delle torte di
Nina, un'incredibile collezione di creme, frutta e meringhe. Alcuni
amici ritiravano i piatti sporchi e facevano avanti e indietro
fra il fienile e la cucina. Avevo la gola in fiamme e non mi era passata
la febbre, in pi avevo bevuto troppo, perci il resto di quella
giornata  molto confuso. Mi ricordo che la pioggia cess e che
Mark attacc il carro al trattore e si trascin gli ospiti in giro per
i campi, gli mostr le messi, i maialini appena nati al pascolo, invitando
tutti a raccogliere fiori e frutti da portare a casa. Mi ricordo
i bambini piccoli di entrambe le parti - alcuni in salopette, altri
vestiti eleganti - correre dentro e fuori il pollaio con canestrelli
pieni di uova e andare a caccia di gattini nel fienile, per
costringerli a effusioni indesiderate. I ratti alla fine si erano attestati
nel vecchio ricovero dei maiali dentro al fienile, e ogni volta
che qualcuno sbirciava da sopra la porta i ratti si sparpagliavano in
giro e tutti urlavano. Mi ricordo che alla fine arrivarono i violinisti
e si misero a cercare Mark per il nostro primo ballo che avrebbe
dovuto aprire le danze, e che non lo trovarono, perch stava
di sotto, con i vestiti buoni addosso, a mungere la mucca.
Amici e parenti se ne andarono a poco a poco e infine svenimmo
nel nostro letto, che le mie amiche avevano addobbato con
stelle filanti e oggetti che suggerivano temi erotici. Il giorno dopo
le nozze il meteo radio prevedeva una gelata, perci mentre io organizzavo
una colazione per salutare gli ospiti, Mark mise insieme
una squadra per raccogliere le zucche. Formarono un gruppo
affiatato che si lanciava le zucche da uno all'altro, dal campo al
carro, e Mark fu colpito proprio in mezzo alla fronte da una delle zucche,
che gli procur una serie di graffi, e perci nella prima settimana
di matrimonio fu sgradevolmente simile a Charles Manson.
Quella notte effettivamente gel, e il giorno seguente i girasoli, i
pomodori, i peperoni, il basilico e tutte le altre piante pi delicate
erano morte. Provai una sensazione di sollievo. Basta pomodori
da cogliere, basta fagioli. Poi fu il turno di Mark con febbre e mal
di gola, e io non stavo ancora bene, cos per alcuni giorni non ci
muovemmo granch, riuscendo solo a trascinarci per gli impegni
pi urgenti e per mungere la mammella inesauribile di Raye.
Mark e io rischiammo un matrimonio breve come le persone famose.
Quando tutti se ne furono andati, una volta aperti e ammirati
i regali, superata anche la febbre di entrambi, non mi rimase
niente. Ero svuotata. E avevo freddo. Non avevamo ancora acceso
la stufa a legna e la fornace era spenta. Mi chiam un editore
di guide turistiche per cui avevo lavorato in passato offrendomi un
lavoro al volo, dovevo andare a Maui; io lo accettai. Feci un numero
di telefono con le dita intirizzite e prenotai un appartamento
e un'auto. Eravamo sposati da un mese e stavo partendo per due
mesi. Stavo lasciando tutto il peso della fattoria sulle spalle di
Mark, un peso che, come sapevo benissimo, era troppo anche per
tutti e due. Mi dissi che non sarebbe stata una cosa cos tremenda
per lui, ora che era arrivato il gelo, e che il denaro che avrei guadagnato
con il libro avrebbe compensato ogni eventuale sofferenza.
Mark mi disse scherzando che stavo andando alle Hawaii
per la mia luna di miele in solitario, ma la battuta non faceva ridere.
Credo che sia lui che io pensammo che c'era una possibilit concreta
che io non tornassi mai pi. Mi persi in fantasticherie: vidi i
miei amici sospirare e dire che era un mio tipico atteggiamento,
che se lo aspettavano da un momento all'altro; i miei genitori alzare
gli occhi al cielo e perdonarmi per averli sottoposti a quella
tragedia e discutere quale fosse la cosa migliore da fare con i regali di nozze.
La mia passione per i viaggi si  sempre basata sul pensiero che
effettivamente il viaggio ha molto a che vedere con la fuga. Basta un
semplice biglietto aereo per cambiare tutto. L'ultima volta che ero
stata all'aeroporto di Maui ero una ragazza di vent'anni, e adesso
mentre andavo a ritirare il bagaglio mi chiedevo se avrei trovato
ad attendermi quella me stessa libera e giovane fra le persone che
aspettavano qualcuno all'aeroporto con le ghirlande di fiori in mano,
o se l'avevo uccisa sposando un contadino e una fattoria. Lo
avrei scoperto. In viaggio si tende a fare chiarezza. Il viaggio toglie
completamente di mezzo il contesto che deconcentra e ti ritrovi a
contemplare blocchi di nuda verit.
Non esiste altro luogo sulla terra pi lontano da una dura fattoria
del North Country in novembre; a Maui ti accoglie un venticello
tiepido che ti accarezza le guance e i frutti pendono dagli alberi.
Affittai un piccolo appartamento a Pukalani, al piano terra
della casa di persone assolutamente normali, in una strada senza
uscita di un normalissimo quartiere. Era fornito di tutto, compreso
il tostapane, perci non avevo finito di appendere i vestiti nell'armadio
che gi mi sembrava di aver iniziato una nuova vita.
Ecco com' semplice vivere, pensai. Non c' niente di complicato nel lasciare tutto.
Cominciai a lavorare. Dovevo giudicare le camere degli alberghi
rispetto allo charme dell'isola, assaggiare i vassoi di antipasti
nei ristoranti e trovare nuovi modi per descrivere le spiagge di sabbia
bianca. Era molto triste. I luau, le feste a tema, pullulavano di
sposini con le facce cotte dal sole, che si dondolavano al suono
dolente della chitarra hawaiana con la tipica accordatura aperta.
Mi sembravano finti, con quei vestiti dai colori sgargianti, e completamente
fuori contesto. Nei sopralluoghi al ristorante mi sedevo
al bar a buttare gi qualche appunto, e a volte un uomo in cerca
di compagnia mi lanciava un'occhiata notando che ero sola ma
ben presto fuggiva respinto dalla mia fede nuova di zecca che mandava
bagliori. (Alla fine ero stata costretta a farla tagliare per ottenere
la misura esatta). Maui era cambiata moltissimo dall'ultima
volta che ci ero venuta. C'era molta pi gente, pi traffico e meno
parcheggi. Per l'oceano era immutato. Facevo passeggiate sulla
Balchvin Beach al tramonto. Affittai uno skateboard e lo legai sul
tetto dell'auto in modo da averlo a disposizione quando volevo scivolare
in mezzo al mare di teste che salivano e scendevano a perdita
d'occhio, ammazzando il tempo fra un party e l'altro.
Per un po' fui come stordita, quasi congelata, ma appena mi
ripresi mi resi conto che ci che mi mancava di pi non erano n
Mark n gli animali, ma la terra e il lavoro manuale. Sentivo che
mi mancava il nutrimento, nel senso pi profondo del termine, come
se stessi diventando sempre pi leggera, fino a volare via.
Vagai per il negozio di alimenti naturali di Paia, cittadina hippy
e paradiso del surf, e scovai sul retro un banco di fagiolini freschi,
locali, e una piccola piramide di frutta. Sopra c'era un cartellino
scritto a mano con il nome della fattoria e un numero di telefono.
Lo copiai, tornai nel mio appartamento e lo composi sulla tastiera
senza sapere cosa stessi facendo. Mi rispose il contadino e io
mi misi a chiacchierare, cosa che non  nel mio stile. Gli raccontai
della nostra fattoria, di cosa coltivavamo, e dei cavalli. Feci
domande sulla sua terra, sulla stagione, e su quali raccolti venivano
bene e quali invece no. Capivo che aveva da fare e che gli stavo
facendo perdere tempo. Mi sentivo come un'esiliata in preda alla
malinconia che ha trovato un compatriota. Un attimo prima di
attaccare mi disse che era nei guai. La moglie lo aveva piantato, e
avevano iniziato una CSA insieme proprio quell'anno. Doveva dare
i prodotti agli abbonati e si ritrovava da un momento all'altro
completamente solo, sommerso di lavoro. Non  che per caso potevo
andare a dargli una mano? Non poteva pagarmi, mi disse,
ma mi avrebbe dato del cibo da portare a casa. In un certo senso,
si pu paragonare la situazione di questo agricoltore e quella di
Mark e trovarci dell'umorismo, oppure no.
La mattina seguente, all'alba, mi recai da lui. Da terra si levava
la bruma e per un attimo pensai di essere giunta nel posto sbagliato.
A me sembrava un giardino piuttosto che una fattoria, era
un terreno ricavato in mezzo a un quartiere abitato, circondato
da case. A pochi metri di distanza, un vicino stava salendo su un
SUV vestito per andare al lavoro, in divisa da guardia giurata o poliziotto.
C'era un pollaio per le galline - un po' livornesi e un po'
Barred Rocks - un piccolo agrumeto e un quarto di acro di argilla
rossa dissodato con una macchina da giardiniere. Lungo un confine
crescevano alberi di guava e alcune palme ornamentali. Tutto
aveva un'aria terribilmente piccola.
Il contadino mi fece fare un giro veloce dei quattro miniappezzamenti
che costituivano il suo impegno nel mondo vegetale.
I problemi che aveva lui erano diversi dai nostri. Non aveva l'assillo
opprimente delle erbacce che spuntavano di continuo che dovevamo
fronteggiare noi durante la stagione di crescita, ma aveva
la presenza costante di insetti, funghi e vari livelli di materia in
decomposizione senza il purificante intervento del gelo a fine stagione.
In realt non c'erano stagioni propriamente dette, solo un
tempo un po' pi piovoso e un po' pi secco. Anche i suoi obiettivi
erano diversi dai nostri. Noi avevamo tutta la terra che potessimo
desiderare e mettevano degli argini ai disastri e agli errori
piantando pi del necessario e dando a ogni cosa moltissimo spazio.
Avevamo i cavalli da traino che facevano i lunghi solchi nei
campi e che rendevano gestibile quella gran quantit di terreno
coltivato. Lui aveva solo questo limitato pezzettino di terra in un'isola
molto costosa, e doveva massimizzare ci che riusciva a ottenere
da ogni centimetro quadrato. Piantava la sua lattuga tardiva
in fitti riquadri di terreno, e non in solchi, a intervalli di una settimana.
Toglieva tutte le erbacce a mano, piegandosi fino al centro
delle aiuole. Colsi con avidit una foglia di rucola pungente, un
rametto di senape piccante. Mi porse un'arancia colta dall'albero
e io infilai un'unghia nella buccia per annusarne il profumo asprigno.
Per quanto questa fattoria fosse lontana dalla nostra si trattava
sempre della stessa crescita miracolosa, confezionata dalla natura
in modo diverso. Una piccola parte di me mi sussurrava furtivamente:
Se non vuoi tornare indietro, puoi fare questo, perch
no,  semplice, piccolo, prendi un pezzo di terreno e coltivi qualcosa da mangiare.
Il fattore, per, sembrava aver visto giorni migliori. I pantaloni
corti gli stavano larghi, come se avesse recentemente perso peso,
aveva un'aria tormentata e sospirava molto a denti stretti. Quel
mattino aveva dieci abbonati che venivano a ritirare verdure, disse,
perci era meglio mettersi in moto prima che il sole diventasse
troppo caldo. Prepar borse termiche piene di ghiaccio per tenere
al fresco il raccolto, e due piccoli cesti. Mi fece vedere dove
stava il cavolo nero e mi disse quanto gliene serviva. Io presi un
cesto e un coltello da contadino e mi misi al lavoro.
Mark mi aveva addestrato a lavorare come una matta. Da noi
il raccolto non  un momento di meditazione,  una corsa contro
il tempo. Non facciamo prigionieri. Durante il viaggio in bicicletta
che aveva fatto in tutto il paese, Mark aveva lavorato per una settimana
con una squadra di ispanici in New Mexico nella raccolta
del peperoncino ed era l che aveva imparato quello stile essenziale.
Rimase affascinato dalla loro velocit e li osserv attentamente
per vedere come facevano. Not che lavoravano nello stesso
modo con tutte e due le mani, senza privilegiare n la destra n
la sinistra, guardando sempre un po' pi avanti, in modo che prima
che la mano raccogliesse un peperoncino gi sapesse qual era
quello che avrebbe raccolto dopo. Cantavano anche moltissimo
durante il lavoro, belle canzoni popolari della loro terra natia.
Cos Mark divent ambidestro e impar a guardare oltre le sue
mani, e nei campi cantava quelle belle canzoni.  il lavoratore pi
veloce che abbia mai conosciuto. Ha un'istintiva e perfetta coordinazione
mano-occhio e quella eccezionale apertura di braccia,
unita a una profonda determinazione. Quando vola davvero lungo
un solco sembra un cartone animato vivente, le braccia e il
prodotto diventano una meravigliosa unica macchia indistinta di
colore verde. Negli anni Mark collezion altre lezioni di velocit
ed efficienza impartite da altri maestri e le svilupp lui stesso, poi
le trasmise tutte a me. Dopo un anno trascorso a raccogliere ortaggi
ogni mattina, mi accovacciavo e andavo avanti come una
papera per tutto un solco, brandendo il coltello affilato e lucente.
I fagiolini cadevano nel secchio a mazzetti, i piselli a pioggia.
Perci quella mattina alle Hawaii iniziai a raccogliere il cavolo
nero nell'unico modo in cui sapevo farlo. Non proprio alla velocit
di Mark, ma rapidamente. Il mio nuovo amico, il contadino
isolano, aveva iniziato a raccogliere qualche altra cosa presente
nella sua lista, ma quando vide cosa stavo facendo si allarm talmente
per il ritmo che avevo preso che mi ferm agitando le braccia
come chi reclama un fallo durante una partita di calcio. Lo
avevo turbato cos tanto che fu costretto a interrompere il lavoro
per andare in casa a fumare. Quando torn si era calmato e mi mostr
come voleva fosse fatto il raccolto. Il suo stile non era una
folle corsa, era pi un raccogliere fior da fiore. Valutava una fogliolina
per un po'. Poi la tagliava con un paio di forbici, quasi
con riluttanza. Poi la lasciava volteggiare nel canestro. Guardarlo
mi faceva star male. Ci volle un'intera mattinata per raccogliere verdura per dieci persone.
Quando vidi il cavolo nero che fluttuava nel canestro del contadino
fu il momento in cui, nel mio cuore, mi sentii sposata. In
fin dei conti la fuga non esiste, puoi solo passare da una serie di difficolt
a un'altra. Non era Mark n la fattoria n il matrimonio
che stavo cercando di scrollarmi di dosso, ma la mia imperfetta me,
e anche se avessi continuato a spostarmi di qua e di l, mi avrebbe
perseguitato ovunque, in ogni parte del mondo, per sempre.
Non vedevo l'ora di tornare a casa. Quando arrivai, mi ci piantai con profonde radici.
...
.
...
EPILOGO.
...
.
...
Tornai nella settimana pi buia dell'inverno e ripresi le mie vecchie
mansioni quotidiane, che Mark aveva svolto per me quando me
n'ero andata. Il lavoro di routine  noioso per definizione, ma io
non ne sentivo il peso. Mi mancava la mia routine. Ogni mattina,
mentre svolgevo quei lavori ingrati capivo come sarebbe stato il
tempo, facevo i primi esercizi con braccia e gambe, una danza
che sapevo fare a occhi chiusi. Mark e io ci muovemmo insieme nel
buio, senza la minima necessit di parlarci, portandoci dietro la tiepida
intimit del nostro letto. Dopo aver nutrito con i biberon i
due vitelli nel recinto e avergli dato una grattatina all'attaccatura
della coda, ci spostammo nel fienile e richiamammo le mucche
dal pascolo. Io diedi da mangiare ai gattini e Mark fece partire il
macinatore per sminuzzare un bushel di barbabietole e carote.
Le mucche masticarono rumorosamente, noi iniziammo a mungere.
Lasciai Mark a lavare i secchi del latte e andai a versare acqua
fresca negli abbeveratoi dei polli e riempii le mangiatoie di
pastone. Acqua per le mucche da latte, pi una puntatina nel solaio
per quattro buone balle di fieno di secondo taglio. Mentre
andavo al pascolo dei cavalli, dietro l'angolo del fienile ovest vidi
che stava sorgendo il sole mettendo in risalto le Green Mountains
al di l del lago. Ogni mattina mi fermavo a riflettere sul picco
lontano e dalla forma insolita detto Camels Hump, la Gobba
del Cammello. Certi giorni era nascosto dalle nuvole, altri tinto
di arancio o di rosso, e altri ancora, quando ero in anticipo, era
visibile solo a due dimensioni, una sagoma nera contro un cielo
un po' meno nero. Cercavo di ricavarne qualche auspicio per la
giornata, di prevedere le condizioni atmosferiche e cosa avrebbe
potuto riservare.
Quando cavalli, manzi e maiali furono tutti nutriti mi incamminai
verso casa, lasciandomi dietro una scia di benessere e appagamento.
Mark fin di lavare gli attrezzi della mungitura e si
mise ai fornelli a preparare la colazione.
Era sopravvissuto alla mia assenza, ma a stento, e solo grazie
all'aiuto degli abbonati, degli amici e dei vicini. Quando tornai dalle
Hawaii era cambiato qualcosa. Senza dover combattere con
me, senza il caos perenne della prima stagione di crescita, senza
la pressione del matrimonio incombente, sembrava che Mark
avesse trovato un suo ritmo costante. Io mi adeguai a quel ritmo,
questa volta in cerca di armonia e non di conflitto. Riscoprimmo
la piena felicit di lavorare insieme e per la prima volta diventammo
soci e complici, invece che antagonisti.
Le stagioni sono diventate anni. Noi archiviamo ogni anno in
autunno, dopo la prima gelata, e lo etichettiamo secondo il tempo
dominante nell'estate, nel modo in cui sar ricordato. L'anno
due fu ottimo per le verdure ma per noi fu addirittura pi duro
dell'anno uno e cos implacabile quanto a caldo e umidit che
morirono quattro delle nostre mucche Highland. L'anno tre fu
perfetto, da manuale. L'anno quattro fu un po' secco, il che stress
le piante al punto giusto da renderle straordinariamente appetitose.
L'anno cinque fu freddo e disastrosamente piovoso, le nuvole
nere che si ammassavano senza sosta sulle nostre teste sembravano
quasi uno scherzo, e l'acqua ristagnava nei campi fra solco
e solco, per cui marcirono tre quarti del raccolto. L'anno sei fu di
nuovo troppo piovoso e la peronospora colp a tappeto pomodori
e cipolle - tre tonnellate! - non si asciug e non rimase nulla.
Ogni anno aumentano gli abbonati. Ora veleggiano intorno al
centinaio. Dall'anno tre in poi non riuscimmo pi a fare da soli, o
almeno non senza rischiare l'esaurimento nervoso, o il divorzio.
Vennero a lavorare per noi James, Sara e Paige, rimasero un anno
e poi se ne andarono per avviare nuove fattorie per conto loro.
Poi arrivarono Brad, Matt e Sam, poi Susie e Anthony, e poi Tim,
Chad, Courtney e Racey, tutti giovani contadini che volevano perfezionare
le loro conoscenze per poi usarle a casa loro. Alcuni vicini
- Kristin, Kim, Barbara e Ronnie - entrarono a far parte del nostro
personale permanente. La fattoria  cresciuta oltre ogni nostra
aspettativa. Ogni venerd sera dopo la distribuzione preparo
un'enorme cena per tutti coloro che hanno lavorato nella settimana
alla fattoria, una festa per la fatica compiuta e per il raccolto. In
estate i partecipanti sono pi di una ventina e mettiamo i tavoli
fuori e mandiamo sempre a prendere sedie in pi nel fienile.
Nostra figlia Jane arriv nell'anno quattro, alla fine di quell'agosto
senza pioggia. Ho partorito a casa. Mark mi port un girasole
che era grande come tutto il mio viso e nella pienezza della sua
perfezione; e quando lo guardai, immersa nel travaglio, mi sembr
che rispondesse al mio sguardo in modo incoraggiante. Le levatrici
pesarono Jane su una bilancia per il pesce: tre chili e duecento
grammi. Mi ricordo di essermi svegliata quella notte con l'idea
che il lungo travaglio poteva essere stato un sogno e che la
bambina non c'era, e poi di averla vista fra noi, calda e viva, e aver
provato una sensazione non di sollievo ma quasi l'opposto, la bella
sensazione di una vittoria insperata di una scommessa data a
bassissima probabilit. Pochi giorni dopo, in quella stessa settimana,
la portai nel fienile a conoscere i cavalli e la sollevai fino alla
grossa testa di Sam, cos che le potesse alitare la sua benedizione.
Quell'autunno comprammo da Lars una parte della fattoria, ottanta
acri, la casa e i fienili.
Silver mor durante l'inverno. Lui e Sam avevano iniziato a
mostrare i segni del tempo. Il lavoro era troppo duro per loro
due. Comprammo un'altra pariglia per sollevarli. Jay e Jack erano
castroni adolescenti allevati dagli Amish, in parte Belgi, in parte
Suffolk. Era un freddo sabato e stavo tornando a casa dopo le
solite faccende di routine quando con la coda dell'occhio vidi Silver
al pascolo, fermo immobile, con la zampa anteriore destra alzata.
Poteva essere una posizione di riposo, e stavo quasi per andare
via, ma c'era qualcosa che non andava e lo guardai di nuovo.
Era la sua espressione. Sembrava preoccupato. Questo cavallo
era il principe del pascolo, non era mai preoccupato. Lo avevamo
fatto uscire con Sam e Jack dopo la mungitura del mattino e una
ventina di minuti prima, quando gli avevo portato il fieno, stava
bene. Quando mi ero avvicinata a lui, aveva sporto il naso soffiando
attraverso le narici per salutarmi come faceva sempre. Gli
strofinai il grosso collo compatto, feci scorrere la mano sulla spalla,
poi scesi verso la zampa fino al ginocchio. La zampa non era pi
attaccata e faceva impressione. Quando lo toccai non trasal n si
tir indietro. Non sembrava che provasse dolore, anche se doveva
provarne di certo. In fondo al cuore sapevo che era ormai fuori
combattimento. Entrai in casa e lo dissi a Mark, che chiam il veterinario,
la dottoressa Dodd, socia del dottor Goldwasser, che stava
facendo una visita a domicilio e disse che sarebbe venuta nel
giro di un'ora.
Quando tornai al pascolo trovai Silver gi, la grossa zampa
piegata sotto di lui, come un puledro a riposo. La spalla dalla parte
della zampa ferita fremeva, ma lui era molto tranquillo. Gli offrii
qualche carota che con mia grande sorpresa mangi dalla prima
all'ultima. Mi sedetti accanto a lui e gli accarezzai le froge vellutate
e cercai di comunicargli la mia gratitudine per tutto ci che
mi aveva insegnato, per aver lavorato tanto intensamente e generosamente
e per tutte le volte che la sua presenza mi era stata di
conforto. A quel punto mi misi a piangere, le lacrime mi si congelavano
sulle guance e il naso mi colava copiosamente. Si avvicin
Sam, abbass la testa per toccare il garrese di Silver e si allontan
lentamente. Pensai che gli animali sono assai pi dignitosi degli uomini
nell'ora dell'ultimo saluto. La dottoressa Dodd arriv pochi
minuti pi tardi. Cap al primo sguardo che la zampa era spezzata
sopra il ginocchio. Forse era stato il calcio di un altro cavallo,
ci spieg, oppure un passo falso su una lastra di ghiaccio. Non
c'era assolutamente niente che lei potesse fare. Silver allung il
collo e adagi la testa sulla neve. Se avevamo bisogno di un segno
che indicasse il momento per agire, eccolo arrivato. Mark rientr
in casa, prese il fucile, e con gli occhi velati di lacrime pos la bocca
dell'arma in mezzo all'ampia fronte di Silver e lo abbatt.
Il nostro primo Natale da sposati Mark mi regal un cucciolo.
Era un pastore inglese di nome Jet, bianco e nero, un cane da
campagna buono e utile. Fin dall'inizio divent la mia ombra e visse
solo per me. La primavera seguente Nico mor e la seppellimmo
nel prato sotto il pennone della bandiera. Sopra di lei l'erba
cresce pi disordinata, pi rigogliosa. Penso a Nico quando ci
cammino sopra e anche ogni volta che guardo la ciocca di pelo
bianco sul muso di Jet, la cicatrice che gli fece Nico per insegnargli
che non si ruba la pappa di un altro cane.
Comprammo un'altra pariglia di cavalli: magnifici giovani Belgi,
Jake e Abby, di soli quattro anni, domati ma senza finezze, una
bella sfida. Quando Chad venne a lavorare per noi si port i suoi
cavalli e d'estate il nostro amico Bill West porta ogni settimana la
sua pariglia di Suffolk, cos abbiamo quattro coppie di cavalli al lavoro
nei campi contemporaneamente e chi passa vicino alla nostra
terra in auto pensa che siamo Amish.
Sam mor nell'estate dell'anno sei. Aveva lavorato regolarmente
fino alla morte di Silver, dopo lo avevamo usato per lavori saltuari
o per sostituire qualche altro cavallo zoppicante. Appaiato a
cavalli pi giovani era sempre volenteroso, ma si stancava subito
e riprendeva le forze lentamente. Pass gli ultimi mesi di vita con
i nostri vicini Bob e Patti Rowe, che avevano un fienile pieno di
cavalli da tiro, alcuni giovani e belli e altri delle vecchie glorie come
Sam, e li coccolavano tutti. Bob attacc qualche volta Sam
per trainare del foraggio, ma la maggior parte del tempo faceva la
vita del pensionato, felicissimo di brucare e sonnecchiare con il
resto del branco dei Rowe. Bob ci disse che Sam si occupava delle
giumente e dei puledri comportandosi come il signore assoluto
del branco e non permetteva agli altri castroni di avvicinarsi. Ne
fui sorpresa perch da noi Sam era sempre stato in fondo alla
gerarchia del branco, sotto il buon Silver finch era vivo e poi agli ordini
del tirannico Jack. Questa notizia mi fece sorridere, come
quando vieni a sapere che uno zio che  sempre stato una figura
di secondo piano  il pi amato e popolare alla casa di riposo per
anziani. E poi, in una luminosa mattina, Bob and al pascolo e
trov tutti i castroni mischiati alle giumente e ai puledri. Cont le
teste e si accorse che mancava Sam. Bob lo trov sotto un olmo, gi
morto, e lo seppell per sempre al pascolo.
Il nostro matrimonio  rimasto impetuoso. La finestra  sempre
rotta, il prato ancora coperto di erbacce.
Non  mai come pensi che sia, mi diceva sempre Mark. Non 
perfetto come ti piacerebbe che fosse, n terrificante come temi
che sia. Un nostro conoscente ha comprato un bel pezzo di ottima
terra qui vicino, una seconda casa, e una volta a tavola l'ho
sentito dire: Quando andr in pensione, voglio una vita semplice,
voglio fare solo il contadino. Voglio... tranquillit". Quello che
vuoi, in realt,  un giardino, pensai fra me e me. Un giardino
molto, ma molto piccolo. Nella mia esperienza, tranquillo e semplice
sono due aggettivi che non si addicono all'agricoltura. N
tantomeno gli aggettivi redditizio, stabile, sicuro o facile. A volte
il lavoro  tanto da farti piangere. Ma quasi tutti i giorni mi sveglio
grata di averlo trovato - di esserci inciampata, per la verit -
e di essere sposata con una persona altrettanto grata alla vita.
A volte mi domando cosa penser Jane della sua infanzia. Mi
rendo conto che non si tratta dell'infanzia media, almeno non qui
e ora. Per esempio, il giorno in cui ha compiuto due anni lo abbiamo
trascorso a macellare conigli. Jane stava in piedi su una
botte e guardava il mio coltello. Quando il coniglio fu scuoiato e
aperto, curiosa com' ci infil dentro l'indice. E il rene le dissi.
 appiccicoso osserv lei. Quando conosco qualche adulto cresciuto
in una fattoria, gli faccio sempre qualche domanda sul modo
in cui  cresciuto. Le risposte non sono mai moderate. Si tratta
o di un'infanzia dorata - il modo pi bello in cui essere bambini
- o di una fatica inumana, niente a che vedere con l'infanzia. Pi
o meno al cinquanta per cento. Amo questa fattoria e la vita che
sprigiona. Amo il fatto che mi fa sentire ricca anche se non lo sono.
Amo il lavoro. Penso che il meglio che possiamo fare sia condividere
questo amore con Jane, sperando che lo provi anche lei.
Non c' spazio per il rimpianto, ammesso che ne abbia. Una
fredda domenica mattina invitammo a colazione la nostra amica
Megan. Era il suo compleanno e volevamo preparare qualcosa di
speciale per lei. Mentre scendevo le scale con Jane, che non aveva
sei mesi, stavo pensando a cosa c'era nella dispensa. Trovai Mark
in cucina con un biberon da vitelli. In quella settimana avevamo
provato a dare il biberon a Jane e all'inizio pensai che Mark stesse
facendo uno scherzo con quella tettarella gigantesca, ma poi
vidi ai suoi piedi un vitellino appena nato. Era un maschio, figlio
di June ingravidata da Rupert. Era il terzo incrocio Jersey-Highland
che avevamo e appena nati sembravano tutti Alfred E. Neuman,
rossi di pelo, con un ciuffo ribelle e le orecchie a sventola.
Questo non faceva eccezione, ma era malmesso. Forse era nato
proprio accanto alla recinzione elettrificata e ci era scivolato dentro,
o era inciampato, e quindi June non lo aveva avuto vicino e
non lo aveva potuto leccare. Che modo terribile di venire al mondo.
Era rimasto l qualche ora, bagnato, in ipotermia, e sembrava
pi morto che vivo, disteso sul pavimento della cucina.
Nel corso degli anni Mark e io ci eravamo specializzati e ognuno
aveva compiti che sapeva svolgere meglio e pi volentieri. Mark
si era specializzato nelle linee dritte. I suoi solchi sembravano fatti
con riga e squadra. Io ero specializzata nella cura delle malattie
degli animali. Nella mia libreria avevo un intero scaffale di vecchi
titoli sull'allevamento dei cavalli e dei bovini e Il manuale Merck
veterinario in varie edizioni, e durante l'inverno li studiavo attentamente.
Perci, nonostante dovessi preparare la colazione, preferivo
occuparmi di questo vitellino.
In questi casi non esistono testi specifici da seguire, c' solo l'istinto
e il buonsenso. Aprii con forza la bocca del vitello. Dentro
era fredda. Era decisamente troppo gelato per succhiare. Quando
lo portai di peso vicino alla stufa sorreggendolo dal petto la testa
ciondol e dal naso gli usc del liquido amniotico. Ma se c' respiro
c' speranza. Il denso e tiepido colostro di June gli avrebbe fatto
un gran bene se solo fossimo riusciti a scaldarlo abbastanza per farglielo
ingoiare. Lo strofinai energicamente con uno dei nostri asciugamani
pi belli, che  l'unico tipo di asciugamano che trovi in giro
in momenti come questo, e attizzai il fuoco nella stufa. Gli feci un discorsetto
per incoraggiarlo, raccontandogli del vitellino bianco Highland,
suo fratellastro, che era nato nella vasca bordata di ghiaccio
in una notte sotto zero di febbraio, ed era sopravvissuto. Poi gli
misi sopra un giaccone di piuma d'oca e una coperta e lo lasciai riposare,
tornando alla colazione mentre Mark andava a finire i lavori
di routine. Ormai sarebbe stato un pasto preparato in fretta.
Jane inizi a fare storie, perci la misi in sicurezza sul seggiolino
fissato al piano di lavoro della cucina e le piazzai davanti qualche
mestolo dondolante dallo scaffale, cosa che le procur gridolini
di piacere. Ruppi due dozzine di uova e misi le padelle sul
fuoco. La macchinetta del caff era rotta, e certo non poteva non
esserci caff, perci misi a bollire dell'acqua e ci buttai dentro la
polvere, stile cowboy. Megan arriv e tornarono dai lavori mattutini
anche Mark, Sam e Matt, poi entr trotterellando anche Jet
con la sua amichetta Lady, e i cani si misero a leccare il vitello,
che cominciava ad avere un aspetto pi vicino al vivente. Lady
era il primo incarico di monta per Jet, ma le cose non andavano
un granch. Lei stava con noi da due settimane, ed era gradualmente
entrata in calore, e negli ultimi quattro giorni aveva tentato
di convincere Jet ad accoppiarsi con lei. Jet era un ospite gioviale
ma un seduttore riluttante e sorsero un mucchio di storielle
in fattoria sul suo candore, sulla preferenza che mostrava per i
gatti nel fienile, sulla rettitudine morale, e via dicendo. Lady era
pi scafata, restava in attesa che il maschio si risvegliasse.
Aggiunsi altra legna nella stufa e la stanza divent rovente. Il vitello
recuper il riflesso della suzione e gli versammo mezzo gallone
di colostro in gola, che lo rianim a sufficienza per riuscire a tenere
su la testa. Schiaffai sul tavolo la colazione di compleanno in
versione semplificata - uova strapazzate con pancetta e pane tostato
- e mi concessi il lusso di un'enorme tazza di caff, lievemente polverosa.
Quando ci mettemmo a tavola, la stufa emanava deboli bagliori
rossi e fummo costretti a spostare il tavolo il pi lontano possibile.
Ci togliemmo tutti di dosso strati e strati di indumenti, fino
al minimo indispensabile, e tuttavia continuammo a sudare. Il calore,
per, ebbe l'effetto desiderato sul vitello. A met colazione si alz
di scatto e si mise a vagare per la cucina barcollando come Frankenstein,
entrando e uscendo dalla stanza accanto e avvicinandosi troppo
alla stufa, per cui dovemmo allontanarlo per evitare che finisse
arrosto. Barcoll addosso alle mie gambe mentre stavo mangiando
e si attacc al fondo del tavolo tentando di succhiare. Jane, nel suo
seggiolino, si era impossessata di un sonaglio, lo scuoteva, poi scoppiava
a ridere e in gridolini di felicit. Mentre cantavamo Happy
Birthday a Megan, Jet finalmente cap come si faceva e i due cani
girarono intorno al tavolo appiccicati come un cane solo. Fu in quel
fervido trambusto grondante sudore, pieno di gridolini e scoppi di
risa, traballante, canterino, con i cani che si accoppiavano, che capii
che la mia era una vita piena. Gioiosa, ricca, ma piena fino all'orlo
e oltre. Non era ci che mi ero figurata quando, nel mio appartamento
dell'East Village, mi struggevo dal desiderio di avere una casa.
Se avessi potuto prevederlo avrei rinunciato per lo spavento:
un'ottima ragione per ringraziare il cielo della cortina del tempo.
E cos questo  il luogo in cui dovrei raccontarvi ci che ho
imparato. Ecco cosa so fare meglio: una ciotola di fagioli, riposo
per le stanche membra. Sono queste le radici profonde della vita,
non le azioni di facciata. Da sempre portano conforto alla specie
umana e, se teniamo alla felicit, non dovrebbero scivolare al di
sotto della nostra attenzione. Cucinare qualcosa, mangiarlo con gli
altri. Se riesci anche a coltivare i fagioli con le tue mani, a sfinirti
di fatica nei campi, tanto meglio per te.
Una volta ho letto da qualche parte che in tempo di crisi la
gente torna alla terra. Quando l'economia vacill in giro per il
mondo e rimbombarono echi di guerra su due fronti, ci accorgemmo
che il numero dei volontari estivi aumentava sempre pi,
ed era formato da studenti delle scuole superiori e dell'universit
ansiosi di imparare a piantare, diserbare, bardare un cavallo, preparare
una cassa di pomodori. Il New York Times pubblic un
servizio su questa moda che titol Molte borse di studio estive sono bio.
Adesso riesco a capire che fu in un certo senso il desiderio di un
cambiamento radicale a portarmi fin qui e verso Mark. Fu come
uscire dal caos, personale e generale, in fondo al dirupo in cui era
finita una giovinezza allegra ma superficiale, aggrappandomi a
qualcosa di concreto. Questa palude, pensai,  il sintomo di un
eccesso di stimoli. Trasferisciti in un posto cos piccolo che puoi
conoscerne ogni angolo. Se il mio mondo fosse diventato una fattoria
e un unico, minuscolo, paesino, avrei potuto inquadrare e
comprendere ogni persona, ogni famiglia, ogni acro di terra, ogni
pianta, ogni animale, il percorso di ogni pensiero, emozione e azione.
Volevo credere che una vita cos circoscritta si potesse classificare
e organizzare come i naturalisti del XIX secolo catalogavano
gli esseri viventi, dal regno alla specie, in categorie e subcategorie
che non erano semplici nel vero senso della parola, ma almeno avevano un senso.
Naturalmente non accadde niente di tutto questo.
L'altro giorno sono venuti a prendermi Megan e suo marito
Eric per portarmi a fare birdwatching, l'ultima di quelle che Mark
definisce le mie ondate di passione, da cui mi lascio travolgere.
Megan ed Eric erano perfettamente attrezzati con completo color
cuoio, cappello beige con la tesa, cannocchiale al collo con
laccetti dall'aria complicata. Eric si era portato l'iPod pieno di richiami
per uccelli registrati e ascoltai per qualche minuto un cicaleccio
forte e incomprensibile. Avevo cominciato a pensare di
avere una specie di incapacit mentale a imparare nozioni sugli
uccelli. Non riuscivo ancora a capire la differenza fra lo scricciolo
e il picchio muratore. Eric, che era un birdwatcher esperto, mi disse
che per il momento era normale.
Partimmo e imparai subito qualche termine del gergo degli ornitologi
dilettanti, come MoDo che sta per mourning dove, la
colomba triste, che si usa in frasi tipo Oh, non  niente, solo una
MoDo. Cianfrusaglie, usato per cumuli di foglie a forma di uccello.
E anche qualche aforisma ornitologico: Se pensi che sia un
corvo,  una cornacchia; se riconosci un corvo,  un corvo. Fai avvicinare
gli uccelli. Se funziona come un bastone  un bastone.
Da un momento all'altro c'erano uccelli dappertutto, uccelli di
cui ignoravo persino l'esistenza, figurarsi che fossero a due passi
da casa. Vedemmo un energico uccello verde oliva nel boschetto
di aceri, un regolo con la corona di rubini, che Eric defin l'uccello
pi piccolo con il canto pi esteso. Sentimmo una specie di richiamo
che Eric pens venisse da una vermivora ruficapilla, ma l'uccello
che emetteva il suono ci sfugg. Nel vivaio di vecchi alberelli striminziti
avvistammo un passero dei campi, una specie che Megan
non aveva mai visto prima. Era in cima a un abete rosso, il petto gonfio,
il capo alzato, le ali leggermente spiegate, orgoglioso e teatrale
come un minuscolo tenore. Sarei rimasta a godermi lo spettacolo
per ore. Tornando a casa Eric si blocc quando con il cannocchiale
avvist una macchia nella zona paludosa a ovest della casa e si irrigid
per l'emozione. Non riuscii a identificare niente finch lui e
Megan non mi spiegarono con pazienza dove guardare e cos, a
meno di sei metri di distanza, individuai una coppia di passeri delle
praterie, una specie con diciassette sottospecie che Eric sperava
vivamente di vedere. Io sarei potuta tranquillamente passare davanti
a questi insignificanti uccellini marroni per il resto della mia
vita senza notarli mai. Sottocategoria di una sottocategoria: anche
il mondo dei passeri  infinito.
La citt  inconoscibile, il matrimonio  inconoscibile, la fattoria
- un solo cucchiaio di terra -  un mistero sconcertante. Ma
quando le settimane diventarono mesi e i mesi stagioni, e pian piano
diventai una contadina, venne fuori qualcosa di diverso, ed era
qualcosa da tenersi stretto, qualcosa di meno incerto della conoscenza.
Sono ormai sette anni che inseguo le pseudacris crucifer. La prima
notte che le sento gracidare dallo stagno dietro casa segna l'inizio
della settimana in cui i campi sono sufficientemente asciutti
per poterci lavorare. Quest'anno ghiaccio e neve sono durati a lungo
e ho pensato che il mio sistema non funzionasse pi, ma poi
da un momento all'altro i campi gelati hanno lasciato il posto a
giornate tiepide e ventose. Un giorno era tutto bianco, e il giorno
dopo c'era la terra nera fumante sotto il sole.
Ieri ho bardato Jay e Jack, li ho attaccati all'erpice e siamo andati
al nuovo terreno che avevamo pulito e dissodato in autunno.
A ovest, l'aglio non aveva passato bene l'inverno. Un quarto delle
piante non aveva germogli e scavando un po' vidi che lo spicchio
che aveva messo radici era lucido e quasi marcito. Una volta stavo
con un ragazzo a cui piaceva giocare a carte e andavo in moto
dietro di lui nell'Holland Tunnel e sulla costa del New Jersey verso
Atlantic City. Seduta al tavolo, guardando mentre davano le carte,
sentii un uomo dire che la differenza fra un appassionato e un
professionista  che il professionista quando perde non ha pi
una reazione emotiva. E solo l'altra faccia del vincere. Penso di
essere ormai una contadina, perch mi sono abituata alle perdite
come questa, a ogni tipo di morte, e al marciume.  solo l'altra
faccia della vita. E il tuo primo grosso cavallo e tutto ci che ha
voluto dire per te, e sono anche le sue ossa e la sua pelle che si decompongono
nel cumulo di compost, quasi pronto a essere cosparso nei campi.
Non vedevo l'ora di cominciare e poi non vedevo l'ora di rientrare.
Jay e Jack erano su di giri per la primavera e per le prime
razioni di mais e per il tiro del pesante erpice sulla terra soffice e
accidentata. Volevano andare troppo in fretta, tiravano cos forte
sia il morso sia me, che mi stavano praticamente trascinando sul
terreno, le dita dei piedi schiacciate contro la punta degli stivali.
Il campo era ingombro delle radici degli alberi strappate e semisepolte,
che si avviluppavano intorno all'erpice. Ogni poche centinaia
di metri dovevo fermare la pariglia con un Oh! per sollevare
le molle dell'erpice e togliere i detriti che rimanevano incastrati,
lasciandomi dietro una scia di disordinati mucchietti di zolle
di terra, sassi e radici. I cavalli si irritavano a ogni fermata e poi
Jay  diventato smanioso ed  tornato indietro troppo vicino al
bilancino mettendo uno zoccolo sulla tirella. Sono stata costretta
a sganciare e riagganciare, cercando nel frattempo di non essere investita
o scalciata, insospettita dalle orecchie contratte del cavallo.
Dovevamo ripartire e sono inciampata sul cappio delle briglie
e sono caduta bocconi. Ormai i nostri solchi non erano dritti e
armoniosi come volevo, ma completamente astratti, inclinati a sinistra,
poi a destra, interrotti da una falce disegnata sul terreno che
indicava un brusco cambiamento di direzione, con mucchietti disordinati,
e l'impronta di un angelo che avevo lasciato io quando
ero caduta. Mi sono riposata, ho cercato l'aspetto umoristico della
situazione, mi sono ricomposta e ho ricominciato; ma a met
del campo l'erpice  incappato in una grossa radice e l'ha buttata
all'indietro come un serpente che si dimenava, facendola arrivare
a spezzarsi dritta dritta sul mio stinco. Mi sono sgorgati fiotti di calde
lacrime, per un ottavo di dolore e per sette ottavi di frustrazione.
Anche questo  il lavoro in campagna,  solo l'altra faccia della soddisfazione.
All'ora della mungitura i cavalli erano schiumanti e ansimavano,
probabilmente si ricorderanno che ci si pu muovere con una
marcia in meno. Forse era un po' troppo presto per iniziare a lavorare.
Avevo impiastrato di argilla le parti pi in basso dell'erpice
e infangato il ventre dei cavalli. Ancora pochi giorni, per, e
sarebbe iniziato il grande crescendo della primavera, quando l'elenco
delle cose da fare subito supera sempre le cose che si possono
fare. Almeno avevamo rallentato la crescita di gramigna e tirato via qualche brutta radice.
L'ignoto prevale sul noto come il da fare supera il fatto. Questi acri di terra sono un mondo. Che risposte ha dato la terra? Solo la certezza che le risposte esistono. Sotto la terra c' il substrato roccioso, e se scavi in profondit ci sbatti contro.  quanto di pi vicino alla certezza abbia mai trovato, e per me  sufficiente.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Un grazie immenso alla mia amica, ex-capo e agente Flip Brophy della Sterling Lord Literistic, che non immagin certo questo libro quando mi prese per rispondere al telefono. Grazie a Sharon Skettini e Judy Heiblum, che mi hanno aiutato a vedere la fine. Alla Scribner, grazie a Nan Graham, Kara Watson e Paul Whidatch per la loro professionalit e per il sostegno.
Non avrei mai potuto scrivere questo libro senza l'aiuto degli amici e della mia famiglia. Un grazie particolare a David e Margie Reuther, che hanno la responsabilit di avermelo fatto iniziare, e anche per avermi aiutato a portarlo a compimento. Nina Nowak e Peter Lindberg sono stati i miei primi lettori e pronti sostenitori e David Schairer mi ha fornito un generoso contributo tecnico.
Grazie a Ronnie e Don Hollingsworth, Barbara Kunzi e Beth Schiller perch sono amici cos Carl e teneri nell'accudire Jane, e a tutti i volontari del Dipartimento Pompieri Volontari dell'Essex, dove ho scritto la maggior parte del libro. Grazie a Lars e Marit Kulleseid, per averci dato l'opportunit di coltivare questa buona terra. Grazie ai miei genitori, Tony e Linda Kimball, per avermi sempre sostenuto e per aver ospitato me e Jane per lunghi periodi di tempo nella fase finale del libro. Grazie a mia sorella Kelly Kimball, per tutto, proprio tutto. E tutto il mio amore a Mark e Jane, che hanno aspettato con pazienza.
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FINE.